sabato 17 ottobre 2015

"FACCIAMO UNA PAZZIA!"


“Facciamo una pazzia!”: l'esortazione è intrigante, quasi commovente, a tratti,  perché colma di aspettative sia il mittente sia il destinatario, recando in sé la previsione di un cambiamento, quantunque questo stesso sia innominabile, e mutandosi o in energetica speranza o in eccitante attesa d’una qualche rivalsa umana e intellettuale. L'imperativo collettivo che essa presenta è travolgente e irresistibile, elegge e consacra il potere trasformatore della parola e dell'atto linguistico, potere che si fa tanto più efficace, quanto più lontani sono dalla realtà l'oggetto della “pazzia” e il suo contesto. Ciò che, il più delle volte, si dimentica, nell'accogliere con entusiasmo una frase direttiva come quella dell'incipit, è l'assenza di una vera semantica della relazione tra ciò che si dice e ciò che ci si propone di fare. 

Dunque, semplicemente il fare non c'è, non esiste, non è dato da segni e suoni, eppure ne siamo affascinati, restiamo sospesi, specie se al suono della lingua si accompagnano delle smorfie del viso altrettanto convincenti di una persona cara. “Qualcosa deve pur accadere” dirà tra sé il ricevente, qualcosa cui si va incontro con un certo piacere. Cosa accadrebbe, se l'autore della proposta esplicitasse l'atto direttivo dicendo “Facciamo finta di essere gabbiani e lanciamoci da un ponte!”? Allora, sì, si tratterebbe di una pazzia bella e buona! Tuttavia, il gesto non apparterrebbe al comune sentire o, diversamente, alla pratica convenzionale del fare una pazzia

Molti dei nostri discorsi s'impongono come spazi vuoti della comunicazione e, paradossalmente, acquisiscono forza proprio perché non possiedono alcun significato specifico; si possono riempire a proprio piacimento, saturare, ma non troppo, perché fungono da ammortizzatori linguistici, luoghi entro i quali tutti possono dire un po’ di tutto, garanzie di compartecipazione. In quello che è il più noto dei testi sulla comunicazione, ma che purtroppo viene affrontato con troppa superficialità, tanto che se ne riportano due o tre elementi di massima (“non si può non comunicare” su tutti!), Watzlawick et al. dichiarano quanto segue:

Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa, ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione. [1]

Di conseguenza, siamo abituati a interpretare “Facciamo una pazzia!” o secondo il punto di vista del mittente o secondo quello del destinatario, ma non siamo affatto in grado di intendere che l'atto linguistico è un sistema di convivenza e che non può esistere un sintagma x che ne produca uno y, a meno di volere rinunciare del tutto alla realtà e al contesto in cui la comunicazione si compie. Quale sarebbe, dunque, l'oggetto di “Facciamo una pazzia!”? Far l'amore in riva al mare, di notte? Mettersi in viaggio per andare a gustare un caffè a mille chilometri di distanza da casa? Oppure, irrompere in una gioielleria e rubare tutto? Nei primi due casi, molto probabilmente, si fa solo qualcosa d'insolito, mentre nel terzo caso, si dà prova di un comportamento criminoso, ma non c'è alcunché di folle, giacché soggetto e oggetto restano sempre perfettamente distinti l'uno dall'altro.

Perciò: quando qualcuno ci dice “Facciamo una pazzia!”, possiamo essere certi che tutto ci proporrà, fuorché una “pazzia”, ammettendo che la “pazzia” possa essere numerabile. Lo stesso accade, quando qualcuno ci dice “Ti faccio ridere”: nella maggior parte dei casi, dirà qualcosa di banale e noioso. In pratica, non ci rendiamo conto di avere l'insana e inutile pretesa di una sorta di protagonismo ludico, nascosto dal bisogno insoddisfatto e denunciato dalle parole. Quest'incontenibile voglia di libertà, che s'insinua nell'uomo comune a intervalli più o meno regolari, in chi è davvero capace di fare una pazzia, è una trappola, un salto in una dimensione dove essere liberi significa non potere più essere liberi da qualcosa. Allo schizofrenico, tuttavia, non manca la consapevolezza, come si dice per lo più; gli manca, invece, la capacità di controllare l'ingresso e l’uscita da sé stesso. Egli diventa l’oggetto del proprio sguardo. Un paziente descritto da Louis A. Sass ci dà, a tal proposito, un contributo esemplare:


Se potessi smettere di osservare cosa sto facendo, potrei fare le cose più velocemente. [2]

In questo modo, s’intuisce che il paziente non è libero di fare, anzi è costretto a non fare; i suoi pensieri e le sue parole diventano vere e proprie entità autonome e, in questa estenuante e infinita reificazione, trascinano con sé la sua interiorità. La sua soggettività, pur conservandosi anche come identità, è trasferita sul piano dell'oggetto. È evidente, a questo punto, una questione tanto paradossale quanto imprevista: l'atto direttivo, qual è quello dell'apertura di questo capitolo, per un parlante normale, è basato sulla totale inconsapevolezza e sul rinvio ai legami di assenza su cui si reggono le figure retoriche e le implicature, laddove per uno schizofrenico la stessa performance linguistica potrebbe basarsi su una consapevolezza straripante, morbosa e fondata su una quantità incalcolabile di scrupoli concettuali. Di fatto, è molto difficile che uno schizofrenico dica qualcosa di simile perché si perderebbe nei preamboli dell’iperriflessività, prima di articolare il proprio pensiero. Lo schizofrenico è un soggetto dotato di un acume intellettivo alquanto singolare e originale, non è un credulone né uno stupido né lo scemo del villaggio, come spesso viene definito. L'appiattimento delle sue funzioni cognitive, che lo porta all'istupidimento, è solo una deriva sociale e neurobiologica o tipologica, secondo che la psicosi diagnosticata sia di natura catatonica o disorganizzata o paranoide et cetera

Tutti i confronti, che nella letteratura critica, sono stati fatti tra disturbo mentale e arte trovano fondamento, così, nella capacità, comune allo schizofrenico e all'artista, scrittore o pittore o quello che sia, di oggettivare la coscienza, come se essa, in qualche modo, fosse un centro di rigenerazione della realtà e, talora, anche dell’intero universo, un centro in grado di contenere tutto, anche sé stesso. Se per esempio, leggiamo La lezione di Jonesco, scopriamo dialoghi in cui l’esasperante blindatura del ragionamento è l’unico assioma possibile della comunicazione.


PROFESSORE: (…) Quanto fa, ad esempio, tre miliardi settecentocinquantacinque milioni novecentonovantottomiladuecentocinquantuno, moltiplicati per cinque miliardi centosessantadue milioni trecentotrentamilacinquecentootto?
ALLIEVA: (molto rapidamente) Fa diciannove quintilioni trecentonovanta quadrilioni due trilioni ottocentoquarantaquattro miliardi duecentodiciannove milioni centosessantaquattromilacinquecentootto…
PROFESSORE: (stupito) No. Non mi pare. Deve fare diciannove quintilioni trecentonovanta quadrilioni due trilioni ottocentoquarantaquattro miliardi duecentodiciannove milioni centosessantaquattromilacinquecentonove…
ALLIEVA: No… Cinquecentootto…
PROFESSORE: (sempre più stupito, calcola mentalmente) Sì… Ha ragione… Il prodotto è giusto… (borbotta in modo inintelligibile) Quintilioni, quadrilioni, trilioni, miliardi, milioni… (distintamente) Centosessantaquattromilacinquecentootto… (stupito) Ma come lo sa lei, se non conosce i principi del ragionamento aritmetico?
ALLIEVA: È semplicissimo. Sapendo di non potermi fidare del mio ragionamento, ho imparato a memoria tutti i risultati possibili di tutte le moltiplicazioni possibili.
PROFESSORE: Ma sono infiniti…
ALLIEVA: Ci sono riuscita lo stesso. [3]

Questo scambio serrato di apparenti forzature epistemologiche ha un che di magico, stregonesco e sciamanico, non altrimenti che se l'uomo fosse riuscito a violare le leggi della natura, facendole proprie e addomesticandole: ciò accade, ovviamente, a spese dell'integrità dell’Io e della relazione tra l'Io e l'altro; la qual cosa, fatte salve le differenze socio-antropologiche, sembra rievocare gli aneddoti tribali raccontati da Frazer ne Il ramo d'oro. Sebbene molti autori illustri scartino e boccino questo collegamento filogenetico tra schizofrenia e primitivismo, classificando il comportamento tribale come mera forma di credulità, io ritengo che si possa sostenere l'esatto contrario.

Non è affatto credulità quella dell'uomo primitivo che tende a instaurare un rapporto con la natura sulla base delle proprie limitate conoscenze e, così facendo, inventa e sperimenta dei giochi di potere psicologico; si tratta, invece, dei medesimi tentativi di acquisizione della libertà fatti dalla cultura tolemaica e da quella occidentale contemporanea. Se osiamo definire sciocchi i modi tribali, con maggiore spregiudicatezza dobbiamo trattare le nostre massime popolari o i nostri dogmi linguistici, che talvolta sono molto più che inadeguati o impertinenti.


Di fatto, facendo un esame approfondito della condizione del mago o dello stregone, ci si rende conto che, sotto l'aura taumaturgica e sapienziale, è ben riposto un eccellente senso pratico. Quel mago che non riesce a soddisfare le esigenze del popolo che in lui ripone fiducia molto spesso viene cacciato o ucciso; non ci sono figure intoccabili [4]. Nello stesso tempo, leggiamo di alcuni eroi di una tribù o un villaggio che inseguono una tempesta con la spada sguainata allo scopo di cacciarla, ferirla o, addirittura, ucciderla, come veniamo a conoscenza di popoli che, in seguito a un lungo periodo di siccità o d’una qualsivoglia carestia, castigano e torturano le statuette che rappresentano gl'idoli. A mio avviso, non si dovrebbe rifiutare questa continuità storico-esistenziale, snobbandola e classificandola come sciocca ingenuità di un pensiero poco evoluto, perché essa non è altro che una modalità originaria del nostro essere, che, talvolta, s'è modificata in linea col progresso scientifico e religioso e, talaltra, s’è ripresentata come simbolo o archetipo implosi.


I miti e i riti, lungi dall'essere opera di “funzione fabulatrice”, come spesso si sostiene, hanno il grandissimo merito di preservare fino a noi, in forma residua, modi di osservazione e di riflessione che furono (e probabilmente restano) esattamente adeguati a un certo tipo di scoperte: quelle cioè consentite dalla natura, a cominciare dalla possibilità di organizzare e di sfruttare speculativamente il mondo sensibile in termini di sensibile. [5]

(…) Il pensiero “totemico” ha in comune con il pensiero mitico e con il pensiero poetico il fatto che il principio d’equivalenza opera su entrambi i piani, com’è stabilita da Jakobson. Senza che il contenuto del messaggio venga modificato, il gruppo sociale può esprimerlo in codice sotto forma di un’opposizione categorica (alto/basso) o elementare (cielo/terra), oppure anche specifica (aquila/orso), cioè mediante elementi lessicali differenti. E per assicurare la trasmissione del messaggio il gruppo sociale ugualmente la scelta fra diversi procedimenti sintattici: appellativi, emblemi, comportamenti, proibizioni ecc., usati da soli o associati. [6]


[1] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op.cit., p. 57.
[2] SASS, A. L., 1992, op. cit., p. 283.
[3] JONESCO, E., 1961, La leçon, trad. it. di G. R. Morteo, 1982, La lezione, Giulio Einaudi Editore, Torino, pp. 18-19
[4] Cfr. FRAZER, J. G., 1890, op. cit., p. 113.
[5] Lévi-Strauss, C., 1962, La pensée sauvagee, trad. it. di P. Caruso, 1964, Il pensiero selvaggio, Gruppo editoriale il Saggiatore, Milano, p. 29.
[6] Ibid., p. 165.

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