sabato 18 luglio 2015

OCCAPITO NON CÈ BISOGNO DI STUDIARE SIAMO TUTTI COOL


Oggigiorno, a difendere la grammatica essenziale, quella di base, senza fronzoli e orpelli, si rischia il linciaggio, giacché s'è ormai palesata la tendenza dei linguisti a fondere la pragmatica e i contesti d'uso con le norme necessarie alla genesi di un periodo lindo e composto, come se i confini e i limiti non esistessero più. D'altronde, perché bisognerebbe sforzarsi di preservare le fatiche fatte da Francesco Petrarca, Basilio Puoti, Antonio Cesari e Pietro Bembo? È roba vecchia, ammuffita, utile solo a riempire le scansie della libreria. Via i congiuntivi! Via le virgole! Fuori tutto! Sconti del 30%, 50% e 70% pure sulla sintassi e sui verbi irregolari! Se l'errore si usa ed è diffuso, allora va bene.

Occapito non cè bisogno di studiare siamo tutti cool.

Tra un po', si dirà pure che conviene farsi il bidet ogni dieci giorni perché la sporcizia protegge l'epidermide. Io preferisco continuare a lavarmi e, checché se ne dica, tutte le volte in cui leggo un numero romano con il cerchietto in apice (), inorridisco e mi preoccupo. Sono fatto male, lo ammetto. Se un comune deve festeggiare la decima edizione di chissà quale evento, ha due soluzioni da adottare per la grafica dei propri manifesti: o X edizione o 10° edizione, purché non scriva ! Qualcuno ha mai visto, per caso, in un buon libro, la forma X° secolo? Mi auguro di no. Può darsi che il numero romano contenga già il significato in questione e non sia necessario abbondare... Vi avviso che, se temporeggerete ancora un po', non è escluso che qualche buontempone, non contento dello stato dell'arte, faccia di tutto per cambiare la regola.

Comincio a pensare che la scuola non c'entri e sia esente da colpe. Un tempo, me la prendevo con gl'insegnanti, ma sbagliavo. L'Italia è un paese modaiolo, ma indossa panni inadatti al fisico che ha, alla maniera di quei personaggi di borgata che, pur avendo l'epa prominente, ostentano magliette attillate e jeans a vita bassa. Di conseguenza, si corre sempre verso una qualche riforma dei costumi. Nel Massachussetts, neuroscienziati e linguisti, dopo anni di ricerche, scoprono, per esempio, che esiste il 'mentalese', cioè una specie di competenza linguistica innata? Ebbene? In Italia, la scoperta non viene mica intesa per il valore scientifico che possiede, ma diventa subito un che di strumentale: in fretta e furia, si deve fare la rivoluzione. Non è un caso che siamo sempre stati dominati…

Dunque: gl'insegnanti possono cavarsela per buona condotta; sono le classiche vittime di un sistema in cui non ci si limita a proclamarsi riformatori, ma ci si autoproclama. Perché questo gusto dell'eccesso? Non basta proclamarsi? È necessario anche autoproclamarsi? Il prefissoide auto- deriva dal pronome greco di terza persona autòs, autè, autòn, perciò, se lo aggiungiamo al verbo, che già è strutturato sull'enclisi del –si, finiamo con l'assumere inaudita importanza, tanta da non poter più andare in giro senza scorta. È evidente che da Linosa a Predoi, attraversando la penisola dal punto più a sud a quello più a nord, tutto può accadere.

Ricordo a beneficio dei detrattori che l'oggetto è sempre la grammatica elementare, non lo scambio orale, affettivo, umano troppo umano. La grammatica è prevalentemente un insieme di indicazioni della scrittura ortodossa, da cui legittimamente si agisce in deroga, a seconda delle esigenze e confidando che la deroga non si trasformi in una deriva o in una ribellione.

Sappiamo che la maggior parte dei parlanti dice e scrive che bello!, però dovremmo pure sapere che si tratta di un errore. Qual che messo lì, a precedere l'aggettivo, svolge una funzione impropria: dovrebbe fungere da aggettivo esclamativo, ma è impedito dall'altro aggettivo. È corretto scrivere quant'è bello! Se, invece, vogliamo usare proprio il che, dobbiamo farlo seguire da un sostantivo: che noia! o che bellezza! Niente paura! Il registro colloquiale non deve generare tali preoccupazioni. È importante che si stia attenti a certe forme, quando si scrive o si tiene una conferenza. 

Di fatto, alcune espressioni sono brutte anche a sentirsi. Un brutto vizio grammaticale consiste nell'uso del verbo al plurale in presenza di un soggetto singolare seguito da un complemento di compagnia. Se devo raccontare di essere andato a pescare con Alessandro, non posso dire oggi siamo stati a pescare con Alessandro. Eh no! Non si può neanche nell'ambito d'una conversazione semplice. Il soggetto, in questo modo, viene soppresso e l'accordo è fatto secondo una specie d'intuizione del ruolo dei protagonisti. 

Per portare l'attenzione su un'altra diavoleria linguistica si potrebbe dire che questi sono i disagi intellettuali della meglio gioventù, denunciando, così, il crollo di un aggettivo a vantaggio di un avverbio. Sia chiaro che il caso del film diretto da Marco Tullio Giordana non può e non deve essere soggetto a correzione grammaticale! La scelta di un registro linguistico da parte di un autore – Pasolini n'è stato un maestro; Manzoni non scherzava – serve a ricreare l'ambiente in cui gl'intrecci sono calati. In un tema sui Sepolcri, invece, come scrive Silverio Novelli ne Si dice? Non si dice? Dipende, il ma però non è tollerabile e l'insegnante fa bene a segnarlo come errore. Non sono d'accordo su tutto ciò che scrive Novelli, ma devo riconoscergli il merito del capolavoro summenzionato, uno dei pochi libri in cui stanno insieme elegantemente grammatica, sociolinguistica, pragmatica e semantica in una lingua accessibile a tutti, divertente e, soprattutto, innovativa. Troppa tolleranza diventa presto devianza.


Se Abramo tornasse in vita quale redivivo patriarca, sarebbe ancora disposto a negoziare e rinegoziare ininterrottamente e ossessivamente la pace per Sodoma e Gomorra? Giosuè accetterebbe di credere che il sole sia la stella attorno alla quale ruotano gli altri pianeti? Il profeta Daniele scenderebbe ancora nella fossa dei leoni? Oppure si concerebbe anche a loro qualcosa di soft, visto siamo ormai in tema di tarallucci e vino e, per giunta, all'inglese? Don’t panic scrive Novelli… 

4 commenti:

  1. come si è sempre fatto è il modo giusto? benissimo, continuiamo così, tanto che avranno fatto di tanto importante Petrarca e altri? sappiamo vivere benissimo da soli senza anacronistiche regole, non credi? ragioniamo così e vedremo cosa resterà di noi. ottima panoramica dissacratoria quanto reale, buon weekend caro Francesco!

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  2. Buon week-end a te, Alessandro. Considera che da parecchi giorni ricevo critiche per la mia difesa di base della grammatica. Mi sono permesso di dire loro che non sono così stupido da non distinguere l'efficienza comunicativa dalle regole grammaticali. Allora, mi citano i grandi nomi e continuano coll'assurdo 'fuori tema'. Di conseguenza, mi sono stancato e ho dato il mio punto di vista in questo modo. Condivido appieno: come si può cancellare quanto è stato fatto dai grandi maestri?

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    1. I grandi maestri sono uno scomodo termine di confronto per l’ignoranza dominante che vuole giustificare se stessa attraverso tronfie, quanto povere, teorizzazioni del permissivismo. L’ignoranza è talmente cieca da non poter vedere quello che ignora, e talmente presuntuosa da estrarre nuove norme dalla propria “indigenza”… Che puoi aspettarti, Francesco, da un tempo in cui analfabeti e dottori sembrano aver smarrito i connotati distintivi? Prova a “divertirti” con le “perle radiofoniche” di seguito riportate:
      “Che non ci debba essere gli affetti è una villania totale”, o “Questo è la porta di entrata”, oppure “E la disabilità non si torna più indietro” (Prof. Roberto Bernabei); “Parliamo di persone che tutti noi diventeremo anziani”, o “Questo studio che ci soffermiamo fra qualche istante” (Annalisa Manduca); “Liquor piscium salsum” cita Umberto Broccoli, facendo diventare liquor sostantivo neutro… Gran dottore che, non contento, di lì a poco trasforma in ossimoro una sinestesia (vedere il profumo per radio); “Ha una presenza e un possesso del palcoscenico che forse in altri anni non si era mai visto”, oppure “Mimma Gaspari parlava che andava nelle radio con il nastrino” (Carlotta Tedeschi); “…che venevano messi accanto a lei in questa momento di dissenso”, oppure “Per venerdì è previsto la messa in votazione”, o ancora “Qual è stata la cosa più costosa che vi avete aggiudicato?” (Giancarlo Loquenzi); “Questi… mi sembra che questo articolo determinativo sia un po’ offensivo” (Giorgio Zanchini); “Al massimo quello che può accadere è che si perdi un’opportunità”, oppure “A me non interessa le discussioni” (Matteo Renzi); “Sono salito di corsa dalla capigruppo”, oppure “Due ore mi sembrano troppi” (Renato Brunetta); “La riflessione è quello di una riflessione su quello che è il rito di trasgressione” (Salvatore Licata)…
      Potrei continuare con altre decine di esempi (tutti registrati diligentemente), ma penso di aver fornito una documentazione sufficientemente probante dell’andazzo imperante.

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    2. Maestro stimatissimo, ti sei rivelato dantesco anche nello stile ed è bene che ciò da te emani e prenda vita. È la cosiddetta consolazione magra? No, non direi: è, invece, soprattutto, quel giusto in nome del quale il Dio di Abramo, il Dio dei Padri, non avrebbe dovuto distruggere Sodoma e Gomorra. "Foss'anche per uno, non la distruggerei" echeggiava, grosso modo, la voce dall'alto dei cieli. La grammatica è ormai un regno dei reietti, in cui e per cui, talora, sembra necessario accomodare l'errore alla situazione per non sfigurare. Dunque, i veri reietti sono Petrarca, Bembo, Puoti, Cesari, Manzoni e, perché no?, lo stesso Dante, giocato come jolly di opportunità più o meno bislacche e mondane. Ed io che pensavo di guadagnarmi il pane con la lingua italiana...

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