sabato 13 febbraio 2016

PROVE D’INTELLIGENCE

EMERGENZA & BESTIALITÀ


Negli anni settanta, i servizi segreti israeliani, allo scopo di destabilizzare quei paesi mediterranei che avessero buoni rapporti con gli arabi mediorientali, s’infiltrarono in Italia e proposero alle Brigate Rosse una discreta fornitura di armi e munizioni. In cambio, chiedevano solo che i brigatisti portassero avanti le proprie manovre eversive. Il numero dei morti o, più generale, le conseguenze sociali, non importavano; ciò che più contava era lo sconvolgimento dell’assetto politico internazionale.[1] D'altronde, di là dai giudizi personali, Israele, in quegli anni, aveva già dimostrato di eccellere in capacità strategico-militari e in crimini contro l’umanità, ad onta delle risoluzioni dell'ONU e dei principi umanitari essenziali. In base a ciò che apprendiamo dai resoconti investigativi, le BR avrebbero rifiutato in modo categorico. Bisognerebbe chiedersi, tutt'al più, come mai uno Stato nato per ‘convenzione’ poco meno di trent'anni prima possedesse una tale forza militare e finanziaria da potersi permettere di ‘aggredire e conquistare’, ma questo interrogativo, che ci condurrebbe direttamente al ruolo della Società delle Nazioni e, in particolare, alle responsabilità dell'Inghilterra, ci allontanerebbe dall'obiettivo di questo scritto.

La notizia giunge a noi mediante un processo d’informazione, non già attraverso la comunicazione; il che può apparire banale, ma non lo è. L’informazione segue una sorta di senso unico, non nasce per essere riformulata dal destinatario, è chiusa, mentre la comunicazione ‘dovrebbe’ essere centrata sull'interazione e sul dialogo: la tabella degli orari dei treni dà delle informazioni, non è discutibile e non può generare relazioni. Allo stesso modo, un TG o un giornale informano l’utenza e documentano dei fatti, secondo un’ipotesi di verità. Chi mai potrà dire, per esempio, cos'è accaduto, quel giorno, alla nave X della compagnia Y, nel Golfo di Aden? Chi ha elaborato la notizia? Insomma: qual è la vera fonte? La quasi totalità dei destinatari della notizia resterà sempre estranea a ciò che ha sentito o letto, eppure diventiamo critici esperti, politologi raffinati e, spesso, sappiamo mostrare indignazione.

La morale comune appartiene alla logica della bestialità, cioè a quella ripetitività convenzionale dell’uso di termini impropri, inadeguati e a causa dei quali non si dice alcunché di pertinente a proposito delle domande che è naturale porsi: tutti usano il sostantivo crisi, ma pochissimi sono in grado dire con precisione cos'è la crisi. Questo sostantivo è ormai in uso da quasi quindici anni e ha una tale diffusione da essere associato a qualsiasi fenomeno sociale. Aumenta la pressione fiscale? Colpa della crisi. Aumenta lo spread? Colpa della crisi. Aumentano i divorzi? Colpa della crisi. Manca poco a che anche l’assenteismo nelle Pubbliche Amministrazioni sia attribuito pure alla crisi. Com'è possibile che, in un periodo di piena crisi economica,  cioè dal mese di luglio al mese di settembre del 2010, siano stati venduti circa 5 milioni di iPhone? Com’è possibile che, dal 2007 a oggi, siano stati prodotti l’iPhone 3, l’iPhone 3G, l’iPhone 3GS, l’iPhone 4, l’iPhone 4S, l’iPhone 5, l’iPhone 5S, l’iPhone 5C et cetera e che tutti questi prodotti abbiano avuto un trend di vendita strepitoso? Secondo le indagini di mercato, s’è addirittura stabilito che, entro il 2017, saranno venduti più di 520 milioni di smartphone dotati di sensore per impronte digitali (Cfr. http://www.iphoneitalia.com/). In che modo, si può associare questa fluidità del rapporto tra la domanda e l’offerta e, di conseguenza, della circolazione di moneta con la fase conclamata della crisi economica? A qualcuno è balenato in mente che il sostantivo crisi possa avere un significato diverso da quello comunemente inteso? Chissà! Volendo fare l’avvocato del diavolo, come si suol dire, e volendo sfuggire, almeno per un po', alla logica della bestialità, l’accezione del sostantivo crisi potrebbe anche essere positiva o, diversamente, lo stesso sostantivo, in una sorta di nuovo dizionario della lingua italiana potrebbe diventare sinonimo di qualcos’altro. 

A tal proposito, è salutare leggere un illuminante contributo di Aldo Giannuli:

Noi tutti ricordiamo le immagini che dettero il via all'insurrezione contro il regime di Ceaușescu, trasmesse dalla tv austriaca, e cioè le cataste di cadaveri seminudi con un orrendo squarcio malamente suturato lungo tutto lo sterno: i morti causati dalla repressione del regime contro la minoranza ungherese a Timisoara. E ricordiamo anche le immagini in diretta della guerra delle Falkland: i carri armati inglesi che muovevano veloci su uno scenario verdissimo, in una irreale assenza di segni di combattimento. Ebbene, i cadaveri di Timisoara appartenevano a dei mendicanti alcolizzati, morti per l’eccezionale freddo di quei giorni e ai quali era stata praticata velocemente l’autopsia (ecco il motivo di quel taglio a malapena suturato), e i carri inglesi erano ritratti durante le esercitazioni dell’anno prima in Scozia.[2]

Sullo stesso piano potremmo collocare i tentativi statunitensi di giustificare la propria presenza militare in Iraq all’epoca delle guerre del Golfo: Saddam – si diceva – era in procinto di dotarsi di armi di distruzione di massa che avrebbero messo in serio pericolo l’intera area mediorientale… Stiamo parlando di quello stesso Saddam che gli USA, in precedenza, avevano sostenuto nella guerra contro l'Iran!

In sostanza, tutto ciò che è clamoroso non ha niente a che vedere con la verità, ne è solo una brillante e capziosa metafora che, in quanto tale, abbisogna d’interpretazione e d’interpreti smaliziati, cinici ed altrettanto astuti quanto coloro che l’hanno concepita. L’astuzia non farebbe assurgere questi attori sociali a paladini della giustizia, ma genererebbe un controcanto, cioè il duplice sfruttamento dell’informazione: da un lato, i creatori della notizia, creatori di metafore, dall’altro, i distruttori della notizia stessa, ovvero gli archeologi dei fatti. Si trova qui il primo punto d’insanabile rottura, dove nasce la dialettica tra gli uni e gli altri, una dialettica paradossale, senza dialogo, quasi surreale. Infatti, mentre gli autori della notizia sono costretti a creare metafore e figure consimili, i fruitori non hanno alcun obbligo, sono liberi, talvolta anche spensierati e goliardici, talaltra anarchici; le quali cose fanno di loro un’entità vuota ed irreperibile schiacciata dai mastodonti.

Questa nuova rubrica, che potrebbe essere intitolata “Parole d’Intelligence” (Intelligence, nell’accezione ampia…), è priva di buoni propositi, belle maniere e dichiarazioni di valore; viene fuori per caso da un bidone della spazzatura, abbandonata dalla puerpera e salvatasi per mistero, ma cresciuta in fretta, robusta e coraggiosa, tra le vie ombrose delle città del mondo. È piuttosto abile a non farsi amare per via dei suoi racconti pungenti e dissacranti, incursioni rapide e furtive nella società. C'è da chiarire, fin da ora, che non è una narratrice né, tanto meno, una poetessa, come non è una filosofa o una pittrice o qualsiasi altra figura artistica. Il suo genitore putativo è troppo impegnato a guadagnarsi da vivere per fare bella mostra di sé e dei propri valori, valori che, forse, non possiede e non vuole possedere. A dire il vero, qualcosa di buono forse c’è: il linguaggio.

Analizzare gli atti linguistici vuol dire aver visto ciò che è stato, prevedere ciò che sarà, abitare il mondo con limpida perspicuità e lungimiranza, vuol dire sapere. Detrattori e obiettori potrebbero facilmente bocciare tale ipotesi per ciarlataneria o congetturare di imbonitori saccenti e impavidi, ma la scienza, l’esperienza e il laboratorio restano incrollabili.

La nostra lingua, sia quella scritta sia quella parlata, è fatta di parametri che si ripetono in modo puntuale e sistemico; non a caso, essa è considerata ricorsiva. Partendo da mezzi finiti, tutti noi riusciamo a produrre una serie infinita e, per l’appunto, ricorsiva di combinazioni, che si strutturano secondo una particolare frequenza d’uso. In pratica, le modalità espressive di ognuno di noi si basano su un certo patrimonio comune, ma differiscono le une dalle altre sia per lo stile sia per le vicende vissute o parzialmente sperimentate dal parlante. Non possediamo la lingua di Dio e non c’è la pretesa di proclamare la verità, ma abbiamo il coraggio di indagare, scoprire e conoscere.

Qualsiasi città ideale è costruita, nella mente dei filosofi, con i mattoni e le macerie delle città reali. [3]




[1] Cfr. GIANNULI, A., 2009, Come funzionano i servizi segreti, Adriano Solani Editore – Ponte alle Grazie, Milano, p. 136.
[2] Ibid., p. 121.
[3] CORNELI, A., 2007, Potere e libertà, Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano, p. 23.

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