mercoledì 23 settembre 2015

QUEL POETA CHE SI GETTÒ 
DAL PONTE DI MIRABEAU


Solo chi ha assunto almeno una volta la clozapina conosce bene la differenza tra una visione poetica e una visione deviante. Le parole di coloro secondo i quali 'un po’ di pazzia abita dentro ciascuno di noi' sono ingiuste e irriverenti, oltre che ingenerose ed estranee all'esperienza e alla conoscenza della psicopatologia; esse sono unicamente segni casuali e fuorvianti del malcostume linguistico a causa del quale si fantastica su presunte associazioni tra l'inconcepibile libertà incondizionata dell'individuo vivente e l'enigmatico mondo della schizofrenia e dei suoi deliri. Molto probabilmente, il cosiddetto 'pazzo' è libero di dire e agire, tuttavia egli è talmente libero da essere solo all'interno dell'intero universo.

Voi avreste mai il coraggio di chiamare libertà quella di un uomo che è convinto che qualcuno gli abbia asportato gli organi? Avreste il coraggio di chiamare libertà quella di un uomo che teme di potere uccidere le persone che ama? Oppure chiamereste libertà quella di una donna che si sente perseguitata dai demoni, i quali le suggeriscono sconcezze d'ogni genere e specie? Questi soggetti sono malati, lo sono terribilmente e dolorosamente, non sono liberi. Allo stesso modo, la follia non abita dentro ciascuno di noi, ma solo dentro l'1% della popolazione mondiale e, se una persona sana, anche solo per due ore di una giornata qualsiasi, fosse afflitta dal delirio, così da farne esperienza, finirebbe col rinnegare amaramente tutte le fantasticherie su follia e libertà.

Qualche anno fa, durante un seminario itinerante di Psicodinamica, ebbi uno scontro verbale con un accademico blasonato della Psichiatria palermitana. Egli sosteneva che, in una corsia d'ospedale, oltre agli psicofarmaci, è necessaria la poesia. Le sue affermazioni ricevettero subito il plauso di un gruppo di studenti ammaliati dalla verve del professorone. Mi sia lecito ribattere che l'unica poesia prodotta in ambito psichiatrico appartiene al paziente non già per forma retorica e compositiva, ma perché egli ne adotta le regole in forma criptica ed ermetica, esprimendosi in figure di cui solo lui – e nessun altro – resta infaticabile interprete e rappresentante!


Il 23 novembre del 1965, Paul Celan tentò di uccidere la moglie. Fu ricoverato immediatamente presso un ospedale psichiatrico e, in seguito, trasferito presso altri presidi di cura, dove rimase fino al giugno dell'anno successivo.
Nel 1967, a causa di una ricaduta, si conficcò un tagliacarte in un polmone. Fu salvato dal pronto intervento dei medici, ma, tre anni dopo, in preda all'ennesimo delirio, si gettò dal ponte di Mirabeau.[1] Paul Celan era un poeta geniale, non già illuminante per via dell’oscurità dei propri versi, bensì sicuramente unico, dotto, capace di costrutti sapienziali:

Sentii dire che nell'acqua / vi era una pietra ed un cerchio / e sopra l'acqua una parola / che dispone il cerchio attorno alla pietra. // Vidi il mio pioppo calare nell'acqua, / ne vidi il braccio tastar giù nel profondo, / e, protese al cielo, le radici ad implorar notte. // Io non gli tenni dietro (…)[2]
Siamo dunque pronti, almeno per l'ammirazione che siamo soliti dichiarare al genio, a mostrare una certa educazione linguistica verso il dolore altrui? Poetico o meno, il travaglio psichiatrico non è una forma di libertà. I luoghi comuni o le notizie tragico-televisive, il più delle volte, circolano in modo ammorbante, cosicché è bene metterne in evidenza gli aspetti sociolinguistici: occorre percepire quanta distanza si ponga tra i cosiddetti 'pazzi' e coloro che li guardano di sbieco per le strade in occasione di qualche atteggiamento stravagante.

Nell'ambito della lingua colloquiale, specie tra i più giovani, sono piuttosto in voga le seguenti espressioni: 'Quel tipo è paranoico.', 'Non ti fare le paranoie!' et cetera. In questo senso, il paranoico o colui che si fa le paranoie sarebbe una persona che cavilla insistentemente nel tentativo di tenere tutto sotto controllo. Premettendo che le 'paranoie' non esistono e fanno parte di un costrutto scorretto, da una consultazione del Manuale Diagnostico e Statico dei Disturbi Mentali si scopre che, in realtà, il paranoico o colui che si fa le paranoie è una persona affetta da Disturbo Paranoide di Personalità e presenta le seguenti caratteristiche diagnostiche:

(…) Un quadro pervasivo di sfiducia e sospettosità, tanto che le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole (…) Gli individui con questo disturbo presumono che gli altri li sfruttino, li danneggino o li ingannino. Sospettano, sulla base di prove insignificanti o inesistenti, che gli altri complottino contro di loro e possano attaccarli improvvisamente. Spesso, sentono di essere profondamente ed irreversibilmente ingiuriati da un'altra persona (…) Anche quando non vi sono prove oggettive di ciò (…)[3]
Di fatto, la persona che cavilla insistentemente nel tentativo di tenere tutto sotto controllo, la persona ripetutamente 'problematica', suo malgrado, è affetta da un altro disturbo: il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità.

(…) Gli individui con Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità cercano di mantenere una sensazione di controllo attraverso un'attenzione minuziosa per le regole, i dettagli futili, le procedure, le liste, i programmi o la forma, al punto che va perso lo scopo dell'attività. Sono eccessivamente accurati ed inclini alla ripetizione (…) Dimenticano che le altre persone tendono ad infastidirsi dei dettagli e degli inconvenienti che derivano da questo comportamento (…)[4]
Allo stesso modo, si può citare un altro luogo comune che genera altrettale confusione: l’uso del termine 'esibizionista' tragicomicamente scambiato con i termini di riferimento di altri due disturbi di personalità: il Disturbo Istrionico di Personalità e il Disturbo Narcisistico di Personalità. Quando si dice a qualcuno sei un esibizionista, nella forma popolare, di certo non gli si fa un complimento perché l’esibizionista è un individuo affetto da significativi disturbi della sfera sessuale: ne sono comportamenti sintomatici il mostrare i genitali o la masturbazione in pubblico. In sostanza, l'esibizionista non è colui che vuole stare al centro dell'attenzione, condotta, quest'ultima, che riguarda gl'istrionici e i narcisisti.

Un'altra distorsione sociolinguistica interessa la più maltrattata delle psicopatologie, la cosiddetta depressione, i cui sintomi, quantunque apparentemente noti ai più, sono oggetto e concausa di parecchia confusione. È sufficiente vedere qualcuno un po' triste o in preda alla demotivazione per bollarlo come depresso. Le cose non sono proprio così semplici. I disagi che rientrano sotto la categoria Disturbi dell’'more sono classificati e diagnosticati sulla base di vere e proprie liste di sintomi. Per intenderci, anzitutto bisogna definire le differenze tra l'Episodio Depressivo Maggiore, il Disturbo Depressivo Maggiore e il Disturbo Distimico, poiché queste tre psicopatologie, per esempio, sono accomunate da un tono dell'umore piuttosto basso. In secondo luogo, tenendo dietro al criterio essenziale per la diagnosi, un sintomo, da solo, non basta a far produrre una diagnosi, cioè non è patognomico. In specie, con riferimento all'Episodio Depressivo Maggiore, sappiamo che, oltre a riscontrare un periodo di almeno due settimane di perdita d'interesse per quasi tutte le attività, occorre che l'individuo presenti almeno quattro sintomi di una lista, tra i quali: alterazione dell'appetito o del peso, alterazione del sonno o dell'attività psicomotoria, ridotta energia, sentimenti di svalutazione o di colpa, difficoltà a pensare, concentrarsi o prendere decisioni, pensieri di morte o ideazione suicidaria, pianificazione e tentativi di suicidio et cetera.[5] Nel caso in cui ci sia un decorso clinico con più Episodi Depressivi Maggiori, in assenza di altri disturbi, allora si può parlare di Disturbo Depressivo Maggiore. L'umore cronicamente basso, unitamente ad altri due sintomi, tra i quali, per esempio, disperazione e affaticabilità, indica invece il Disturbo Distimico.  





[1] BORGNA, E., 2012, Di armonia risuona e di follia, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, p. 56.
[2] CELAN, P., 1955, Von Schwelle zu Schwelle, trad. it. di G. Bevilacqua, 1996, Giulio Einaudi Editore, Torino, p. 5.
[3] AA.VV. (American Psychiatric Association), 2000, DSM-IV Test Revision, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Edizione Italiana a cura di V. Andreoli, G. B. Cassano, R. Rossi, 2005, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Masson, Milano, p. 735.
[4] Ibid., p. 772.
[5] Ibid., pp. 379-387.

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