sabato 11 luglio 2015

SIAMO FIGLI DELL'ERRORE: DAL DNA ALLE MELANZANE


Uno dei primi tentativi di rimediare agli errori di grammatica risale, su per giù, al IV secolo d.C.. In realtà, la datazione è incerta, tant'è che alcuni studiosi indicano il periodo tra il III e il IV, altri quello tra il V e il VI. Di conseguenza, io, avvalendomi non senza un minimo di goliardia del detto latino in medio stat virtus, ritengo che il quarto secolo possa accontentare tutti. In quel tempo, un diligente maestrino, un certo Probo, redasse una lista di errori comuni, che in seguito fu definita Appendix Probi a riconoscere il merito al presunto autore. La tecnica utilizzata dal grammatico fu abbastanza semplice e fu basata sul seguente modello: questo, non questo oppure così, non così. Probo, a quanto pare, era un sostenitore dei classici e, non arrendendosi facilmente alla corruzione della lingua latina, suggeriva ai propri lettori di scrivere calida, non calda, columna, non colonna e così via. Calda e colonna, infatti, per lui, erano da bollare come veri e propri errori. A ben vedere, per noi accade l'esatto contrario. Diciassette secoli circa hanno ribaltato l'unità d'interpretazione della lingua non perché il latino classico sia cambiato e scomparso pure dai banchi di scuola, ma perché nessuno di noi, oggi, potrebbe considerare calda e colonna come delle forme sbagliate.

Secondo la storia della nostra identità linguistica, ciò che più conta è valutare debitamente il fenomeno del passaggio grammaticale. L'errore ci ha condotti all'attuale verità linguistica, giacché, nel linguaggio, la verità è un fatto, da intendere come modo di essere di una comunità. Ciò che è sbagliato appartiene ai fatti tanto quanto ciò che è giusto.

Se è vero che gli errori, in genere, spaventano i parlanti, è altrettanto vero, secondo la teoria bioevoluzionistica, che, se quattromila milioni di anni fa non si fosse verificato un errore chimico, adesso non potremmo parlare di grammatica  o dello stesso DNA. Non potremmo parlare. Punto! Alcuni scienziati – scrive Dawkins –, ingegnandosi a riprodurre a livello sperimentale l'ambiente chimico della terra prima dell'avvento della vita, hanno scoperto la presenza di purine e pirimidine, cioè di blocchi organici costitutivi del nostro DNA già fortemente concentrati all'epoca del brodo primordiale. L'ipotesi è che, sempre nel contesto chimico primordiale, risalente a quattromila milioni di anni fa, le concentrazioni di sostanza organica si facessero sempre più grandi grazie anche all'effetto dell'energia proveniente dai raggi solari ultravioletti. Oggi, fa notare lo scienziato, questo evento sarebbe impossibile a causa dell'azione dei batteri che assorbirebbero e demolirebbero delle molecole così grandi. Il più inaspettato dei fenomeni, ciò che rientra davvero nella singolarità del caso, tanto da essere definito dallo stesso autore quasi del tutto improbabile, fu il formarsi di una molecola in grado di produrre copie di sé stessa, una molecola replicante. Si trattava di una grande molecola costituita da blocchi di molecole più piccole. Non si sa con precisione quale fosse il meccanismo di copiatura: può darsi che ciò avvenisse grazie ad affinità tra alcune molecole presenti nel brodo e i piccoli blocchi del replicante, che ad esse si attaccavano, oppure, cosa ancora più probabile, può darsi che la replicazione avvenisse non già mediante molecole dello stesso tipo bensì attraverso un raccordo funzional-riproduttivo tra positivo e positivo o tra positivo e negativo. In pratica, la stabilità che 'diede vita alla vita' fu introdotta improvvisamente. Non è affatto traumatico, allora, aggiungere che la stabilità e la precisione degli attuali processi ribosomiali si sono raggiunte lungo un percorso di improbabilità e di errore evolutivo-progressivo. Se il replicante originario avesse mantenuto inalterato il proprio meccanismo di copiatura, non saremmo qui!

Il DNA e la grammatica, non a caso, si ritrovano sullo stesso piano. Ciò non vuol dire che possiamo fare a meno dei congiuntivi o che i propositi contenuti nell'Appendix Probi o nel De vulgari eloquentia o nel capolavoro di Silverio Novelli (2014, Si dice? Non Si dice? Dipende, Laterza) siano inutili: tutt'altro! Sarebbe bene cominciare ad avere più rispetto per la lingua di quanto se ne vede in giro: lo dico – si badi! – non già per esigenze estetico-esornative o morali o scolastico-accademiche, bensì perché ci si riappropri di quel sentimento di condivisione che solo la ritualità della lingua e dei suoi significati essenziali è in grado di istituire. Io non sono affatto un personaggio autorevole e non godo di chissà quale attenzione pubblica, ma esorto parimenti coloro che mi dedicano il proprio tempo a tenere a distanza i blog in cui si offrono i classici cinque o dieci consigli sulla scrittura, fuorché si tratti di Umberto Eco o pochissimi altri. Consultare le grammatiche e leggere i classici restano doveri intellettuali inalienabili.

Non c'è alcunché di scandaloso, se un venditore ambulante pubblicizza la propria mercanzia scrivendo melenzane anziché melanzane o prociutto al posto di prosciutto. Lo scandalo c'è, ogni qual volta in cui melenzane o prociutto vengono fuori dalla bocca di un insegnante o di un professionista. Il ruolo che svolgiamo o che dichiariamo di svolgere è un elemento di relazione e significazione tra le parti sociali, sicché il modo in cui ne comunichiamo la concreta funzionalità, di volta in volta, o ridisegna una porzione di realtà o la corrompe.

Di recente, mi sono imbattuto in un blog nel quale l'autrice si propone di dare cinque consigli sulla scrittura e cinque rimedi per chi non li segue. Premettendo che questi titoli mi fanno paura perché mi fanno paura tutte le persone capaci di dare consigli 'numerati' agli altri, ho trovato tanti di quegli errori grammaticali che mi sono detto: - Se l'autrice ha raggiunto un certo successo in questo modo (…è piuttosto famosa e ben sostenuta dalle case editrici!), le cose sono due: o, prima o poi, mi daranno il Nobel per la letteratura oppure faccio meglio a scrivere 'occapito' e rinunciare a tutto! - . Il guaio è racchiuso nella pretesa o nel cosiddetto obiettivo di chi scrive: dare consigli sulla scrittura. In primo luogo, non è possibile, a mio avviso, suggerire a qualcuno tecniche di scrittura o metodi, se non si ha una profonda padronanza della lingua e delle sue regole. Alcuni errori grammaticali del testo sono davvero grossolani. L'autrice scrive: Dì quel che ti serve (…) mettendo un accento sulla i. È inaccettabile perché si scambia un imperativo tronco di' con un sostantivo, dì. L'imperativo del verbo dire, in questo caso, è di'. Non c'è stile che regga! È un errore grave. Allo stesso modo, la sintassi, talvolta, è macchiata da errori di punteggiatura. Riporto solo un esempio. Prima di metterti a scrivere raccogli tutte le informazioni che potrebbero servirti (…): la subordinata temporale implicita introdotta dalla locuzione subordinante prima che deve essere separata dalla reggente tramite una virgola. È obbligatorio e non opinabile.


Vi prego, quale che sia il vostro parere in merito, di non accusarmi di pedanteria! L'oggetto dell'articolo è la scrittura; il fine: aiutare gli altri a farlo. E non lo si può fare se non si rispetta la differenza tra un asindeto e un polisindeto o tra reggente e subordinata. 

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