sabato 10 ottobre 2015

MADRI TERRIBILI


M. è una donna di 38 anni, presenta una complessione robusta; in lei si riscontra subito un particolare difetto fisico, un evidente prolasso addominale che le provoca inibizione sociale e costante disistima per la sua identità femminile. I suoi tentativi di camuffarlo con l'abbigliamento e le posture artificiose sono goffi e ansiogeni. È sposata da circa 10 anni con una persona che dichiara perentoriamente di non amare e alla quale si sarebbe unita per sfuggire alle vessazioni di un padre violento. Dalla loro unione sono nati cinque figli, cui è legata da 'amore e odio' per via del castrante stile di vita che deve condurre in quanto madre-casalinga. Il suo livello di istruzione è piuttosto elevato: laurea in scienze politiche.

La famiglia d'origine di M., invece, si colloca nel modello patriarcale di bassa scolarità, nella cui dimensione, per l’appunto, il padre sovrasta, segrega e soggioga tutte le altre figure: molto di frequente, egli, nel passato, è stato protagonista di atti di violenza sia nei confronti di M. sia nei confronti della madre di M. I fenomeni che mi spingono ad analizzarne il profilo identitario sono racchiusi nell'ipotesi diagnostica di Disturbo Schizoaffettivo e si rivelano attraverso alcune frasi inquietanti, mozzafiato e che sfuggono alla comune interpretazione. Alterazioni psicomotorie e, in particolare, stropicciamento delle mani e sfregamento della pelle, unitamente ad uno sguardo infisso al suolo sono le condizioni d'esordio e di svolgimento del colloquio, che, tuttavia, non risulta affatto impedito. In contrasto con l'evidente prostrazione dell'approccio, si mantiene costante lo sforzo di apparire amabile e gioviale, come se la cronica 'difficoltà di stare al mondo' fosse nascosta dalla gradevolezza delle parole e dei modi.

Fin dalle prime battute, M. denuncia una cronica evoluzione di polarità del proprio umore. Alla richiesta di discutere le ragioni della consulenza clinica, ella non pone alcun indugio a descrivere una sorta di parabola evolutiva d'una giornata media: si alza in preda alla tristezza ed alla stanchezza, che permane per un paio d'ore e la costringe ad una sorta di soliloquio ruminante. Intorno alle 11 del mattino, sente materializzarsi il passaggio dalla tristezza all'angoscia e, non di rado, al panico e alla connessa agitazione psicomotoria: ne conseguono palpitazioni, tremori fini, paura di perdere il controllo o di impazzire e l’ideazione, quasi delirante, che qualcuno le afferri la testa con entrambe le mani, facendo pressione sulla zona temporo-parietale, allo scopo di stritolarla… In queste circostanze – non sempre, ma per lo più – avverte pulsioni aggressive incontrollabili, di cui, il più delle volte, sono vittime i figli.

Di seguito, si narrano due tra gli episodi più significativi. Nel primo caso, M. stava lavando la propria figlia dell'età di 3 anni, quando, d’improvviso, in seguito alla ritrosia della bambina, ha avvertito l'esigenza di farle del male, così da spingerle la testa verso il fondo della vasca da bagno.


Alla domanda su quale fosse il suo stato d’animo durante l’evento M. risponde dicendo di aver provato <<piacere e soddisfazione>>, cui hanno fatto seguito sentimenti terribili di svalutazione, colpa ed umore depresso. Quando le viene chiesto di descrivere la scena, tempo e sentimenti scompaiono dalla sua esposizione; la bambina non è presentata come la figlia: <<Quel corpo è lì e io non so perché sia lì; si agita troppo e mi scompone la testa.>>. La scena è descritta in un presente atemporale che annienta il legame materno-filiale e fagocita la tensione in un luogo indeterminato. Non c'è un tempo che abbia preceduto a livello causale l'evento traumatico. Ritroviamo solo un avverbio di luogo, che tuttavia rappresenta uno spazio altrettanto indefinito. Lo spazio ha la meglio sul tempo, allo stesso modo in cui lo sfondo prevale sulla figura e sul protagonista. Ciò che la paziente vede è un insieme di cose la cui immobilità è turbata improvvisamente; il che la spinge ad agire in difesa di una staticità salvifica. Non c'è da meravigliarsi allora che perfino un figlio possa diventare un oggetto tra gli oggetti. Ne consegue che, se l'oggetto diventa pericoloso, ella lo attacca e tenta di eliminarlo. Non si trascuri l'apparente contraddizione contenuta nell'affermazione 'quel corpo e lì e io non so perché sia lì'! M. vede un corpo e ne riconosce la presenza, ma non sa distinguere, molto probabilmente, un 'prima' da un 'dopo', non è in grado di seguire la propria memoria narrativa, cosicché il peggiore dei suoi timori è quello della scomposizione della testa perché ella stessa sta per diventare un oggetto. In più di un'occasione, dopo avere ascoltato una mia domanda, mi chiede addirittura se io le abbia rivolto quella stessa domanda.

Nel secondo caso, la vittima è il più grande dei figli (10 anni): spesso, specie nella fase di irritabilità ed aggressività, 'si ritrova' a colpire con calci e pugni il proprio figlio tanto da non riuscire a fermarsi, a meno di vedere il volto del bambino livido ed in evidente sofferenza: questo 'ritrovarsi a fare qualcosa' per lei è una scoperta e null'altro, come se chi aggredisce il figlio e M. fossero due persone diverse.

C'è da tenere in considerazione che l'evoluzione di polarità, dall'umore depresso all'irritabilità ed all'aggressività, si configura come dominante nella personalità della paziente, al cui excursus clinico-diagnostico bisogna aggiungere il sonno non ristoratore caratterizzato da incubi ed un'alterazione dell'appetito con frequenti abbuffate. In specie, nella fase dell'umore depresso, come sintomi addizionali, si presentano: ideazione suicidaria, incapacità di concentrazione, disperazione, marcati problemi somatici; la paziente dichiara di immaginare molto spesso, mentre guida la propria autovettura, di volere uscire di strada per lanciarsi da un cavalcavia o da un ponte; si è rivolta ad un reumatologo per indagare su una serie di dolori articolari che la affliggono da tempo (la diagnosi è stata del tutto negativa con ambigua prescrizione di psicofarmaci assunti per un breve periodo e senza corretta posologia). Nella fase di irritabilità, al contrario, è incalzata da idee di morte ai danni della propria famiglia, di cui ella sarebbe protagonista attiva allo scopo di salvare i propri cari dai mali del mondo: <<Uccidiamoci tutti, così non soffre nessuno!>>.

Di tanto in tanto, ha anche <<tentato di dimenticare>> i pomelli del gas aperti nella speranza che si verificasse un'esplosione letale. A questi elementi va sempre associato il bisogno dirompente 'mettere in atto la propria aggressività', bisogno che non la abbandona quasi mai.  È chiaro che in questo quadro complesso e composito, le trame dei meccanismi di difesa sono piuttosto intrecciate ed allarmanti: dalla scissione alla formazione reattiva, dall'annullamento allo spostamento et cetera.

Ciò che, sulle prime e a distanza, può essere classificato come un Disturbo Bipolare I, in realtà, si amplia nella schiozoaffettività a causa dei deliri e delle allucinazioni. Tra le altre cose, nel Disturbo Schizoaffettivo rientra perfettamente la concomitanza di un Episodio Depressivo Maggiore e di uno Maniacale con relativa alternanza polare.

L'ultima frase che vorrei sottoporre all’attenzione del lettore è la seguente: <<Quando faccio l’amore, io non riesco a far l’amore… Ormai, non ricordo più quand'è stata l'ultima volta che… Anche se l'altro giorno io e mio marito lo abbiamo fatto… Bleah!>>.

Io suddividerei immediatamente la comunicazione di M. in due aree di significato. In questo modo, separerei il costrutto 'quando faccio l’amore, io non riesco a far l’amore' da 'ormai non ricordo più quand'è stata l'ultima volta che… Anche se l'altro giorno io e mio marito lo abbiamo fatto… Bleah!’. Nella prima area, la contraddizione, quantunque stridente, potrebbe anche essere considerata superficiale. In effetti, se non si conoscesse il caso, si potrebbe pensare ad una patologica insoddisfazione, ma non a una perdita dei nessi logico-discorsivi. M., al contrario, denuncia la propria identità come dissociata da sé stessa, pertanto l'atto sessuale si svolge alla stessa maniera in cui s'è svolta l'aggressione alla figlia. È un atto senza tempo e senza attori, i quali diventano oggetti in uno sfondo statico quanto il precedente. L'uso dei verbi è perfettamente inserito nel quadro sintattico, ma mai in quello narrativo. La componente poetica del linguaggio è assente e, se trapela ('bleah'), è disfunzionale, come lo è ogni riferimento ai tempi delle azioni ('non ricordo', 'lo abbiamo fatto').

È quanto meno sconcertante rendersi conto che questa categoria di madri non potrà mai ricostruire la storia della propria maternità e del proprio amore, un amore che soggiace alla violenta dissociazione dell’identità. Le loro emozioni e i loro sentimenti, quando riemergono dalla profondità dell'inconscio, sono isolati, freddi, erranti e inafferrabili, a tal punto che queste donne, spesso, li inseguono, pur non sapendo cosa inseguire; lo fanno per un dovere che sembra provenire da quanto sentono dire e, solo per questo, si sforzano di amare. Tanto più s'affaticano in questa ricerca, quanto più smarriscono la possibilità di vivere, che per loro, talora, si risolve anche e miseramente in una stanza di tre metri per tre metri per tre metri. Eppure, eroicamente sopravvivono: M. 'ce l'ha fatta'. Ne è venuta fuori; è una donna provata, ma adesso conosce il privilegio di un bacio e di una carezza.

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