sabato 21 novembre 2015

PREVISIONI MINACCIOSE


Sto scrivendo un saggio – o qualcosa di simile – e, prima o poi, lo darò alle stampe: il pronunciamento appare regolare, conforme alle mie capacità umane e cognitive, ma, soprattutto, contiene il mio senso di responsabilità, vale a dire la mia coscienza verbale. Affermo, in pratica, delle cose che posso dimostrare o, per lo meno, far diventare valide nell’economia dell’attenzione altrui. Potrei aggiungere tante altre considerazioni, quali sono quelle riguardanti il tempo di ricerca e stesura, l’argomento trattato, gli obiettivi scientifici, cosicché dalla mia dichiarazione verrebbe fuori un vero e proprio progetto linguistico-comportamentale. Forte del mio progetto, allora, ne parlo con altre persone generando anche delle aspettative. Nessuno si sofferma sul valore episodico e semantico di ciò che dico, si tratta di aspetti che passano inosservati e ai quali, per lo più, non si bada, allo stesso modo in cui non ci si preoccupa molto della grammaticalità delle mie asserzioni. Il significato delle mie frasi, coordinate sopra, non si esprime in un complemento oggetto, il saggio, e nell’azione futura di darlo alle stampe; diversamente, esso deve esistere per essere espresso, deve diventare esperienza comune. Prima o poi lo darò alla stampe, in questa fase, può significare pure l’esatto contrario, prima o poi non lo darò alle stampe. Il significato è una variante di realizzazione dei nostri propositi, appartiene alla possibilità e non alla realtà. Il processo di scrittura può interrompersi improvvisamente, allo stesso modo in cui posso avere difficoltà nel convincere un editore a pubblicare il mio lavoro. 

Fin qui, il riesame del mio pronunciamento può essere considerato irrilevante, fuorché si isoli una sorta di morale dal mio discorso: la responsabilità che ciascuno di noi si assume parlando, scrivendo e coinvolgendo chi ascolta e legge. Non sfugga tuttavia che la pretesa di fare previsioni nette con le parole, la convinzione di potere programmare qualcosa mediante gli atti linguistici e la causalità veicolata dalle nostre intenzioni costituiscono il fondamento della deriva e della conseguente devianza. Noi siamo l’unica specie vivente che si sia evoluta nella totale assenza di una competenza bio-specifica trasmessa dal codice genetico. Al linguaggio, che sembrerebbe distinguerci dagli ominidi meno evoluti, si riconosce ormai una perfetta localizzazione neurobiologica, fin dai tempi di Broca e Wernicke, ma esso passa di generazione in generazione per fenomeni socio-culturali ed è chiaramente multifattoriale. Il piccolo ragno, fin dalla nascita, sa organizzare la propria tela con eleganti geometrie, le piccole anatre , anch’esse alla nascita, nuotano con abilità, il primate umano terricolo, cioè l’uomo, non possiede alcuna capacità specie-specifica e lotta per conquistarsi il primato del linguaggio, sebbene non tutti, in età adulta, com’è noto, lo sappiano padroneggiare con maestria.

Troppe volte si pensa all’evoluzione del linguaggio solo in termini di funzione intellettualizzando eccessivamente il processo di adattamento.[1]

Il nostro discorso è un allarme, un avviso di pericoli, un principio di squilibrio; lo è, ogni qual volta in cui lo si propone come dato di fatto o presupposizione di validità dei significati. Tra un pronunciamento  e l’altro, qualcosa esiste e ha significato solo ed esclusivamente perché accade. Noi abbiamo facoltà o di descrivere ciò che accade o di congetturare: null’altro. Basta prestare attenzione allo sconvolgimento linguistico che colpisce gli schizofrenici per capire la portata dell’errore di presunzione. Come s’è detto in precedenza, essi sono caratterizzati da sovrabbondanza di senso e implicazioni logiche.[2] In caso di grave psicopatologia, il paziente eccede in questa snervante e inarrestabile ricerca di senso e inferenze. Non c’è, come si pensa, un impoverimento morfo-sintattico, tranne che in presenza di lesioni organiche del cervello. Ciò dovrebbe farci comprendere in quale direzione si muove il nostro eloquio, come se la persona sana e lo schizofrenico fossero gli estremi opposti del medesimo piano linguistico-comportamentale, diversi per grado, ma non per natura. Le proiezioni cui siamo abituati per mezzo della parola designano alterazioni della realtà, che in genere sono parziali, pur essendo comunque potenziali devianze. Nel capitolo in cui si è discusso dei profili psicodigital (§ 14), sono state chiamate in causa le figure di coloro che, sfruttando il paravento degl’inglesismi e i blog come contenitori tritatutto,  si definiscono manager, anche se non dirigono alcun gruppo di lavoro. Ciò avviene tramite un vero e proprio modulo linguistico riconosciuto dall’intera comunità, un modulo abbinato con un codice. In questo caso, pertanto, la lingua si fa tendenziosa, progettuale, ma inautentica e impertinente, portando al parossismo la mia stessa previsione iniziale sulla stesura del saggio e la relativa pubblicazione. Io, è vero, non possiedo consapevolezza del fatto ‘pubblicazione’; posso averne circa l’azione dello scrivere, ma mi lascio tradire dalla congiunzione che introduce qualcosa che non è un fatto. Quando per di più si lega la propria assertività ai discorsi figurativi e retorici, più o meno mendaci, la posizione di squilibrio lungo l’asse ai cui estremi troviamo il parlante sano e quello schizofrenico si sposta e si avvicina sempre più allo schizofrenese implicito. Nessuna causalità può entrare a far parte delle nostre costruzioni linguistiche.

Da questo punto di vista lo sforzo di un lettore per capire Essere e tempo o per gustare le Poesie a forma di farfalla di Dylan Thomas non è di natura diversa da quello compiuto da un qualunque psicopatologo che cerca di svelare il senso riposto dei neologismi, dei paralogismi e delle argomentazioni capziose di un delirio di persecuzione di un paziente schizofrenico.[3]

Ricordo ancora in modo vivido un paziente schizofrenico che, raccontando la propria esperienza al gruppo di accoglienza presso il quale mi ero recato a svolgere le mie ricerche, disse in preda all’agitazione psicomotoria: – Ad un certo punto, mi sono guardato allo specchio… Avevo le corna, ero il diavolo, tutto un fuoco. – Poi, aggiunse: - Dovevo ammazzare il diavolo che mi  possedeva. Ho pensato di buttarmi dal secondo piano. E mi sono buttato! –. Troppo sbrigativamente si è convinti che queste forme di racconto siano distanti dai parlanti sani, per quanto qui non si voglia sostenere che tutto il linguaggio è malato. Tutto il linguaggio include, semmai, una forte evocazione di squilibrio, una tale componente d’illusorietà e vacuità che non si può giudicare lo schizofrenese come uno scandalo linguistico. Da un punto di vista linguistico, emerge un dato che accomuna molti dei soggetti con schizofrenia e i parlanti sani, fatta eccezione, naturalmente, per i catatonici: la funzione poetica del linguaggio, che nel parlante sano è solo una sfumatura, nell’eloquio dello schizofrenico, è talmente marcata da indebolire o, addirittura, annullare completamente qualsiasi altra funzione linguistica. In tutti i pazienti che ci informano mediante la narrazione dei sintomi positivi della Schizofrenia, si scorge il pondus incontrastabile dell'atto perlocutorio implicito formulato e riformulato anankasticamente, quantunque ciò avvenga senza precisa intenzionalità. Infatti, nel caso del soggetto appena descritto, all’esposizione del fenomeno suicidario segue una sorta di passaggio di polarità emotiva, che matura con la storia della sua dedizione alla missione cristiano-apostolica, un salto verbale di proporzioni spropositate. Ciò che più preoccupa lo psichiatra, in questo caso, è la distanza dalla realtà, dai fatti, da ciò che accade. Occorre, allora, tornare ai dialoghi della nostra pretta quotidianità per rilavarne il margine di approssimazione e scoprire in che misura essi si esplichino principalmente nella latenza dei significati. L’idea chomskyana di una competenza innata e secondo la quale, partendo da mezzi finiti, riusciamo a produrre una serie infinita e ricorsiva di combinazioni sintagmatiche è un paradigma descrittivo della competenza e della performance linguistica, ma è necessario ricordare che lo stesso Chomsky distingue una struttura superficiale della lingua da una struttura profonda, in cui, di fatto, si trova la natura problematica delle nostre intenzioni e della nostra tendenza alla previsione. A ben vedere, l’analisi della struttura superficiale del sintagma non ci rivela alcunché, fuorché la natura degli schemi di operatività: F[SN – SV]. Il passaggio alla struttura profonda, attraverso i diagrammi ad albero, invece, può esserci utile almeno alla comprensione dell’esistenza di un processo.


Per analizzare il diagramma occorre sapere che Chomsky ha introdotto la nozione essenziale di testa, ovverosia ciò attorno a cui ruotano tutti gli altri elementi del sintagma e, di conseguenza, il legame tra i significati.


In pratica, telefono e funziona sono le teste, rispettivamente, del sintagma nominale e del sintagma verbale. Ad ogni modo, fino a quando non si sarà sviluppato un modello complesso di frase, sarà difficile comprendere il valore della Grammatica Generativa Computazionale. La suddivisione della frase in sintagmi, infatti, pur non circoscrivendo l’area problematica dell’intenzionalità, ci permette di capire che cosa accade nella mente di un parlante, di cui siamo in grado di rilevare movimenti psicolinguistici e semantico-strutturali.  Se, dunque, andiamo oltre la F [Il telefono Funziona], e costruiamo un diagramma ad albero per la F [Mario si dichiara esperto di informatica], allora i moduli di psicosemantica sono più facilmente descrivibili e raggiungibili che nel caso precedente.


Si comprende anzitutto che SN e SV costituiscono dei nodi funzionali o, in altri termini, che SN e SV sono vere e proprie funzioni dominanti all’interno della frase. Lo schema mentale che ne ricaviamo è questo: per ogni F, un SN è seguito da un SV. Nella lingua italiana, lo schema generale e che presiede alla strutturazione del discorso è S-V-O, Soggetto-Verbo-Oggetto. Procedendo oltre nell’esplorazione della struttura profonda, notiamo che esistono diversi livelli o strati. Il primo è già emerso, tant’è che nella grafica SN si trova sullo stesso piano in cui si trova SV. Appena al di sotto, troviamo N, V e SA; al terzo livello, Agg e SP; da ultimo, P e SN. In pratica, la F [Mario si dichiara esperto di informatica] ha tre livelli di combinazione, i quali non sono altro che i moduli con cui la mente umana del parlante italiano elabora il linguaggio, vale a dire il meccanismo generativo. La dimostrazione della validità del riscontro modulare è spiegata ampiamente nell’affermazione di Pinker, secondo cui un enunciato non può essere una catena, ma è un albero.[1] Se, infatti, noi fossimo costretti a ricevere input linguistici attraverso una catena in una sequenza di anelli e concatenazioni, non saremmo affatto in grado di comprendere il significato di una frase lunga. Se, per esempio, ascoltiamo l’intervento di un relatore durante una conferenza, senza prendere appunti, non memorizziamo mica tutto quello che dice, ma ci limitiamo a trattenere per noi i passaggi fondamentali.

Siamo dotati, in pratica, di una sorta di analizzatore mentale, il parser,[2] che ci permette di riconoscere le strutture linguistiche con cui noi stessi produciamo le frasi e i relativi significati. Il migliore tra gli esempi consiste nella descrizione del modo in cui è stato riportato il verbo all’interno dell’ultimo grafico, quello della F complessa. Il verbo riflessivo-pronominale dichiararsi è stato presentato con la seguente stringa: (CLITICO) si + dichiarare (+traccia). Ciò è stato fatto per far notare che nella mente del parlante italiano la regola secondo cui ci viene insegnato che il verbo transitivo si completa col complemento oggetto è sempre rispettata. La traccia rappresenta, infatti, la proiezione mentale del complemento oggetto, che, in conformità alla grammatica standard, è stato spostato in posizione preverbale. L’assenza dell’elemento grafico-fonetico, secondo Chomsky, è un’anafora mentale, ossia una ripetizione-proiezione in base alla quale si fa luce sull’intero meccanismo cognitivo con cui l’uomo, mediante l’applicazione di parametri, costruisce i significati.


La grammatica universale mira alla formulazione dei principi che entrano nel funzionamento della facoltà del linguaggio. La grammatica di una lingua particolare rende conto dello stato della facoltà del linguaggio successivo al contatto con i dati forniti dall’esperienza; la grammatica universale rende conto dello stato iniziale della facoltà del linguaggio precedente ad ogni esperienza.[3]

Imparare a riconoscere questi passaggi non risolve il problema: come affrontiamo o, diversamente, come comprendiamo il processo d’intenzionalità che precede la performance? Prima di tentare di dare una risposta a questa domanda, è bene dire che, se è vero che il riconoscimento del meccanismo generativo e computazionale non ci permette di indagare sulle intenzioni di un parlante, è vero parimenti che esso possiede i caratteri dell’utilità preziosa perché ci permette sia di distinguere un eloquio sano da un eloquio patologico sia di fare previsioni – non causali – sul comportamento linguistico del parlante medio. Nel caso della distinzione tra eloquio sano ed eloquio patologico, è sufficiente richiamare alla memoria il meccanismo ricorsivo, trattato in precedenza, per rendersi conto che il flusso di ricorsività, nello schizofrenese, è sempre eccedente, sovrabbondante e mai paragonabile con quello ordinario. Anche per i pazienti affetti da Schizofrenia Catatonica, quelli la cui emotività è appiattita, l’uso di formule linguistiche ossessive è un tratto chiaro della patologia: per intenderci, non necessariamente bisogna ascoltare la classica insalata di parole. Nel caso delle previsioni non causali circa il comportamento linguistico, sappiamo, adesso, di possedere uno strumento di indagine tramite il quale è sufficiente registrare la tipologia d’uso dei nodi funzionali d’un qualsivoglia soggetto X per prevederne continuità ed effetti. Gli schemi, infatti, sono universali, ma le modalità di espressione specifiche si ritrovano nelle varianti stilistiche del parlante X. Se, pertanto, sfruttiamo la teoria secondo cui è inevitabile usare dei parametri, allora il comportamento linguistico specifico non è più un mistero. In quanto all’intenzionalità, invece, la questione rimane aperta e problematica sia perché, qualora se ne scoprisse il reale funzionamento, a mio avviso, si entrerebbe in possesso della lingua di Dio, cioè di una previsione causale su azioni ed eventi; il che mi sembra una pretesa insensata, sebbene siano stati pubblicati eccellenti lavori d’indagine sull’argomento in questione: per citarne almeno uno, Azioni ed eventi di Donald Davidson, per esempio, mi pare che sia un ottimo lavoro, ma ribadisco che ogni tentativo di dire qualcosa sull’intenzionalità, da quello di matrice strettamente neurobiologica a quello d’origine filosofica, è fortemente contrastato dall’imperscrutabilità del mentalese. In conclusione, tornando al mio pronunciamento iniziale Sto scrivendo un saggio – o qualcosa di simile – e, prima o poi, lo darò alle stampe, pur ammettendo che esso sia stato formulato secondo tutte le condizioni di verità, nessuno, di fatto, sarà mai in grado di fare ipotesi su ciò che – per così dire – mi passa per la testa. I nodi funzionali sono presenti in modo regolare e così pure gli sviluppi sintattici, ma non basta dire che libro e alle stampe potrebbero costituire il focus delle due frasi, cioè l’elemento d’informazione non condivisa, per rivelare il mio processo intenzionale. Allo stesso modo, potremmo dire che sto scrivendo e darlo (azione del dare diversa dalla locuzione ‘dare alle stampe’) sono dei topic, ciò che è già noto nell’ambito dell’interazione comunicativa, ma, anche in questo caso, il gap semantico è enorme, non definibile né, tanto meno, raggiungibile. Premettendo, infatti, che focus e topic si possono riconoscere solo con un preciso riferimento al contesto, qual è il rapporto tra scrivere, libro e dare alle stampe e la mia memoria a lungo termine? Quali sono le rappresentazioni evocate da queste funzioni linguistiche? È quasi del tutto impossibile rispondere con una certa educazione linguistica o senza rifarsi all’invenzione pura e, talora, indisciplinata perché dire non è accadere, la parola non è un fatto.
  
La casualità è una spiegazione meccanica che, potendo riguardare solo l’apparenza fenomenica, non può mai essere assunta come criterio generale, pena la continua potenziale fallibilità delle asserzioni e/o dei comportamenti. L’attribuzione della casualità ha sempre e solo un senso regionale, contestualizzato, specifico.[4]


[1] PINKER, S., 1994,  The Language Istinct, trad. it. di G. Origgi, 1997, L’istinto del linguaggio, Arnoldo Mondadori editore, Milano, p. 88.
[2] Ibid., p. 189.
[3] CHOMSKY, N., 1988, Language and Problems of Knowledge. The Managua Lectures, trad. it. di A. Moro, Linguaggio e problemi della conoscenza, 1991, Società Editrice il Mulino, Bologna, p. 54.
[4] PENNISI, A., PERCONTI, P., 2006, op. cit., p. 208.





[1] PENNISI, A., PERCONTI, P., 2006, op. cit., p. 201.
[2] Cfr. Ibid.
[3] Ibid. p. 215.

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