sabato 20 febbraio 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

Il gioco di Sherlock Holmes


In seguito alla Riforma dell’Intelligence italiana,  di cui è testimonianza la L. 124 del 3 agosto 2007, il Dipartimento per le Informazioni della Sicurezza, organo di cui si servono la Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Autorità Delegata, di anno in anno, riferisce al Parlamento mediante la stesura  e la pubblicazione di una Relazione al Parlamento[1], cui ciascun cittadino può regolarmente accedere. Quale che sia il punto di vista circa i documenti citati, si tratta comunque di fonti preziose e ben strutturate, dove si può ricostruire la trama  della minaccia terroristica dell’ultimo decennio. È difficile a dirsi, pertanto, perché molto di rado siano consultate o adottate. Siamo abituati a sentire su Youtube il brillante excursus del giornalista di turno, ma nessun ambiente giornalistico fa riferimento a queste Relazioni. Perché? Perché si fa un gran parlare di Libia, Siria e delle infiltrazioni del radicalismo salafita nel nostro paese  solo negli ultimi anni, quando le Relazioni del DIS di cinque o sei anni fa contenevano già un’esposizione allarmante della criticità internazionale? Possibile che queste informazioni siano state trascurate fino a questo punto? I nostri Servizi Segreti sarebbero talmente segreti che nessuno si accorge delle loro segnalazioni? 

Da quasi dieci anni sarebbe stata attestata in Italia, con addensamenti nevralgici in Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, la forte presenza del GruppoSalafita per la Predicazione e il Combattimento, oltre che del gruppo al Qaida nel Maghreb Islamico, del Movimento Sciita Hezbollah e del non meglio identificato movimento del Jihadismo pachistano. Il centro di principale reclutamento sarebbe stato identificato in Lombardia, regione maggiormente colpita dal fenomeno e dove si sarebbero uniti marocchini, tunisini e libici. L’uso del condizionale – si badi! – è dovuto non già alla precarietà delle fonti, che, invece, essendo costituite da documenti istituzionali, sono  più che affidabili, bensì al senso di imbarazzo che si prova nel leggerle. Infatti, la questione non finisce qui.

Dal 2005 al 2008, nel nostro paese, perquisizioni e arresti avrebbero decimato la comunità marocchina. Sulle prime, si correrebbe il rischio di farsi assalire dai dubbi circa il Marocco, paese noto da tempo per la stabilità politica e dove molti imprenditori italiani hanno investito parecchio. Non esistono accordi bilaterali particolari tra Italia e Marocco, ma l’interazione è sempre stata intensa e liberale. Tra le altre cose, il sovrano marocchino Mohammed VI ha sempre gestito in modo esemplare la lotta al terrorismo e all’eventuale insorgenza di simili rischi, giungendo a dichiarare fuorilegge il movimento Jaamat al Adlwa al Ishan (Giustizia e Carità) a causa di una sua drastica e pericolosa evoluzione. Fatto poco noto, invece, è l’attentato di Marrakech del 28 aprile 2011.

Prima di addentrarci nel mondo maghrebino, nel Corno d’Africa o nella storica patria di al Qaida, cioè in quella vasta area al confine tra Afghanistan e Pakistan, è bene capire che cosa è accaduto di recente in Europa e perché non bisogna cadere nel rischio di allarmismo o nel panico generale che precede una guerra. Dai più si sente dire che siamo in guerra: sembra un eccesso della fantasia. Se fossimo in guerra, dovremmo almeno sapere chi ha mosso guerra a chi e perché. Il territorio europeo, da qualche tempo, com’è noto, è oggetto di attentati suicidi o di attacchi con uso di IED (Improvised Explosive Devices) e, ancora più di frequente,  con uso di armi da fuoco. Le figure che hanno dominato la scena europea, però, sono alquanto insolite o, comunque, non appartengono a vere e proprie strutture di significato militare, religioso e politico: ci stiamo riferendo ai cosiddetti homegrown mujahidin, ai self starter e ai lone terrorist, la cui azione è improvvisa e imprevedibile, fuorché in alcuni e rari casi, e quasi del tutto dissociata da movimenti o gruppi terroristici, dai quali invece trae sostanziale ispirazione. Costoro, per lo più insospettabili cittadini maghrebini trasferitisi in Europa e molto di frequente naturalizzati, seguono per anni, in silenzio, i proclami e gli inviti alla jihad globale fatti dai leader carismatici di matrice qaidista, che ormai viaggiano sul web, di server in server, in una sorta di safe haven, fino a sviluppare una concezione deviante della shahada, la testimonianza di fede del musulmano, che, prima o poi, si traduce in violenza mediante la cooptazione di alcuni agguerriti seguaci dell’integralismo. È necessario ribadire, nello stesso tempo, che si tratta di casi isolati, quantunque temibili e numerosi. Le espressioni adottate dall’Intelligence italiana e internazionale per definirli – e da noi riprese in questo articolo –, homegrown mujahidin, self starter e lone terrorist ne indicano perfettamente la natura e nulla di più può essere attribuito loro, se non tramite processi di fantasia sconclusionata e, talvolta, inaccettabile. È evidente che gli ultimi rivolgimenti dell’area mediorientale e, in particolare, di quella irachena costituiscono uno sprone rilevante per questi soggetti, influenzandoli e sospingendoli all’azione, ma è altrettanto evidente che i Servizi Segreti o hanno ricevuto direttive bizzarre o hanno trascurato la disciplina dello Humint (Human Intelligence), che si basa direttamente sulle risorse e le informazioni elaborate dalle persone fisiche, e dell’Osint (Open Source Intelligence), le cosiddette fonti aperte, a vantaggio della disciplina del Techint (Technical Intelligence), la quale si affida esclusivamente alle risorse tecnologiche.



Dalla lettura della Relazione al Parlamento del 2010 fatta dai nostri Servizi, Relazione che fa riferimento naturalmente al 2009, apprendiamo che l’allarme per la Francia era già piuttosto elevato, quasi clamoroso, se consideriamo i fatti di Parigi. In questa sede, non vogliamo entrare nel merito della vicenda di Charlie Hebdo o dei fatti del funesto mese di novembre 2015 perché se n’è parlato fino allo sproloquio, ma non possiamo non registrare il paradosso della situazione. Cinque anni non sono sufficienti ai Servizi Segreti di mezza Europa ad evitare una strage? Nonostante i dubbi, non si può gridare allo scandalo perché siamo in presenza di una componente asimmetrica degli attacchi, non adeguatamente connotata da uno specifico modus operandi; di conseguenza, i complottisti, a torto o a ragione, non possono fare altro che tacere, almeno per obiettività e onestà intellettuale.

Ci sono dei criteri scientifici  e accreditati per la classificazione delle fonti, la valutazione e la rielaborazione di un dato; non si può giocare a fare lo Sherlock Holmes di turno, senza avere mai messo piede in un paese arabo o senza avere mai fatto uno sforzo d’analisi comparata.  Ciò che ci impressiona è il fenomeno della contemporaneità, di perfetta sincronia tra alcuni ‘singolari’ accadimenti. Il 20 ottobre 2011, viene ucciso Muammar Gheddafi, un uomo che per più di 40 anni aveva guidato la Libia, senza mai ricevere alcuna forma di consenso o di investitura ufficiale. In poco tempo, com’è noto, il fronte rivoluzionario, dopo avere conquistato la Cirenaica e la Tripolitania, mette sotto assedio anche Sirte, finendo col trucidare il dittatore. Su di lui, tutti noi avevamo parecchie notizie, soprattutto per le relazioni economiche che aveva instaurato nel nostro paese: era azionista di Unicredit, Finmeccanica, Juventus et cetera. Tutto ciò gli era stato concesso e nessun ente ‘umanitario’ s’era mai preoccupato delle sue possibili implicazioni in crimini contro l’umanità. Di colpo, però, la comunità internazionale decide di sostenere gl’insorgenti e ribaltare il regime. La situazione sembra simile a quella irachena e che ha contraddistinto la caduta di Saddam Hussein. Il sospetto, tuttavia, si fa cocente nel momento in cui scopriamo che il gasdotto Mellitah-Gela, che era stato disattivato a causa dei fermenti bellici e dei dissapori tra Gheddafi e l’occidente, viene riattivato il 15 ottobre 2011, esattamente cinque giorni prima della morte di Gheddafi. Le coincidenze sono sempre prodotte dal nostro ingenuo sguardo, umano troppo umano. Altra considerazione va fatta circa la conduzione della rivoluzione libica, avviata con l’operazione Odissey Dawn ad opera dell’ONU e portata a termine con l’operazione UnifiedProtector, ad opera della NATO. La differenza tra ONU e NATO è sostanziale e importante. Infatti, mentre gli interventi delle Nazioni Unite dovrebbero essere caratterizzati dalla cooperazione globale e umanitaria per storia e identità, la NATO proprio per storia e identità è più militare e offensiva, tranne che la guerra fredda fosse una passeggiata lungo la cortina di ferro. In quanto alle terre del gas naturale, che pare un bel movente, sappiamo che Gela è una città siciliana: nulla da eccepire. A ovest della Libia si trova la Tunisia, che è la punta africana più avanzata del Maghreb verso l’Europa, fatta eccezione per il Marocco, paese maghrebino a stretto contatto con la Spagna. Ebbene? Nel 2011, esce di scena anche Zin El-Abidine Ben Ali, presidente tunisino per più di vent’anni. L’insurrezione popolare lo costringe a fuggire in esilio a Jedda, in Arabia Saudita, che comunque appare una strana destinazione. Di certo, Ben Ali non era una guida illuminata e benevola, ma è altrettanto evidente che quest’uomo per due decenni, col consenso della comunità internazionale, ha accolto investimenti occidentali d’ogni genere e specie riuscendo a riscattare la Tunisia da una condizione di pericolosissimo impoverimento e sottraendola alla spinte del fondamentalismo islamico. Tra le altre cose, il partito Ennahda, che gli era sempre stato fedele, improvvisamente, nel 2011, cambia opinione e lo tradisce. Cosa dire allora delle sommosse popolari che hanno portato alla caduta del presidente egiziano Mubarak?

Il copione è uguale dappertutto. È ovvio che, quando si abbatte in modo traumatico un regime, i ribelli tentino in tutti i modi di accaparrarsi risorse di ogni tipo, dalle armi al denaro contante, dai diamanti ai documenti riservati, così da scatenare il caos negli ambienti istituzionali, che potrebbero avere parecchie cose da nascondere. Purtroppo, il denominatore comune del conflitto tra occidente e terrorismo islamico è costituito attualmente dal gas naturale e dal greggio. Se, per esempio, volgiamo lo sguardo alla cartina del Medio Oriente e osserviamo l’evoluzione territoriale di Israele ai danni dei territori palestinesi, un po’ di buon senso ci impone una serie di interrogativi, ai quali possiamo rispondere immaginando che solo l’interesse economico delle grandi potenze può aver generato tale forma di irrazionalità geopolitica perché – sia chiaro! – Israele ha tutto il diritto di coesistere, ma, in linea con quanto sta accadendo, non se ne comprende lo storico comportamento espansionistico, come se l’Austria ricominciasse a rivendicare quella fascia di terra che va dalle Alpi Carniche alle Dolomiti.





[1] https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/category/relazione-annuale.html

4 commenti:

  1. Qui manca l'essenza del tuo scrivere, l'analisi certosina degli accadimenti.
    Mi sento come una bici senza pedali

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    1. Riporto qui un parere già espresso altrove. Hai centrato in pieno il mio dilemma. La scorsa volta mi sono dedicato all'analisi, ma mi sono reso conto che il lettore non ha gradito: nessun'interazione e pochissime visualizzazioni. Di conseguenza, ho tentato di offrire solamente i risultati dell'analisi e non l'analisi in sé e per sé.

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    2. Dilemma lecito, anche io ho la stessa sensazione (che manchi qualcosa).
      Alle volte il riscontro è questione di fortuna.
      Buona giornata

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    3. Dilemma lecito, anche io ho la stessa sensazione (che manchi qualcosa).
      Alle volte il riscontro è questione di fortuna.
      Buona giornata

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