mercoledì 15 luglio 2015

I CONTADINI E I PESCATORI POSSONO PARLARE COME VOGLIONO... 
GLI SCRITTORI NO!



La scena è quella dei social network. Twitter è, ancora una volta, lo sfondo coreografico. I protagonisti  della contesa sono tre o, forse, due contro uno: io, cioè l'uno, autore di un testo con cui 'attacco' la sintassi  di Annamaria Testa, LiciaCorbolante, linguista e curatrice di http://blog.terminologiaetc.it, e Francesca Chiusaroli, docente di Linguistica generale e applicata all'Università di Macerata e genitrice di #scritturebrevi e di http://www.scritturebrevi.it/. L'oggetto della disputa si definisce presto: le diverse concezioni della grammatica. 

Mi sembra di essere rinato in un nuovo mondo, una terra fiabesco-medievale in cui si litiga sul valore degli 'universali': sono nella cosa, fuori della cosa o prima della cosa?  Ad essere generosi, si potrebbero aggiungere 'altre cose', ma è inutile incomodare Sant'Anselmo, Abelardo o i logici dei giorni a venire perché si finirebbe col restarne intrappolati. La buona e sana filosofia è sempre quella grazie alla quale l'uomo può riempire la pancia: consiglio spaghetti con le alici e un freddo calice di vino bianco a coloro che, senza requie, si lambiccano il cervello coi filosofemi. 

Nel capitolo precedente di #errorieparole, ho additato un articolo pubblicato su http://nuovoeutile.it in cui l'autrice dava consigli sulle tecniche di scrittura. Sono persuaso, in primo luogo, che un consigliere della buona scrittura debba avere un'ampia e particolareggiata padronanza della lingua italiana. E inoltre: quando un errore si ripete più volte, non si può più parlare di svista o refuso, ma occorre sottolinearlo con la matita blu. Le mie 'rivali' mi accusano di 'normativismo' e, per certi aspetti, di pedanteria. Io, naturalmente, non sono d'accordo, ma, pur dissentendo, voglio fare una premessa: Licia Corbolante e Francesca Chiusaroli sono due splendide figure intellettuali, due donne dotate di garbo, raffinate capacità empatiche e il cui percorso umano è segnato da alacre professionalità. Nessuna piaggeria, sia chiaro! Io, d'altronde, non possiedo simili caratteristiche di gradevolezza e non aspiro ad acquisirle. 

Tutte le volte in cui qualcuno si dichiara 'scrittore', gli errori devono essere condannati. La tesi dell'accusa è formulata nel modo che segue: - Trovami una sola persona che non abbia capito la frase perché mancava la virgola! -. Io boccio questa esortazione della Corbolante perché si tratta di un madornale 'fuori tema': il piano della comprensione e dei significati va distinto da quello della grammatica. Io contesto l'errore grammaticale, non l'opportunità d'interpretazione e di scambio comunicativo. L'efficacia del segmento linguistico non è in discussione, le competenze grammaticali sì! Ho sostenuto, precedentemente, che, nella frase Prima di metterti a scrivere raccogli tutte le informazioni che potrebbero servirti (…), è necessario mettere una virgola che separi la reggente dalla subordinata; il che non è soggetto a deroghe, se – lo ribadisco – l'unità di misura è quella della grammatica e non quella della pragmatica. Se, per di più, l'errore, come ho già detto, si ripete in altre parti del testo e sotto diverse forme, non capisco come si possa dire transeat! Dunque: anche se la Chiusaroli afferma di non potere condividere parole di sdegno su abbreviazioni e virgole, io, al contrario, manifesto tutto lo sdegno che riesco a produrre, soprattutto se il destinatario è qualcuno che pubblica i propri 'capolavori' con Rizzoli e si erge a modello da imitare. Non mi metto mica a fare discorsi mielosi sulla retorica della meritocrazia, ma un po' di buonsenso è necessario. 

Se andiamo in pizzeria e il pizzaiolo ci fa arrivare sul tavolo una pizza cruda o poco gustosa, ci lamentiamo perché il pizzaiolo non ha fatto bene il proprio lavoro. Se, invece, la pizza è fatta da un'amica in una serata di relax, allora ne ridiamo perché sappiamo che non è un'esperta e possiamo mostrarle tolleranza. Lo stesso criterio vale per la scrittura e la grammatica. Vadano a lavorare la terra, così da dare spazio ai tanti giovani talentuosi, anziché dare il cattivo esempio! Non c'è un unico italiano con norme inderogabili mi si dice: sono d'accordo, ma il dipende è grande quanto un elefante. Lo ripeto fino alla nausea: il contadino o il pescatore si possono permettere di parlare e scrivere come vogliono, a patto che riescano a fare cassa; gli scrittori, specie quelli blasonati, no! 

Purtroppo, coloro che sono prodighi di buonismo linguistico, a mio avviso, sono effettivamente estranei alla lingua vera, quella che nasce e muore tra la gente, quella i cui suoni fanno male perché indicano sempre un bisogno. Io sono cresciuto in un quartiere dove tvb non significava ti voglio bene, ma: ti vengo a bastonare! Quando facevo a pugni per le strade e mi toccava insultare qualcuno, lo facevo in dialetto. Nel tempo, sono stato facchino, cameriere, muratore e, per due anni, pescatore. Di notte, andavo per mare con una barchetta lungo la costa che si estende da Selinunte a Mazara del Vallo; di mattina, tentavo di vendere il pescato. E lo vendevo in dialetto, rigorosamente in dialetto. Quando imprecavo di paura a causa delle burrasche improvvise, lo facevo in dialetto. Poi, quando fui diventato docente universitario, mi resi conto di dovermi esprimere in un italiano corretto almeno per dare il buon esempio ai miei allievi: in effetti, sono un po' ottuso, ma riuscii comunque a cavarmela nel rispetto d'una grammatica essenziale. Quindi, non mi si venga a fare la lezioncina sui contesti! 

Mentre taluni cominciavano a conoscere i contesti linguistici tramite master di specializzazione e libroni che profumavano di denaro, io me la 'spassavo' versando sangue. So bene di correre il rischio di espormi al 'vittimismo', ma sono stanco di leggere commenti impertinenti e ingenerosi, propri di chi vede la lingua da uno scranno e può impartire la benedizione urbi et orbi. 

La grammatica morale è una trovata clownesca, irriverente e, a tratti, anche pacchiana. Mi dolgo di dovermi contrapporre a persone che stimo incondizionatamente, ma credo di avere sufficiente capacità di discernimento per evitare derive personalistiche. Licia Corbolante e Francesca Chiusaroli sono ciò che dichiarano di essere, ma non si fa fatica ad accertare la loro identità. Annamaria Testa, invece, appartiene alla generazione dei vari e indefinibili "va' dove ti porta il cuore". Sono aggressivo? Può darsi ch'io lo sia, ma ogni opera di difesa di un sistema passa in qualche modo dall'azione bellica e dev'essere fatta sul campo di battaglia. Non si può vincere una guerra, senza invadere il territorio dell'avversario. Altrimenti, l'azione è mera spacconeria, ostentazione di forza e null'altro. D'altronde, il maestro de L'arte della guerra dice che bisogna attaccare il nemico dove non è preparato e fare delle sortite con le truppe quando non è preparato

4 commenti:

  1. Direi che ci sono stati parecchi fraintendimenti sul senso del nostro scambio su Twitter [1], ma è il rischio dei 140 caratteri!

    Mi limito a un suggerimento di lettura perché mi pare di capire che apprezzi l’autore: “The Sense of Style: The Thinking Person's Guide to Writing in the 21st Century” [2] di Steven Pinker (in inglese, ma con considerazioni che valgono per qualsiasi lingua; un assaggio in “Sottili connessioni” [3] di Luisa Carrada, bravissima maestra di scrittura).

    Licia Corbolante

    [1] https://twitter.com/terminologia/status/620100405314228224
    [2] http://stevenpinker.com/publications/sense-style-thinking-persons-guide-writing-21st-century
    [3] http://blog.mestierediscrivere.com/2015/04/01/sottili-connessioni/
    (purtroppo Blogger non mi consente di inserire direttamente i link)

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    1. Licia, quale che sia la natura del nodo, gordiano o scorsoio, io, anzitutto voglio rinnovare la mia stima per te e per il tuo lavoro sulla lingua, come ho già fatto nei confronti di Francesca Chiusaroli. Confido che il 'contrattempo' non ci privi per l'innanzi della continuità nello scambio. Purtroppo, come tu scrivi, gli equivoci, molto probabilmente, hanno alterato la conversazione. Il mio appunto - non astioso - era e resta incentrato sulla grammatica, cioè su quel codice delle buone maniere della scrittura, non rispettando il quale si corre verso una deriva inaccettabile. Può darsi che, in alcuni casi, io sia stato troppo rigido e perentorio, ma mi riesce difficile mostrare tolleranza verso chi si dichiara scrittore e consigliere. L'uso è funzionale, ma non è tutto, non può essere tutto. Come ho scritto, io vendevo il pesce in dialetto e l'azione linguistica era efficace, ma questo non giustifica la genesi di grammatiche alternative. Se leggi il commento postato da basso dal prof Bernabei, ti rendi conto che egli fa riferimento al pronome personale soggetto 'tu', che spesso viene trasformato in te. L'efficacia della comunicazione non ne risulta intaccata, per carità... Ma tanto vale abolire qualsiasi criterio di scrittura!

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    2. La mia concezione della grammatica è diversa dalla tua, ma non è quella che mi hai attribuito. Ho pensato di riassumere il mio reale punto di vista in http://blog.terminologiaetc.it/2015/07/24/grammatica-giusto-sbagliato/
      [no, non esiste una regola che proibisce l'uso della virgola prima di "ma"! ;-) ]

      PS Che posto ha la comunicazione orale nell'equazione grammatica = buone maniere della SCRITTURA?

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  2. Un parere a braccio...
    Non ritengo la grammatica il rigido canone per aderire ad un eterno modus loquendi atque scribendi, ma, soprattutto oggi, l’argine all’arbitrarietà del dire e dello scrivere, la quale, violando la correttezza delle strutture, compromette non raramente la precisione nella formulazione del pensiero e, conseguentemente, la buona qualità della comunicazione.
    Del resto, in un contesto temporale in cui vige, in ogni campo, il contraddittorio assunto che “tutto è relativo” - il quale condanna se stesso alla mancanza di assolutezza (se tutto è relativo, è relativo pure che tutto è relativo) e dunque all’impossibilità di essere un criterio di riferimento -, non mi sorprende il trionfo della permissività e della confusione.
    Io credo che la norma grammaticale sia soggetta perlomeno a due componenti costitutive, non necessariamente compresenti, una delle quali a-priori, l’altra a-posteriori. Esistono cioè strutture imprescindibili, regolate dalla natura stessa del cervello pensante, riscontrabili in certe funzioni logiche o sintattiche, e vi sono altresì precetti contingenti che possono mutare al volgere dei tempi, dei gusti, delle abitudini, delle mode, precetti connessi perfino con il grado di alfabetizzazione, se non addirittura con le influenze dei mezzi di divulgazione dominanti. Esemplificando: il pronome personale di seconda persona singolare, avente funzione di soggetto, è “tu”, ma una brutta abitudine corrente va diffondendo l’uso del “te”… “Vieni anche te?”, si sente spesso dire. Orbene: per quanto questa pessima soluzione possa in futuro divenire corretta (norma contingente), rimarrà tuttavia il cardine logico di un pronome usato in “funzione di soggetto” (norma necessaria).
    Dunque bisogna ammettere la possibilità che un uso si modifichi? Non c’è grammatica che possa impedirlo. Bisogna allora divenire permissivi? Tutt’altro problema: his in rebus habenda est ratio diligenter, parafrasando Cicerone (De oratore, I, 34, 156)
    La questione si pone oggi nella rapidità dei mutamenti, che non dà tempi idonei di evoluzione e di assimilazione: la fretta, la trascuratezza, l’approssimazione, l’ignoranza, il “tutto è permesso”, la circolazione vorticosa impressa dai mass media alla comunicazione in tutte le sue espressioni, non giocano a favore delle fisiologiche, lente trasformazioni che avevano in passato gradualmente modificato certe forme della lingua, e magari la sua veste generale, senza traumi e senza gravi danneggiamenti, senza ledere la chiarezza e l’eleganza dell’oralità e della scrittura.
    Una ragione fondamentale per assegnare alla grammatica ed al rispetto delle convenzioni codificate il ruolo di frangiflutti, di protezione contro gli attacchi di una troppo frenetica tendenza alla trasgressione, foriera non solo di maniere antiestetiche, ma di seri dubbi, se non d’insormontabili barriere, ai fini della comprensione del pensiero (laddove questo riesca a sopravvivere…).
    Insomma, che non mi tocchi più redarguire le redazioni per titoli di giornali come questo: “Vietato perquisire giornalisti per cercare le SUE fonti” (PrimaDaNoi, 14 Luglio 2015; titolo corretto a seguito della mia sdegnata segnalazione).

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