sabato 31 ottobre 2015

L'AUTOPERSUASIONE DELLA FIDANZATA


L’appellativo di ‘fidanzata’ attribuito alla protagonista di questo capitolo è dettato esplicitamente da un automatismo comportamentale in base al quale ella esercita meccanicamente il ruolo di fidanzata immaginaria. Molte delle sue narrazioni, infatti,  fanno riferimento ad una figura maschile che, nei momenti di quiete della vita di comunità, s'intrufolerebbe nella sua stanza per stare in intimità con lei.


Sebbene gli elementi clinici a nostra disposizione siano pochi per via della sua passività, non si può indulgere a diagnosticare alla ‘fidanzata’ una Schizofrenia di Tipo Catatonico: si tratta di una donna sui quarant'anni, di media statura, con evidente alterazione della tipologia somatica. In particolare: labbra cascanti, cattiva dentizione e parete frontale slargata, pur essendo in contrasto con un aspetto esteriore sufficientemente curato, rafforzano e completano il quadro clinico summenzionato. Durante le fasi del colloquio, si rilevano marcate forme di mutacismo, negativismo e appiattimento delle funzioni cognitive ed emotive. Interviene solo in seguito a stimolo chiaramente e direttamente rivolto a lei, senza mai formulare frasi complesse e significative. Non di rado, la si sente canticchiare brani agrammaticali al centro del cui tema stanno ossessivamente ‘papà e mamma’. Di seguito, se ne ha un esempio:


L'uccellino si distacca da papà e mamma, perciò è infelice. Poi si riprende e diventa felice. Incontra il pericolo. Qualcosa che ci inghiotte. Le ho incontrate, ma mi sono liberata. Ad esempio, la depressione ti inghiotte. Può accadere di essere derubati. Del pericolo ci si deve accorgere. Una volta, ero in una casa al mare, dove c'era il balcone senza ringhiera ma con una punta di ferro. Avevo 13 anni ed avevo paura che una persona potesse cadere e morire. Ero con papà e con mamma. Sono sempre riuscita a scampare al pericolo. Il pericolo per me è la paura. Siamo sicuri che questa musica porti al pericolo.

Nelle risposte alle domande che le vengono poste, ripete a pappagallo l'intera domanda trasformandola in frase affermativa; di conseguenza, sembra accettare sommessamente la volontà del proprio interlocutore, dando credito a tutte le richieste di quest'ultimo, anche quando le frasi sono in contraddizione le une con le altre. Si sa per certo che, in passato, è stata protagonista di episodi di autolesionismo: era solita colpirsi le articolazioni con oggetti molto contundenti. Adesso, pur non avendo riportato lesioni organiche, si è convinta di non potere utilizzare la gamba destra, a tal punto che deambula cercando sempre un sostegno. Allo stesso modo, seduta, chiede un sostegno per potere distendere la gamba e, di notte, chiede un cuscino da sistemare sotto l'arto malato.

Dunque, il linguaggio delle devianze e, in particolare, della schizofrenia è una netta violazione della pragmatica della comunicazione che il soggetto rivolge contro di sé, una forza di persuasione occulta continuamente perpetrata contro l’identità sociale e affettiva della persona.

La natura perlocutoria degli atti linguistici, cioè la componente in virtù della quale ciascuno di noi tenta di determinare un certo effetto nell’interlocutore-ricevente, non è affatto svuotata, come comunemente si pensa; al contrario, è rafforzata, ampliata, decuplicata; tuttavia essa non segue alcun percorso relazionale; nasce e muore ciclicamente all’interno dello stesso soggetto, che finisce con l’essere vittima di sé stesso. Lo schizofrenico, spesso, appare stravagante, interessante e attraente proprio in funzione di questa sua capacità di produrre effetti, per quanto gli effetti non giungano mai all’altro, talché noi ne percepiamo solo l’estraneità.


Nel discorso suesposto e fatto dalla ‘fidanzata’, termini e costrutti sono messi al posto giusto, ma non si può dire altrettanto a proposito dei salti semantici e comunicativi. Possiamo anche capire perché l’uccellino sia infelice in seguito al distacco dai genitori, ma ci riesce difficile comprendere come e perché si sia ripreso, nell’ambito di quel ‘poi’ che non rinvia ad alcuna comprensibile concezione del tempo. Dalla conclusione delle prime due asserzioni (L'uccellino si distacca da papà e mamma e perciò è infelice) all’inizio della terza (Poi si riprende), comincia il dilemma di chi soffre di un disturbo mentale, vale a dire quello di una persona che rincorre sé stessa tra volti, che appaiono e scompaiono freneticamente, tra le cose, che passano da mille forme, senza mai prenderne una definitiva, e tra i significati che si moltiplicano all’infinito.

In effetti, l’autopersuasione è più apparente che effettiva, come se lo schizofrenico fosse costretto all’autopersuasione, condannato, senza avere la possibilità di opporre resistenza o averne la minima consapevolezza. Ciò non sta a significare che chi non è affetto da schizofrenia è perfettamente consapevole di tutti i passaggi linguistici; tutt’altro!


Nondimeno, è evidente che la persona sana non sprofonda negli spazi vuoti della comunicazione, non è tormentato dall’angoscia dei significati e dei rimandi simbolici, che anzi tralascia di buon grado. Non a caso, la ‘fidanzata’ passa dalla ‘felicità’ all’ ‘infelicità’ in modo diretto, dando luogo o ad una contraddizione o a un non-senso. Tutto accade in appena quattro asserzioni, che comunque non segnano la fine della turbolenza linguistica. Poco dopo, infatti, ella introduce il pericolo e di qualcosa che ci inghiotte, a dispetto della felicità appena narrata, sebbene la sequenza logica sia pressoché nulla. L’alternanza vorticosa tra ‘felicità’ e ‘infelicità’, allora, diventa presto manifesto nitido del disagio ammorbante, se si segue l’unico vero climax del suo intero intervento: il balcone senza ringhiera ma con una punta di ferro.


Le parole e il modo in cui sono combinate tra di esse sono una resa dell’uomo nei confronti del mondo sociale, riproducono un frammento della storia intima dell’individuo vivente a vantaggio di chi ne vuole interpretare il senso, si formano come rispecchiamento degl’intrecci nascosti.

In questo senso, l’ambiguità dialettica della coppia felicità-infelicità altro non è che il precedente narrativo morboso di un ‘balcone’ privo di protezione, un ‘balcone’ che, a propria volta, è non solo e non già il contesto di un ricordo, bensì e soprattutto il non-luogo dello smarrimento psicopatologico: ‘balcone’ è anche sostantivo performativo, cioè elemento che contiene l’atto di oscillare tra un pericolo imminente e indecifrabile e la possibile e temporanea salvezza. Potrebbe sembrare del tutto insensato, a questo punto, il riferimento a una persona che potesse cadere e morire, come se il timore dell’evento tragico fosse spostato immediatamente sul personaggio misterioso e lontano, ma la presunta insensatezza non genera alcuno spostamento. È lei stessa quella ‘persona’ che rischiava di cadere e morire, quando, all’età di tredici anni, la fidanzata era assieme ai genitori. Il pericolo si avverte molto meno, ogni qual volta in cui lo si proietta su figure lontane. Si è già detto, infatti, che la devianza trasforma la persona in oggetto di sé stessa, laddove l’Io non è comunque in grado di sorvegliare alcun processo di discernimento e differenziazione specifica tra soggetto e oggetto. Accade così che la ‘fidanzata’, anche inconsapevolmente, adotti dei meccanismi di difesa ora nascondendosi in una qualsivoglia persona, presentata nettamente, ora dicendo sono sempre riuscita a scampare al pericolo, ma non rendendosi conto di avere lanciato un allarme clamoroso in apertura del discorso.


La materia dei nostri dubbi e delle nostre paure era già viva nell’antica Grecia, dove l’eroe, il vero eroe, era fatto di rischio e volontà. La vita, di fatto, si dispiega tutta tra desiderio e volontà, spesso contraffatti dai bisogni! Il desiderio, per lo più, è cieco ed indeterminato, si lascia anche catturare dal bisogno. Si pensi al bambino, che vive il desiderio di autonomia dai genitori, ma la cui volontà è sempre quella di non separarsene mai! Si pensi all’adolescente che ha desiderio d’invincibilità e grandezza, nutrito nel sogno ad occhi aperti! Miti, riti arcaici e archetipici e sogni dell’infanzia si ritrovano nei racconti dell’adulto, le cui parole si esprimono in segni della differenza, di una sofferta differenza tra ciò che si pretende di raccontare e ciò che si può raccontare.

<<Allora continuo (disse il topo). “Edwin e Morcar, signori della Mercia e della Northumbria, optarono per lui, e persino Stigand, il patriottico arcivescovo di Canterbury, trovò opportuno (…)”>>
<<Trovò cosa?>> disse l’Anatra.<<Trovò opportuno>>, rispose il topo abbastanza seccato. <<Lo saprai cosa vuol dire opportuno, no?>>.
<<Io so quello che trovo io quando trovo qualcosa>>, disse l’Anatra; <<di solito è un verme o una rana. La questione è: “cosa trovò l’arcivescovo?”>>.[1]




[1] CARROLL, L., 1865, Alice’s Adventures in Wonderland, trad. It. di A. Busi, 1993, Alice nel paese delle meraviglie, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, p. 41.

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