mercoledì 8 luglio 2015

QUEL MEDICO CHE PROVA SU DI SÉ I RIMEDI, 
PRIMA DI ORDINARLI AL PAZIENTE


Ne La cantatrice calva di Eugène Ionesco, la signora Smith, uno dei personaggi principali, volendo esaltare le qualità professionali del dottor Mackenzie-King, afferma che questi è un ottimo specialista perché non ordina mai dei rimedi, senza averli prima sperimentati su di sé. In un'occasione, questo medico, pur non essendo malato, si sarebbe fatto operare al fegato al fine di svolgere correttamente lo stesso intervento chirurgico su Parker. Il protocollo del dottor Mackenzie-King sarebbe dunque il seguente: 'prima su di me, poi sul paziente'; la qual cosa, da un punto di vista scientifico, è ineccepibile. La fase della sperimentazione precede quella dell'applicazione terapeutica. Dalla teoria alla pratica, però, il meccanismo s'inceppa. Nessuno di noi, infatti, è disposto a correre il rischio di valutare bene la realtà delle cose che si dicono o si pensano. 

Lo stesso accade nello spazio-tempo della lingua e delle grammatiche. La teoria si presenta quasi perfetta, imponente e, a tratti, soddisfacente, come se bastasse applicare una regola, con uno schiocco delle dita, per farsi capire. Sappiamo tutti che non è così. Nel più stupido o più esilarante tra i giochi della nostra lingua, tiriamo fuori espressioni come Il giocatore rimette al centro e ci rendiamo conto che la frase può essere tradotta con L'atleta vomita al centro. E siamo solo alle prese con un esempio banale. Figuriamoci il resto! Ionesco si fa carico della ridicolaggine della comunicazione umana, la cui pragmatica è troppo spesso basata sul comune convincimento secondo cui tutti capiamo tutto immediatamente. Non è così. Ne viene fuori una commedia dirompente in cui chi parla documenta solo ciò che gli passa per la testa, senza badare alle connessioni logiche tra i discorsi dei parlanti. Il piano in cui si consuma la tragedia dei significati è adombrato dalle nostre buone abitudini, dalla nostra educazione civile e dalla nostro bisogno di comunione emotiva. 

È così che, in un periodo di calura insopportabile, durante la conversazione, uno dei due parlanti, prima o poi, dirà che "il caldo è insopportabile", giudizio neutrale e che non aggiunge né toglie alcunché al dialogo. Esso, comunque, protegge la verità linguistica di chi lo formula, riempie degli spazi e fa guadagnare tempo al protagonista. Entro i confini di una chat la vacuità di un giudizio simile aumenta (…ammettendo che la vacuità possa aumentare!) perché spesso i parlanti sono separati da parecchia distanza.  Di conseguenza, se uno dei due sente caldo, chiede all'altro: - Fa caldo anche da te? -. Viviamo di distanze e ci appoggiamo ai segni linguistici per sottrarci alla verità dei fatti. Il fenomeno può estendersi a qualsivoglia elemento della nostra quotidianità: quando dico a qualcuno che un certo quadro è bello, non so mica come il mio interlocutore rappresenti mentalmente la bellezza; egli, a propria volta, non sa quale sia la rappresentazione della 'mia bellezza'. 

Agli effetti di un miglioramento della comunicazione, la grammatica dovrebbe essere sempre tradotta in immagini e non in semplici giudizi in cui un predicato si unisca ad un complemento. Il rischio è il distacco semantico, specie se segni e segmenti linguistici sono fissati rigidamente in una sorta di gergo. Dove sono le immagini e dov'è la forza emotivo-affettiva di , nn, c6, ke, tvtb, tat, 3mendo et cetera? Le immagini, se ci sono, sono piuttosto deboli e indefinibili. Nulla, nella lingua, nasce per un caso; il processo è sempre il substrato dei modi di dire. 

In precedenza, avevo già trattato l'argomento, ma ho pensato di approfondirne l'aspetto (dis-)funzionale e pragmatico. Qui, non è in questione solo il cosiddetto errore, giacché non si può più parlare di errore nell'ambito di uno slang. Quando qualcuno scrive in chat bnotte, si serve d'una convenzione distorta: il fonema b, che ha caratteristiche di distintività, non sta ad indicare l'aggettivo femminile buona. Semmai, s'intuisce l'intenzione di chi lo produce. Tuttavia, è evidente che potrebbe anche significare brutta notte! Né il mittente né il destinatario si sforzano di costruire uno scambio efficace o di indagare sullo stato d'animo dell'altro. 

Il caso di nn, non, è diverso: si tratta di un 'monosillabo' sincopato. La sincope è quel fenomeno in seguito al quale cade un suono all'interno della parola. Rapidità e semplificazione s'intrecciano perfettamente. è una combinazione di diversi fattori: 1) il prestito dal metalinguaggio dell'aritmetica con l'introduzione del segno X al posto di per; 2) l'aferesi, cioè la caduta del gruppo per all'inizio della parola; 3) l'associazione fonetica tra il segno adottato e il gruppo caduto. Un discorso simile si può fare per xché

Tvb / tvtb, ti voglio bene / ti voglio tanto bene sono ormai diventati veri e propri acronimi, dei modelli imbattibili e inossidabili, considerando che hanno preceduto la nascita delle chat e sono comparsi già intorno agli anni settanta. 

Devo ammettere che la mia repulsione si concentra  fondamentalmente su 3mendo (tremendo) e xxxxxx (tanti baci) et similia, esempi della peggiore specie. Il mio sdegno nasce da cause precise: xxxxx è il totale annientamento dei presupposti poetici e metalinguistici del linguaggio. Mi vien fatto di urlare "Povero Jakobson!" (...al quale si deve la classificazione delle funzioni del linguaggio!). 3mendo è un codice alfanumerico, come chiunque può notare: c'è poco da commentare, a mio avviso, fuorché un'elementare e grossolana sostituzione in seguito ad aferesi. A volere tenere ancora in sufficiente considerazione la grammatica, poi, non si può fare altro che cospargersi il capo di cenere e strapparsi le vesti. È vero, si tratta, per lo più, di espressioni giovanili e adolescenziali, ma, se devo essere sincero, mi pare che la cosa sia ancora più preoccupante che se provenisse dagli adulti. Preferisco le parolacce a questo 'modo di baciare' perché la rozzezza fa rientrare la parola per lo meno in una specie di 'appartenenza' e in una zona del linguaggio piena di colore. 

Le forme Ke e anke, tutto sommato, possono essere accettate perché, con esse, si mette in primo piano il suono occlusivo velare della k, sebbene il passaggio da ch a k sia forzato: avviene un passaggio ad orecchio! Che dire di tt usato per tutto o di d+ per di più o, ancora, vb per va bene? Oppure che dire di tutti quei segni che sicuramente mi sfuggono e che qui non trovano trattazione? Se devo tenere addosso i panni dello studioso della lingua, mi limito a osservarne l'esplicazione e l'evoluzione, senza fare altro che descriverle, tuttavia, spogliandomi del ruolo scientifico, vedo solo il teatro dell'assurdo, una commedia dell'assenza in cui ciò che si scrive finisce col non appartenere più né a chi lo scrive né a chi lo legge, una congestione del gusto e dell’essere.

2 commenti:

  1. dobbiamo ricordarci che anche la lingua inglese è colma di abbreviazioni ed acronimi, per la quale hanno una vera e propria passione qualsivoglia il campo di applicazione, ma assistere ad un linguaggio del genere è un vero e proprio stupro nei confronti della lingua italiana e dei suoi baluardi. parolacce e turpiloquio sono migliori, in quanto nativi della nostra lingua a seconda della zona, offensivi e talvolta indesiderati ma comunque nulla a che vedere con tante cacofoniche alterazioni. ottima analisi come sempre, buona giornata caro Francesco!

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  2. Alessandro, tu riporti l'attenzione sul fenomeno d'origine e fai bene! In effetti, tutto si è consumato sull'asse Inghilterra-Italia. Noi italiani, che non siamo mai stati autonomi in politica, non abbiamo fatto altro che importare segni grafici espressioni, sintagmi e segmenti fino a contaminare anche le immagini della nostra lingua. Un prestito può essere, sì, funzionale, ma deve essere adeguato al contesto e non se ne deve abusare.

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