sabato 19 settembre 2015

SI COPRE DI ESCREMENTI E DICE AL MEDICO: <<TI PIACCIO COSÌ?>>


Jung, ne La libido, simboli e trasformazioni, ci narra un caso singolare e interessantissimo di una propria paziente psichiatrica ospedalizzata presso un manicomio in seguito alla tragica separazione dal marito e dal figlio. La signora, che viene presentata come abbastanza colta, manifestava, all'epoca del ricovero, laceranti lacune affettive e comportamenti altamente impudenti. Una delle sere in cui Jung si recò in visita dalla paziente, ella si esibì in un comportamento patologico esacerbato e che scosse profondamente il medico, il quale si disse molto turbato dall'episodio, tanto da restarne sgomentato per anni. In pratica, la signora s’imbrattò di escrementi dalla testa ai piedi e, tra un sorriso e l’altro, gridò: - Ti piaccio così? -.[1] L’evento in questione, traumatico e, nello stesso tempo, lapidario, da un punto di vista psicodinamico, si spiega senza indugio: allo stesso modo in cui i bambini provano piacere nell'espulsione delle feci, che costituisco il loro primo atto creativo e 'riproduttivo', così la paziente schizofrenica di Jung, in stato di febbrile e devastante regressione, difende sé stessa da pulsioni inaccettabili rifugiandosi in uno stadio primitivo dell'esistenza e ritrovando una sorta di appagamento originario e incondizionato. Il destinatario del gioco 'erotico' è il medico, sul quale ella, verosimilmente, trasferisce l'intera pressione emotiva e dal quale pretende consenso e complicità.

Pur nella sconcertante devianza, la signora non fa altro che esprimere un'elementare esigenza umana, quella dell'approvazione, e lo fa con una domanda diretta: <<Ti piaccio così?>>.

Tutte le volte in cui qualcuno, uomo o donna, in una conversazione lineare e confortevole, chiede all'altro: "Ti piaccio?", si rivela e prende vita il rito della complicità e della compartecipazione emotiva, che non è espressione di debolezza né deve indurre colui che pone la domanda a vergognarsene. Spesso, infatti, chi è interrogato tende a rispondere in questo modo: "Hai bisogno di conferme?" (...specie se si tratta della donna!). Bisognerebbe rispondere a costui o costei che tutti ne abbiamo bisogno e deve vergognarsene chi si sforza di occultare i propri bisogni essenziali.

Molto di frequente, ci affanniamo a nascondere nel linguaggio la maggior parte dei nostri impulsi e dei nostri desideri, così da generare un'area d'incomprensione e ambiguità tra chi ci sta attorno e noi stessi. Ne consegue, anzitutto, che il primo disagio della psiche si manifesta nel linguaggio e, in particolare, in quello di relazione, dato che noi esistiamo unicamente nella relazione. La moglie chiede al marito: - Ti è piaciuta la frittata? -. Il marito risponde: - Sì, amore mio. Buonissima! -. E lei, ormai su tutte le furie oppure profondamente delusa: <<Com'è possibile? Era bruciata e secca. Tu dici sempre che tutto è buono! -.

Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma,[2] termine con cui Watzlawick et al. indicano il deterioramento della comunicazione all'interno di una relazione complementare, in cui uno dei due partner, in posizione di superiorità, mostra all'altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l'altro verso l'alienazione.  Adesso, prestiamo attenzione ad un altro fenomeno descritto da Watzalawick et al.! La coppia si trova dal terapeuta. Lei: - Io grido perché lui mi offende. -. Lui: - Io la offendo perché lei grida. -.[3] Il circolo vizioso può continuare senza tregua e, soprattutto, senza soluzione, fuorché intervenga, per l’appunto, il terapeuta portando l’interazione sul piano della metacomunicazione, ovverosia su quello della semantica della relazione; il che, oltre a rappresentare un caso piuttosto diffuso, è descritto con chiarezza nel terzo assioma della comunicazione formulato dagli autori della Pragmatica della comunicazione umana:

La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.[4]
Per comunicare in modo efficace, tutti noi siamo costretti a fare continuamente delle deduzioni e – per fare delle deduzioni – ci serviamo consapevolmente o inconsapevolmente di una logica implicita, di alcuni capisaldi dell’interpretazione sociolinguistica e pragmatica noti come implicature. Renzo dice a Lucia: - Andiamo in piscina? -. Lucia risponde: - Ho mal di testa. -. Nessuno fa fatica ad associare la risposta di Lucia alla domanda di Renzo, anche se, di fatto, la risposta corretta sarebbe "No" e non "Ho mal di testa". Ciò accade perché, intuitivamente, deduciamo i passaggi semantici, pur in assenza dei segni linguistici necessari. Diversamente: se dico che "Renzo è aitante, ma brutto", chi mi ascolta opera con il medesimo meccanismo di deduzione, sebbene non esista una correlazione adeguata tra l'essere aitante e l'essere brutto. In sostanza, abbiamo adottato un'implicatura convezionale, il 'ma', che entra a far parte della relazione linguistica in modo indiretto, pur non impedendoci di intuire le intenzioni del parlante. Le implicature convenzionali e quelle conversazionali, veri e propri legami di assenza del discorso che, il più delle volte, stanno anche alla base dell'umorismo o del linguaggio pubblicitario, sono ciò su cui è costruito il nostro intero sistema di comunicazione. 

Nel prezioso volumetto di Claudia Bianchi, docente di Filosofia del Linguaggio presso la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si trova un'esemplare e 'clinica'[5] rassegna di tutti i casi in cui questi legami di assenza presiedono alla strutturazione dei significati e dell'intesa tra i parlanti. Ancora Renzo, il quale chiede a Lucia: - Come stai? -. Lucia prontamente risponde: - Bene! -. Possiamo immaginare la condizione di Lucia in modo assai impreciso e piuttosto aleatorio. Non conoscendo il contesto, infatti, non sappiamo se l'avverbio usato da Lucia sia espressione di ironia o sarcasmo o di chissà quale intenzione. 

Nell'esperienza psicopatologica, i fondamenti sociali e pragmatici del linguaggio scompaiono, come se fossero risucchiati da un buco nero; la semantica subisce una violenta dilatazione e perde ogni confine relazionale; le parole finiscono quasi sempre col non appartenere alla collettività perché non possiedono una valenza rappresentativa, cosicché il paziente afflitto da schizofrenia si isola in un mondo estraneo ai più, interpreta con rigidità gli eventi, affidandosi a credenze 'sciamaniche' e diventando portatore di verità assolute nel magico sacerdozio dell'autoesclusione.


La sua sintassi non risulta alterata e così pure la sua grammatica, ma la sua capacità di produrre significati utili alla conversazione spesso è disastrosa, quasi fosse liquefatta in un dolore innominabile, inespresso e, insieme, illuminato dalla bizzarria e dalle incessanti anomalie.[6] È così che il soggetto, in preda alla verbigerazione, alla tangenzialità e all’illogicità, non si limiterebbe a dire "Ho mangiato una frittata", ma, violando le massime di cooperazione della nostra comunicazione, potrebbe dire "Sono rientrato in casa, dopo aver sentito parecchio freddo a causa del calo improvviso della temperatura. All'improvviso, ho visto mia madre, mi sono avvicinato a lei e le ho chiesto di prepararmi una frittata calda perché fuori avevo sentito parecchio freddo a causa del calo improvviso della temperatura. Mia madre mi ha servito la frittata calda in un piatto caldo ed io ho capito di non sentire più il freddo che sentivo fuori a causa del calo improvviso della temperatura. Ho preso la forchetta con la mano e pure la forchetta era calda. Poi, ho portato il primo pezzo di frittata in bocca. Il pezzo ero caldo ed io l'ho mangiato. Ho mangiato tutta la frittata calda e non ho più sentito freddo a causa del calo improvviso della temperatura.". 

Ecco il prezzo che paghiamo alla nostra evoluzione neurobiologica: la separazione della linea dei sapiens dagli altri ominidi in seguito alla lateralizzazione delle funzioni cognitive e, in particolare, della specificità del linguaggio si è tradotta anche nella devianza!   





[1] JUNG, C. G., 1912, Wandlungen und Symbole der Libido, trad. it. di G. Mancuso, 1975, La libido, simboli e trasformazioni, Newton Compton Editori, Roma, p. 173.
[2] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti, 1971, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, p. 76.
[3] Ibid., p. 49.
[4] Ibid., p. 51.
[5] BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari.
[6] Cfr. PENNISI, A., BUCCA, A., FALZONE, A., Trattato di psicopatologia del linguaggio, 2004, Edas Edizioni, Messina.

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