mercoledì 30 settembre 2015

NELLA MENTE DI UN PEDOFILO


Mostafa è un nordafricano di quarantadue anni, detenuto presso le carceri siciliane, da me incontrato e intervistato circa lo stato della detenzione. Grava su di lui la terribile accusa di violenza sessuale ai danni di una bambina di undici anni, figlia della donna alla quale il soggetto si è unito poco dopo l’arrivo in Italia, dove risiede dal 1988. Mostafa è alto un po’ oltre la media, segaligno e si presenta ben curato. Ostenta particolare affabilità, associata con qualche sorriso di circostanza e alcune smorfie di compiacenza verso i propri interlocutori.

Fin dal momento della stretta di mano, all'inizio del colloquio, si mostra disponibile a qualsivoglia indagine, benché questa disponibilità generi immediatamente un paradosso soffocante: <<Ti rispondo sincero, ho sbagliato!>> afferma in risposta alla mia domanda intorno alle cause dell'arresto; <<hanno immischiato le carte nei miei confronti!>> aggiunge nel corso dell'intervista, considerandosi vittima di un vero e proprio complotto. Mostafa alterna uno stile narrativo lineare più o meno ricco a uno stile apatico, piatto e freddo, secondo che il tema della discussione sia un episodio accidentale della vita precedente il misfatto o l'iter della pena.

Sulla base dei riscontri della letteratura scientifica, siamo in grado di asserire che il sintomo manifesto altro non è che un sistema velato da un codice e da rappresentazioni simboliche. A fortiori e secondo Senon[1], si riscontra spesso nella condotta del detenuto il tentativo di far apparire ingiusta e misteriosa la pena e coloro che l'hanno comminata; la qual cosa denuncia già i prodromi di una psicopatologia tutt'altro che latente. Infatti, al culmine della 'psicopatologa carceraria', che comincia sempre con disturbi d'ansia, esplode una sorta di delirio d'innocenza, come se il soggetto conquistasse la via della rivelazione e della luce eterna.

Un tema costante dell'inossidabile impianto mentale di Mostafa è dato dalla presenza inaspettata di un delirio a sfondo persecutorio. Egli, come s'è già detto, si sente continuamente vittima di un complotto ordito ai suoi danni e per screditare il suo nome (contenuto ideativo spesso elaborato dal soggetto). Alla persecuzione giudiziaria fa seguito un discorso totalmente disorganizzato, entro il quale Mostafa non è mai in grado né di contestualizzare le trame del proprio discorso né di offrire al proprio interlocutore una ben definita opinione personale. In pratica, non riesce ad essere protagonista delle proprie narrazioni. Il salto pragmatico, che interrompe spesso la fluidità del discorso, sembra il riflesso di una sorta di atteggiamento schizo-paranoide in cui la componente delirante occulta in parte la consapevolezza. Nel tentativo di ricostruire la sua storia, si scopre che lo svincolo dalla famiglia d'origine è stato abbastanza difficile, forse non s'è mai realizzato del tutto. Mostafa non parla volentieri della propria famiglia: né di quella d’origine né, tanto meno, di quella acquisita in Italia, cosicché ogni riferimento ai due nuclei famigliari si traduce in una produzione di moduli relazionali vuoti.

È universalmente noto che la pedofilia è un Disturbo Sessuale classificato dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali tra le focalizzazioni parafiliche. Nel caso del signor Mostafa, non si fa fatica a rilevare una Pedofilia non-esclusiva, ovverosia una manifestazione della parafilia in questione in cui il soggetto è sessualmente attratto sia dai bambini sia dagli adulti. In specie, la sessualità che legava Mostafa alla moglie era condizionata, per così dire, dal 'pensiero eccitante' della pratica pedofilica imposta alla bambina. In altre parole, egli riusciva ad avere una vita sessuale con la moglie unicamente nel ricordo di ciò che aveva fatto assieme alla bambina. Il DSM IV TR delinea nel modo seguente i criteri diagnostici per la Pedofilia:

a)      durante un periodo di almeno sei mesi, fantasie e impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano attività sessuale con bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli);
b)   la persona ha agito sulla base di questi impulsi sessuali o gli impulsi o le fantasie sessuali causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali;
c)    il soggetto ha almeno 16 anni ed è di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini di cui al criterio (a);

C’è da specificare inoltre se il soggetto sia sessualmente attratto da maschi, da femmine o da entrambi, se l’attività sessuale si limiti all’incesto e se l’attività parafilica sia di tipo esclusivo (attratto solamente dai bambini) o meno.[2]
L’acme del colloquio si raggiunge nel momento in cui Mostafa è interrogato sui fatti. Che cosa è successo? Che cosa ha scatenato l’impulso sessuale verso una bambina di 11 anni? È consapevole di quanto è accaduto? Sì, Mostafa ne è consapevole, ma la sua consapevolezza è assai distorta, a tratti oscura. La bambina girava per casa in mutandine e reggiseno; lo provocava, a suo dire, all'attività sessuale; l'atteggiamento della bambina era inequivocabile: girare per casa in mutandine e reggiseno, nonostante gli 11 anni, era, secondo lui, un chiaro invito al rapporto sessuale. Ed egli non poteva tirarsi indietro, in qualità di educatore. Non c'era alcunché di sbagliato. Molto di frequente, il pedofilo è convinto di fare una buona azione. Anche se il rapporto sessuale non è alla pari, l'adulto affetto da questa parafilia, spesso sente di dovere assumere una sorta di ruolo pedagogico nei confronti dei bambini coinvolti: egli è un iniziatore attento, educa i bambini all'autentica sessualità. <<Io ho fatto bene a lei! Educata ragazzina: amore, sesso, che ragazzina vuole sapere.>>: questa è la sintesi del pensiero del signor Mostafa in merito all'episodio di Pedofilia. Egli, dunque, dice di avere sbagliato solo perché la legge italiana impedisce che tra adulti e bambini ci siano legami sessuali.  La moglie, dal suo punto di vista, non avrebbe dovuto denunciarlo.

L'insieme linguistico che deriva dall'eloquio del pedofilo, soprattutto nel caso in specie, quale che sia il contenuto, si esprime sempre con una certa forza perlocutoria, cioè attraverso espressioni che sono formulate direttamente al fine di persuadere l'interlocutore o sortire in lui un qualche effetto emotivo. Se consideriamo che l'intervistato proviene da una cultura nordafricana, non possiamo fare a meno di bollare come dubbio o, per lo meno, ambiguo l'uso che egli fa dei costrutti summenzionati: usa un'ampia metafora, mostrando di essere a conoscenza di taluni sotterfugi orditi ai suoi danni, ma dichiara più volte, durante l'intervista, di non conoscere appieno le ragioni della sua condanna. L'uso della terza persona plurale nella forma del soggetto sottinteso è, parimenti, abbastanza interessante ai fini della interpretazione dell’ambiguità oggettiva. Infatti, l'assenza di un soggetto determina la presenza di una traccia di riempimento, cioè di una categoria vuota che viene occupata soltanto attraverso un processo di proiezione della grammatica mentale. Tutto ciò, vale a dire tanta arguzia linguistica, non si associa, invece, con lo stadio psicoattitudinale di un parlante che, nel processo di apprendimento della lingua italiana, si mostra confuso e impacciato.  In tal senso, un argomento peculiare del discorso di Mostafa è racchiuso nell'uso del pronome personale Io, la cui presenza all'interno della frase, quantunque accidentale, sembrerebbe dosata con estrema sapienza. In pratica, ogni volta in cui la conversazione s’incentra sulle ragioni della permanenza presso la casa circondariale, l'Io scompare improvvisamente da tutte gli atti linguistici, dando luogo a forme sottintese, per poi ricomparire in forma quasi occulta attraverso costrutti complementari e, sicuramente, meno importanti. Nelle frasi che seguono, si hanno delle testimonianze essenziali ed esemplari:

1)   IO GIOCA A PALLONE IN TUNISIA
2)  MANCA SOLLECITO. NIENTE. NO APPELLO (a proposito della condanna)

In 2 si riscontra addirittura una forma impersonale, rispetto alla dimensione che lo vede protagonista indiscusso: egli si configura come il deuteragonista di sé stesso. Successivamente, invece, allorché gli si ripropone l'interrogativo fondamentale della conversazione <<Perché sei qui?>>, egli non indugia nel rispondere, ma lo fa con evidenti forzature retoriche: <<Ti rispondo sincero. Ho sbagliato>>. In Ho sbagliato si esaurisce tutta la disponibilità di Mostafa ad affrontare l'argomento 'condanna'. Allo stesso modo, noi non possiamo indugiare nell'assegnare una valenza retorica all'intera risposta Ti rispondo sincero. Ho sbagliato: ricorrere all'espressione Ho sbagliato per ammettere tacitamente di essere colpevole di violenza sessuale ai danni di una bambina di undici anni istituisce una litote, la quale è contrassegno simbolico di un processo retorico-linguistico che si esplica nella devianza (la colpa viene attenuata attraverso le circonlocuzioni). Pertanto, al palesarsi della litote segue immediatamente una serie di perifrasi che circondando e delimitano il reato vero e proprio: alcolismo, spaccio e detenzione di droga sono alcuni degli espedienti concausali anteposti come impedimento all'ammissione sperata.



[1] Cfr. SENON, J. L., 1998, Psychiatric de liason en milieu pénitentiaire, trad. it. di L. Ferrannini e P. F. Peloso, 2006, La salute mentale in carcere Psichiatria di collegamento in ambiente penitenziario, Centro Scientifico Editore, Torino.
[2] AA.VV. (American Psychiatric Association), 2000, op. cit., pp. 610-611.

2 commenti:

  1. Delirio a sfondo persecutorio.... lo vorrei perseguire personalmente!
    Analisi fredda e attenta, di una vicenda, che solo leggendola mi ha lasciata basita
    Complimenti Francesco, non è da tutti

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Miky, ti rispondo in ritardo e me ne dolgo. Sappiamo per certo che una persona capaci di sentimenti sani non può non sentire voglia di vendetta... E ti confesso che non è mai stato facile guardare negli occhi questi soggetti conoscendone profondamente il reato. Di fatto, ogni pena, nel moderno sistema penitenziario, è considerata come un percorso di rieducazione. Sostanzialmente, dovremmo dire con coscienza fino a che punto siamo disposti a concedere una seconda possibilità a certi profili criminali.

      Elimina