sabato 26 settembre 2015

IL GIOCO SENZA FINE


A chiunque, specie negli anni che hanno fatto seguito alla riforma del sistema manicomiale, è capitato d’incontrare per strada un soggetto dal comportamento anomalo, vestito in modo abbastanza bizzarro o mal curato e sudicio, con lo sguardo smarrito o puntato su qualcuno o qualcosa. In una piccola città di montagna, dove abitavo un tempo, un tipo alto, dinoccolato e che si muoveva con passo ambiante, poco più che sessantenne, tutte le volte in cui m’incontrava, mi diceva: - Papà, mi dai un euro? -. Poi, non contento, correva alla ricerca di un albero e vi si appostava per masturbarsi, come se la masturbazione fosse la reazione meccanica e diretta all'evento dell’incontro e della richiesta al padre immaginario. Lungo uno dei corsi principali di Palermo, fino a qualche anno fa, era facile imbattersi in un tizio ossuto ed energico che non esitava a piantarsi a un palmo di distanza dagli avventori per gridare loro in faccia: - Passione, Passione! È importante! Tutto a posto? Ciao! -. In passato, poco più che ventenne, mi recai presso una casa di cura per pazienti psichiatrici a scopo di formazione mediante osservazione dei casi clinici.

Ricordo che, una sera, assieme ad alcuni di loro, stavo seguendo una partita di calcio in tv. Improvvisamente, la persona che mi stava accanto sul divano si alzò di scatto, sporgendo in avanti le braccia, e fuggì verso il vicino corridoio. Poco dopo, gli chiesi il motivo del gesto inaspettato ed egli, in risposta, mi disse che qualcuno aveva tentato di strappargli la lingua. All'interno dello stesso istituto, un giorno, un paziente mi chiamò con un chiaro movimento oscillatorio della mano, mi avvicinò con fare circospetto e mi comunicò che il male avrebbe trionfato di lì a poco.

Ciò che, molto probabilmente, sorprende il lettore estraneo ai protocolli clinici, è il fatto che non tutti questi soggetti sono classificabili come schizofrenici o, come comunemente si dice, 'pazzi'. Nessuna malattia subisce tante distorsioni o cattive interpretazioni quante ne subisce il disturbo del pensiero e del comportamento, il quale è infiltrato costantemente da luoghi comuni e invenzioni che ne sfigurano origine e decorso. Da tempo, per esempio, si sostiene che il disagio mentale appartiene all'occidente, come se i popoli orientali o le tribù a struttura clanica fossero protetti da una sorta di purezza di usi e costumi. Alcuni studi svolti dagli anni settanta in poi sugli Yoruba della Nigeria, sugli Eschimesi di Inuit e sulle tribù del Borneo centrale, al contrario, dimostrano chiaramente il carattere universale della schizofrenia.[1]


La distanza, spesso siderale, tra l'uomo comune e la psicopatologia dipende da un difetto di relazione e comunicazione della persona malata perché, di fatto, la psicopatologia è un vero e proprio disturbo della relazione, una specie di debito insanabile che il soggetto contrae nei confronti dei significati, che si allontanano a tal punto dall'esistenza ordinaria da perdere la naturale denotazione. La denotazione di un semaforo rosso, per esempio, è quella di un segno che appartiene alla categoria degli indicatori di arresto per le autovetture, come l'arancione lampeggiante indica il pericolo. Diversamente, colui che ha smarrito il controllo dei propri processi di pensiero potrebbe vedere, nel rosso di un semaforo, il simbolo del sangue. Questo rituale dello straniamento si fonda sulla ricerca snervante ed estenuante di connessioni e trame che non giunge mai all'epilogo e alla definizione.

Se avvertiamo un po' d’ansia prima d’un esame, la nostra personalità è integra e la nostra salute mentale non ne risente affatto; se, tuttavia, la paura dell’esame diventa una condizione persistente e, per giunta, l'esame diventa solo una metafora del disagio, che, a questo punto, non ha più un oggetto, allora l’angoscia prende il sopravvento e schiaccia ogni cosa attorno a sé.

Ogni parlante sviluppa la propria capacità di appartenenza e adattamento al mondo e, principalmente, alla comunità linguistica attraverso gli atti rappresentativi,[2] ossia per il tramite di atti linguistici come, per esempio, il descrivere o l'affermare che ci permettono di aderire alla convenzione, di stare gli uni vicini agli altri. Lo schizofrenico, in pratica, non può concedersi questa prossimità affettiva ed emotiva. È fin troppo facile sdegnare la collettività, quando i bisogni essenziali sono soddisfatti e si è liberi di scegliere, quando, nonostante le spinte libertarie ed estrose, l’altro fa sempre parte di noi e, in qualche modo, ci protegge con parole e sguardi!

Sui volti di chi soffre di un disturbo mentale non si fa fatica a riconoscere il segno dell'irreversibilità; sembra che per loro il tempo convenzionale non scorra, fissato in una sorta di atemporalità mitologica in cui si celebrano i misteri di un regno invisibile. La loro giornata è spesso inquadrata dalla volontà altrui e scandita dall'ingestione di un necessario cocktail di psicofarmaci. Tra una pillola e l’altra, sono soliti intrattenere i propri interlocutori con storie senza trama né climax di una dimensione che non si esplica in alcuna realtà: ininterrottamente e appassionatamente, mettono in fila significati e significanti, senza che gli uni si leghino agli altri.

Mentre siamo in fila alla posta, ci può capitare di ascoltare un discorso in cui Tizio racconta a Caio che la cognata del cugino lo ha tradito causandogli gravi danni. Gli elementi di ambiguità sono parecchi, possediamo alcune unità funzionali di significato, cognata, cugino, tradimento, gravità e danni; sappiamo, di conseguenza, per competenza linguistica, che Tizio ha introdotto l'insieme della parentela, l'insieme dei tradimenti e quello dei danni perché siamo perfettamente in grado di avvalerci del valore denotativo dei segni. Ci mancano, tuttavia, sia il valore connotativo di ciascun personaggio, che ci indurrebbe a scoprire anche le loro caratteristiche, sia l'insostituibile contesto in cui si è compiuta l’azione del verbo causare.

Tizio e Caio s'intendono facilmente operando delle riduzioni di ambiguità con delle inferenze, cioè deducono dal discorso ciò che nel discorso non è detto. Noi che ascoltiamo, invece, pur potendo dedurre, possiamo solo fantasticare, atto, quest'ultimo, che viene comunque contenuto entro i limiti dei significati ordinari. Lo schizofrenico si smarrisce proprio in questo apparente fantasticare, alla ricerca infinita e lacerante di connessioni e significati che non troverà mai. Perduta l'essenziale denotazione, per lui l'insieme della parentela può diventare, per esempio, quello delle sette sataniche e l'insieme dei tradimenti può diventare quello dei pericoli imminenti. A noi basta usare un deittico di luogo come qui per fissare un appuntamento: 'ci vediamo qui'; a lui il qui può suggerire anche una visione interplanetaria. In questo modo, ogni atto linguistico, nello  schizofrenese, si converte in un atto di allontanamento da uomini e cose, sebbene questi atti siano sempre tentativi di ricerca della soluzione.

Watzalawick et al., con impareggiabile maestria e lungimiranza scientifica, hanno definito questa ricerca come un gioco senza fine.[3] Essi ipotizzano, a tal proposito, la realizzazione di un gioco il cui obiettivo consiste nello scambiare affermazione e negazione; ne consegue che il 'sì' è sostituito dal 'no' e viceversa e 'lo voglio' è sostituito da 'non lo voglio' e viceversa. Ci si accorge presto che questo gioco reca in sé un meccanismo infernale e inestricabile a causa del quale i giocatori non sono più in grado di interromperlo perché, ogni qual volta in cui qualcuno dice 'smettiamo di giocare!', l’altro comprende il significato opposto. Ne nasce una situazione paradossale e viziosa e che solo l'intervento di una persona terza può riportare sul piano della logica. L'ipotesi appena descritta rappresenta in modo ideale lo stato d'animo dello schizofrenico e il turbinio dei suoi significati quali espressioni della ricerca infinita.

Le due grandi aree in cui il soggetto è costretto a errare in reazione a ciò che gli accade intorno e lo affligge sono o quella della soluzione ostile o quella depressiva.

Nel primo caso:

(…) La responsabilità è tutta esterna al soggetto, l'autostima è salvaguardata, i cattivi e i colpevoli sono gli altri. Emerge tutto il rancore virulento del malato che accompagna il rifiuto dell'umiliazione narcisistica sentita e che viene ribaltata sui presunti persecutori. Egli proietta i propri limiti e i propri fallimenti sugli altri, oggettivando nei suoi persecutori tutto il risentimento. Non è un caso allora che egli si senta vittima di inganni e complotti oppure si senta ingiuriato, sfruttato e danneggiato (…)[4]
Nel secondo caso, diametralmente opposto a quello dell'ostilità:

Il soggetto avverte che il 'marcio' è dentro di sé.[5]
Virginia Woolf, colei che, a mio avviso, ha cambiato le sorti della narrativa moderna con La stanza di Jacob, sentì la propria vita risucchiata proprio all'interno della dimensione depressiva. Tormentata, fin dalla giovane età, da allucinazioni uditive tentò più volte il suicidio, convinta di non potere appartenere al mondo e alle persone che amava. Concluse la propria esistenza gettandosi nelle acque del fiume Ouse, dove annegò il 28 marzo del 1941.





[1] PENNISI, A., BUCCA, A., FALZONE, A., 2004, op. cit., p. 175.
[2] Cfr. AUSTIN, J. L., 1962, How do Do Things with Words, trad. It. di C. Villata, 1987, Come fare cose con le parole, Casa Editrice Marietti, Genova.
[3] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op. cit., pp. 221-224.
[4] PENNISI, A., BUCCA, A., FALZONE, A., 2004, op. cit., pp. 58-59.
[5] Ibid., p. 58.

2 commenti:

  1. Bell'articolo, lo consiglierò ai miei amici immaginari ;-)
    Scherzo, ma so sugli amici immaginari ...
    Buon lavoro Francesco, e buona giornata

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Suvvia, Oreste, in fondo, tutti abbiamo qualche amico immaginario! Basta solo saperli gestire...

      Elimina