sabato 24 ottobre 2015

IL DELIRIO DEL RE


L’idea secondo la quale il significato del mondo può essere dato nella nostra rappresentazione delle cose è, senza dubbio, la più pericolosa che il pensiero moderno abbia concepito. La pericolosità scaturisce da almeno due conseguenze: dal soggettivismo esasperato che ne può derivare e a causa del quale ogni individuo vivente, fin dalla tenera età, si convince di poter gestire il corso degli eventi; dall’isolamento della persona all’interno dello spazio e del tempo creati da tale convincimento. 

Soggettivismo e isolamento trasformano gli uomini in portatori di verità e di giudizio, ne stravolgono la possibilità d’intima comunione, ne snaturano la convivenza e ne degradano la speranza, a tal punto che l’appartenenza degli uni agli altri è pervertita e danneggiata da ciò che ognuno pretende di sapere. L’estasi fredda di questa ragione, finendo col manifestarsi entro i confini del solipsismo, prima o poi, congestiona l’entusiasmo e ripropone come dirompenti i bisogni primari, in una sorta di allarmante processo di regressione in cui non si può fare altro che cercare la via di fuga da tutto e da tutti. Il potere e la sicurezza che accompagnano l’iniziale interpretazione degli stati di cose, provocando il brivido della conoscenza, sono solamente le premesse paradossali della paura, forme di eccitazione abbrutenti, sintomi del disagio esistenziale, metafore della storia di un’anima. 

Di fatto, questo resoconto, che può apparire angosciante, non è altro che la proiezione o la ripetizione di una delle tante semplici ‘vite’ che non facciamo fatica a riconoscere nelle nostre cerchie, ma che stentiamo ad assegnare a noi stessi. Lo ha fatto, invece, con uno sforzo sovrumano, Lev Tolstòj, il quale ha messo per iscritto, ne La morte di Ivan Il'ič, le vicende di un uomo come tanti, perbene, modesto, quasi un personaggio neutrale e per il quale, in genere, non ci si sforza volentieri di produrre un lavoro letterario.

Ivan Il'ič è un giudice, ma, soprattutto, è persuaso di aver condotto una vita talmente lineare e onesta che, quando viene colpito da un male incurabile e sa di dover morire, ritiene che il fenomeno sia inspiegabile, inammissibile e inconcepibile, tanto da applicare disperatamente la logica aristotelica all’evento ferale. Egli è, sì, un uomo e, come tale, un uomo mortale perché tutti gli uomini lo sono, tuttavia il meccanismo deduttivo con cui si ritrova a operare risulta insufficiente e insoddisfacente. Il sollievo lo raggiunge solo in seguito ad un’intuizione elementare, banale e altrettanto insignificante quanto la stessa logica da sempre adottata: in realtà, la vita svolta – racconta a sé stesso – è stata una parvenza di certezze, un insieme di giudizi indistinti e accomodanti. Ivan Il'ič ha commesso una sola terribile ingenuità: avere una considerazione troppo elevata del proprio pensiero, qualcosa che è comune non solo a tutti noi, codificandosi come necrologio degli affetti puri ed essenziali, ma anche, nella maggior parte dei casi, ai pazienti schizofrenici, spesso sedotti dalla verità assoluta e dall’illuminazione, vere e proprie esplosioni del Sé.  


Se voi non avete più contatto con me, perirete tutti.[1]

Il mio cuore trasmette la sua pulsazione a tutti gli orologi del mondo.[2]

Lo slancio che conduce il paziente così lontano dal mondo e in virtù del quale egli, talora, pensa di esercitare potere anche indirettamente sulle forze naturali e su chi gli sta attorno, è lo stesso primordio dell’annientamento, della disintegrazione del Sé che ne appiattirà le funzioni emotive, in un sorta di fuga difensiva da una responsabilità troppo grande e inaccettabile per essere vissuta ed esperita.

Il paziente può così arrivare a fare esperienza del mondo come manifestazione di sé stesso, sebbene, al contempo, esperisca il sé come illusorio e assolutamente privo di fondamento.[3]

Un personaggio dal valore simbolico che, oltre a far parte della mia memoria professionale, reca in sé le caratteristiche dell’intuizione deviante è il re. Si tratta di un uomo sulla quarantina, alto e robusto e che si presenta con apprezzabile allegria ed entusiasmo relazionale, guadagnandosi a spron battuto l'appellativo in questione perché dichiara con impeto di essere l'incarnazione del re Davide, di cui da tempo predica la missione. 

Il Delirio Mistico / di Grandezza costituisce, pertanto, il focus sia del suo eloquio sia del suo comportamento, tanto che, all'avvio di una discussione di gruppo, pretende di essere il protagonista e non esita a tenere una sorta di lezione sul vecchio testamento, al centro del quale pone l'importanza della stirpe davidica quale premessa spiritual-esistenziale all'avvento di Gesù Cristo. Le sue funzioni cognitive ed emotive sono alterate, ma non talmente danneggiate da impedirgli la partecipazione ad un dialogo costruttivo ed alla vita affettiva.  A tal proposito, il re annuncia, con orgoglio e passione, il proprio fidanzamento con una donna del gruppo, una paziente con Schizofrenia di Tipo Catatonico. Sollecitato dal gruppo a raccontare qualcosa sulla propria storia, il re ricompone confusamente la propria memoria esplicita, tuttavia riesce a collocarsi, secondo tempi verbali più o meno adeguati alla narrazione, nel passato, così da informare gli interlocutori degli avvenimenti principali. Di certo, non ha un eloquio lineare; spesso l'imprecisione, la laconicità, la superficialità e la frammentarietà dello stile annullano il contenuto degli episodi: le esperienze - quale che ne sia la natura: penosa o gradevole - sono private di carica affettivo-emotiva. L'unico moto di rabbia si rileva con riferimento a un padre severo, austero e ossessivo, il quale gli impedirebbe, a suo dire, di portare avanti la relazione sentimentale in corso. Fa spesso delle allusioni all'evento d'internamento che avrebbe fatto seguito ai suoi tentativi di predicazione per le strade della Germania in direzione di Gerusalemme, cui sarebbe legato per le origini materne e per tante altre cose, che, purtroppo, mancano all'anamnesi a causa di un po' di disorganizzazione linguistica generalizzata e di una marcata fuga delle idee: la distraibilità, a questo punto, è un normale sintomo associato.

Il quadro dei sintomi positivi della Schizofrenia del re si arricchisce in maniera direttamente proporzionale all'evoluzione del racconto: <<Finirai all'inferno>> gli dice una voce (allucinazioni uditive); <<Sarai pescatore di uomini>> fa eco un'altra voce. A compimento di questi messaggi apocalittico-escatologici, un giorno, da una nuvola esce un fascio di luce diretto alla sua fronte: gli viene impresso il sigillo di Salomone.   Molto spesso, esplode in fragorose risate e, molto di rado, tiene conto degli interventi degli altri membri del gruppo, tranne che l'iniziativa sia presa dal terapeuta. Sembra rispondere attivamente all'approccio provocativo del terapeuta, il quale alla sua dichiarazione di appartenenza alla stirpe davidica ribatte di essere il Cristo in persona: sulle prime, ne segue un confronto caratterizzato da battute comiche pertinenti e perplessità da parte del paziente; in seguito, egli si abbandona ad una delle già note risate, ritrattando la propria posizione e negando perentoriamente ed ironicamente di essere il re Davide. L'ipotesi diagnostica è sicuramente riconducibile all'area della Schizofrenia, il cui Sottotipo, almeno di primo acchito, potrebbe corrispondere all'Indifferenziato, dal momento che, in base ai dati a nostra disposizione, non si riscontrano correlazioni col Sottotipo Paranoide, col Sottotipo Disorganizzato e col Sottotipo Catatonico, benché si accerti la presenza del delirio bizzarro, della marcata disfunzione sociale e lavorativa e dell' alterazione significativa delle funzioni cognitive ed emotive. In quanto alle difese emerse durante le discussioni di gruppo, considerate le fantasie di onnipotenza in copertura dell'abbattimento, di tanto in tanto denunciato, e la fiducia nella propria missione apostolica, ora mutata nella convinzione di essere del tutto autonomo (…spesso dichiara di aspirare alla convivenza con la fidanzata) ci inducono a pensare alla difesa maniacale. A ciò si aggiungono incontrovertibilmente la difesa percettiva e l'Isolamento, meccanismi riscontrabili nell'apparente distacco emotivo dalla narrazione di alcuni episodi più o meno traumatici della sua vita; tanto che, pur se di rado, si potrebbero riconoscere fenomeni di depersonalizzazione e di derealizzazione.


Ahimè! Ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccomi qua! Povero pazzo, e ne so quanto prima! Vengo chiamato Maestro, anzi dottore e già da dieci anni almeno, per il naso, in su e in giù, in qua e in là, dai miei scolari. E scopro che non possiamo saper nulla! Ciò mi brucia quasi il cuore. Ne so, è vero, un po’ più di tutti quelli sciocchi, dottori, maestri, scribi e preti; non mi tormentano né scrupoli né dubbi né ho paura del diavolo e dell’inferno, però mi è stata tolta in cambio di ciò ogni gioia (…)[4]




[1] SASS, A. L., 1992, op. cit., p. 340.
[2] Ibid., p. 347.
[3] Ibid., p. 353.
[4] Goethe, J. W., 1808-1832, Eine Tragodie; Urfaust, , trad. it. di G. V. Amoretti, 1965, Faust e Urfaust, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano,  vol. 1, p. 21.

6 commenti:

  1. Interessantissimo. Spesso nel leggere il pezzo mi sono ritrovato nel profilo delineato, e a volte anche nel suo esatto contrario: l'inutilità di qualsiasi rappresentazione propria, in quanto tutto l'universo fenomeno puramente fisico e chimico, comprese le nostre sensazioni e i nostri "sentimenti".

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    1. Mio caro Cronista, anzitutto ti porgo le mie scuse per il ritardo nella risposta. Il tempo del mondo, spesso, è diverso dal tempo dell'intelletto. Tu sollevi due questioni piuttosto importanti e che hanno scosso e coinvolto parecchi pensatori. Tuttora, se ne avverte l'attualità incombente. In primo luogo, parli, molto correttamente della natura duale della nostra consapevolezza. In genere, ciò che definisce come valido un atto linguistico è - per dirla con Austin - o la felicità delle condizioni, nel caso di un atto performativo ("Mi scuso": il dire è agire), o la veridicità, nel caso di un atto costativo ("Egli sta lavorando": il dire è descrivere). Dire e contraddire, inoltre, non è un atto insano, come il più delle volte si afferma, rifacendosi ad una sorta di morale linguistica, ma espressione di capacità di gestione delle proprie intuizioni. La schizofrenia aliena il soggetto da questa capacità perché l'Io retrocede a livello del Sé, che esplode e si fonde col mondo; di conseguenza, non si ha più la possibilità di concepire il passaggio dall'uno all'altro degli stati. In quanto alla società della percezione, possiamo essere quasi del tutto certi che non possa essere altrimenti. Se dico "la foglia è verde", probabilmente ci intendiamo, ma restiamo nell'ambito di una logica della probabilità perché il mio verde resterà sempre diverso dal tuo, la mia rappresentazione diversa dalla tua. Non esistono, in pratica, criteri grammaticali o semantici che ci aiutino a verificare l'attendibilità della nostra comunicazione. Forse, quelli pragmatici, ma...

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  3. Anzi, ti suggerisco un argomento, che comunque penso sarà argomento di un mio prossimo libro: Non più la società dell'essere o dell'avere, ma la società della percezione: Ognuno è come si percepisce e come si fa percepire dagli altri.

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