mercoledì 4 novembre 2015

DISTURBI DA BLOGGER


Un testo con cui si volessero mettere in fila insipide castronerie e spicci luoghi comuni potrebbe cominciare con la seguente tiritera: “Da sempre l’uomo sente il bisogno di (…)”. Ne deriverebbe, come spesso accade, un’immediata deficienza di persone, autori e pensatori da mercatino dell’usato, e atti, nient’altro che esecuzioni esangui di capacità linguistiche. Le funzioni cognitive, in questi casi, sarebbero ridotte ai minimi termini e si fisserebbero in una morale asfissiante: si scrive o si dice perché il corredo genetico possiede delle sequenze che conducono gli ominidi evoluti a scrivere e a dire. L’uso del concetto di evoluzione, nondimeno, include la sconfitta, senza lo svolgimento di alcuna competizione, di coloro secondo i quali “l’uomo da sempre sente il bisogno di (…)”.

Infatti, se è vero che l’uomo agisce in un certo modo da sempre, allora è probabile che tutti i cosiddetti successi neurobiologici sia nulli, dall’acquisizione della stessa facoltà del linguaggio alla gestione dei sistemi binari dentro cui, per lo più, operiamo. È lecito chiedersi, a questo, punto perché alcuni, nell’organizzare il proprio pensiero e metterlo per iscritto, si avvalgano di proposizioni inutili, insignificanti e, per ciò stesso, ininfluenti. Si può trovare conforto, anzitutto, nel bisogno di aggregazione e partecipazione: questo, sì, da sempre![1] È necessario sottolineare, pertanto, che ciò che rientra nella categoria del “da sempre” non è altro che una sorta d’istinto che precede la comunicazione e il linguaggio. Si tratta di qualcosa d’incomunicabile, ma permanente.

Un tempo, i gruppi primitivi e clanico-totemici erano del tutto convinti di poter dominare la natura attraverso l’esercizio di pratiche di magia rituale. Dopo che fu stato scoperto che il mago-sciamano non era in grado di soddisfare tutti i bisogni della comunità, subentrarono gli dei come possessori di poteri occulti, ma che l’uomo poteva interpretare. Il meccanismo in questione fu puramente compensativo: in pratica, trasferisco sull’entità irraggiungibile ciò che non sono in grado di fare. A poco a poco, dalla sperimentazione magica venne fuori la scienza e dal sacerdozio quale ufficio di relazione tra uomini e dei vennero fuori le religioni.[2]

Sebbene possa apparire strano, scandaloso e, certe volte, inaccettabile, il meccanismo di compensazione è una difesa umana che, spesso, può contrastare anche l’evidenza scientifica e frustrare l’uomo a tal punto da inebetirlo e spingerlo anche a rifugiarsi nei “da sempre”, sintagmi astratti, come tanti altri, basato su una competenza o funzione cognitiva elementare: la ricorsività della produzione linguistica.
Il sostantivo, da sé, sembra oscuro, ma non lo è per niente. Paolo è bello è un semplice giudizio. Siamo in grado di trasformarlo e ampliarlo in Laura ha detto che Paolo è bello, ma, nello stesso tempo, non facciamo fatica a passare all’ampliamento successivo con Francesca pensa che Laura abbia detto che Paolo è bello. In poche parole: potremmo andare avanti all’infinito perché siamo dotati, per l’appunto, della capacità ricorsiva e combinatoria. Questa dote, naturalmente, non ci mette al riparo dalle insipide castronerie e dagli spicci luoghi comuni, anzi ci espone di più, perché, talora, per il suo tramite, ci convinciamo di possedere talenti inesistenti. 


La pluridecorata e polivalente rivoluzione del web 2.0, pur essendo un primato della comunicazione e del marketing, in qualche modo, ancora tutto da scoprire, ha causato un vero e proprio processo di regressione psicolinguistica, un’accelerazione di ritorno al pensiero primitivo, in cui il meccanismo di compensazione s’è sovrapposto all’ingegno. S’è creata una area di rifugio in cui libertà, intelligenza e professionalità sono sinonimi di blogger, content manager, digital media strategist, web writer, web marketing manager, personal branding manager, copywriter, freelancer, digital life coach et similia. In #errorieparole, il fenomeno era stato trattato sotto il profilo grammaticale; adesso è il caso di farsi qualche domanda di altro genere. Perché è sufficiente lasciare scorrere la pagina dei propri contatti di Twitter (following e follower, senza discriminazione), dove i profili sono subito evidenti, per accertare che circa l’80% di questi è rappresentato da soggetti con le caratteristiche suesposte? C’è qualcosa che non va, per dirla in modo volgare, c’è una disfunzione linguistica e comportamentale. Nessuno fa più il fabbro? Nessuno fa il fruttivendolo? Chi accredita queste figure? Una stima statistica elementare sarebbe già sufficiente a far scattare l’allarme.

Questo sforzo psichico compensatorio si svolge spesso per potere superare le situazioni difficili della vita su nuove vie, ed appare abbastanza esperto per adempiere in modo meraviglioso allo scopo di mascherare anche un deficit di cui si ha la sensazione. Il modo più diffuso con cui si tenta di nascondere un senso di inferiorità nato nella prima infanzia consiste nella costruzione di una sovrastruttura psichica compensatoria, che tenta, nel modus vivendi nervoso, di riacquistare nella vita la superiorità e un punto d’appoggio con disposizioni e sicurezze bell’e pronte e in pieno esercizio.[3]

La ricorsività non è la sola competenza ambigua, cioè essa non è l’unica componente del linguaggio e della pragmatica della comunicazione umana che si eserciti in modo duplice: vantaggi e svantaggi provengono da più parti. Come s’è detto nei capitoli precedenti (§ 1), la maggior parte dei significati della nostra comunicazione passa attraverso le implicature. L’implicatura è, in parole povere, un processo di deduzione del senso implicito di una frase che si mette in moto anche in assenza dei segni linguistici di riferimento.

Tizio chiede a Caio: - Che ne pensi? -; Caio, nel rispondere, deduce dal ne d’argomento il contenuto del messaggio: in pratica, si serve dell’implicatura convenzionale. Qui, entra in gioco lo svantaggio a pareggiare i conti. Le nostre deduzioni – dicono i linguisti – sono, il più delle volte, cancellabili: nascendo dalle intenzioni, esse non sono affatto simmetriche sul piano della relazione, cosicché il parlante o lo scrivente sfruttano d’arbitrio e talvolta in modo sconsiderato il margine aperto e ampio della deduzione intenzionale. Quando questo processo si svolge, per giunta, sul web, in cui la semantica della relazione è rinchiusa in una sorta di esercizio rituale, allora l’area di fuga o compensazione può estendersi in modo smisurato. Per quanto la citazione del frammento di Alfred Adler possa rivelarsi parossistica, non possiamo non accettare l’ipotesi che buona parte di questi profili psicodigital – mi si conceda l’espressione! – siano proiezioni frustranti e accomodanti della mente umana, luoghi dell’autoannientamento e della possibile genesi di nuove forme di psicopatologia. Gli studiosi di psicotecnologia, non a caso, da un nutrito decennio, se ne occupano.


Watzalawick, per esempio e molto probabilmente, è uno degli autori più amati da queste personalità controverse, ma evidentemente non si rendono conto che Watzlawick è proprio colui che più di ogni altro si ritorce contro chi non lo studia attentamente.  Watzalwick, infatti, sostiene che noi siamo parte di circuiti di retroazione negativa, sistemi sociali in cui il comportamento dell’uno influenza quello dell’altro fino a generare un equilibrio.

L’equilibrio, di fatto, non proviene dalle svolte positive, come in genere si pensa, bensì da quelle negative perché quelle negative contrastano il cambiamento all’interno del sistema, che teme l’alterazione della propria natura e, in ciò stesso, si consolida. I sistemi, in quanto capaci di sfruttare gli adattamenti precedenti per mantenere l’equilibrio futuro, operano secondo moduli di ripetitività, configurando catene e sequenze, tanto da caratterizzarsi per la ridondanza. Da ultimo, questo stato di cose – aggiunge Watzalawick – determina la limitazione del sistema stesso: ogni interazione diventa una restrizione delle possibilità degli scambi futuri.[4] In sostanza: il linguaggio che i soggetti psicodigital usano crea attorno a loro delle condizioni di accesso alla dimensione della fuga compensatoria e l’atto di partecipazione imitativo-ripetitiva configura immediatamente le sequenze negative, restringendo il campo delle alternative. 


Reinterpretando il fenomeno, secondo presupposti di pragmatica del linguaggio, si può affermare che la quantità di inglesismi utilizzati è da considerare come l’acquisizione di un’abilità combinatoria, per così dire; per la qual cosa, un digital media strategist può anche essere un digital life coach, senza differenze specialistiche: le aree semantiche di entrambe le espressioni sono simili e vaghe, quasi del tutto astratte perché non indicano competenze, come se ci si persuadesse che un prestito da un lingua straniera fosse sufficiente a qualificare la persona.

Si tratta della metafora di una possibile derealizzazione, della modesta, ma incipiente, alterazione dell’esame di realtà. In materia di realtà alterata, basta accostare i sintagmi adottati per descrive le astratte competenze alle immagini dei profili, dove saggezza, beatitudine e felicità sembrano essere le uniche condizioni d’un’esistenza sempre gravida di belle sensazioni… Il mondo reale non è fatto solo di colori riposanti!

Un tempo, sulle emittenti televisivi provinciali, comparivano sedicenti maghi che si dichiaravano capaci di fornire al malcapitato di turno i numeri vincenti per la successiva estrazione della lotteria nazionale. Chi possedeva un briciolo d’intelligenza non esitava a chiedersi: - Se è in grado di prevedere quali numeri saranno estratti, per quale motivo non li usa per sé, anziché fornirli ad altri? Guadagnerebbe di più… -. Lo stesso scetticismo di metodo si potrebbe applicare a quanti tra strategist e manager del web si propongono alacremente di dare consigli agli altri e finiscono col farlo in modo ossessivo.

Di regola, non se ne deve trarre una condanna per la categoria; per contro, si deve altresì tenere in seria considerazione la nascita e l’esplosione di un fenomeno deviante, una specie di pandemia senza precedenti. Abbiamo tutti bisogno di un po’ di favole e di un po’ di miti, quasi fossero luoghi dell’eterna e confortante infanzia; in ogni favola e in ogni mito non facciamo altro che raccontare a noi stessi un nuovo possibile epilogo, in cui abbiamo conquistato la principessa e sconfitto il male; il che ci fa vivere della speranza di alternative benefiche, non è principio di degenerazione; non lo è nella misura cui non si finisca col raccontarlo pure agli altri, oltre che a noi stessi. 

Essere manager vuol dire dirigere un gruppo di persone e, magari, all’interno di un’azienda, non mettersi a capo di sé stessi dietro un pc.



[1] Cfr. CHIARELLI, B., 2003, Dalla natura alla cultura Principi di antropologia biologica e culturale, vol II, Origini della socialità e della cultura umana, Piccin, Padova.
[2] Cfr. FRAZER, J. G., 1890, op. cit.
[3] ADLER, A., 1920, Praxis und Theorie der Individual Psychologie, trad. it. di V. Ascari, 1949, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, p. 37. 
[4] Cfr. WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op. cit.

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