mercoledì 22 luglio 2015

AMANTI SGRAMMATICATI


Ci lasciamo catturare e affascinare dalle più angoscianti tra le storie d’amore che la tradizione letteraria ci abbia donate: è un fatto ormai incontestabile, come se il dolore, il sangue e l'infelicità altrui rinnovassero la nostra speranza di successo amoroso e il nostro vigore sessuale. Noi ce l'abbiamo fatta; loro no potrebbe essere il nostro rendiconto. La loro sconfitta è mezza vittoria per noi. Diversamente, può anche darsi che si tratti di un archetipo, cioè d'un'idea collettiva originaria e secondo la quale, in materia di sentimenti, viviamo la cultura della colpa… 

Romeo e Giulietta, non a caso, entrano a far parte della memoria comune con estrema facilità, anche quando non si è pratici di teatro shakespereano. I protagonisti di questa tragedia riescono a malapena ad amarsi e concludono col suicidio il sogno d'una vita insieme, tuttavia diventano un simbolo dell’amore perfetto. Il gusto di ciò che non si può avere supera quasi sempre il piacere delle cose possedute. Paolo e Francesca, cognati e amanti che Dante ci presenta nel quinto canto dell’Inferno, vengono sorpresi e uccisi dal marito di lei. Anche in questo caso, lo sguardo popolare non esita a trarne una specie d'elevazione simbolica. La passione vissuta e consumata fino alla fine non piace ai più. Lo stesso Lancillotto, la cui vicenda amorosa ispira i cosiddetti lussuriosi, non fa una bella fine. Questi sono solamente i casi esemplari e, per così dire, i più noti, ma la rassegna potrebbe sconfinare presto nella quarta dimensione già col semplice ricorso alla narrativa del ventesimo secolo. Se consideriamo, per giunta, la cinematografia classica, a partire dall'arcinota Rossella O'Hara, che qualche lacrima ha versata, per poi passare a Titanic, rischiamo di non uscirne più. Insomma, di sventura in sventura, si giunge a contemplare anche l’amore sgrammaticato.

Qual è il legame tra le 'amate' disgrazie e gli strafalcioni? L'urlo 'verbale', lacerante e dirompente degl'innamorati, già da tempo, trova spazio sui muri, fissato ora in una sorta di murale (non murales, dato che murale è il singolare di una parola spagnola) ora in una sentenza epigrammatica affinché il mondo intero sappia – e non solo l'amato o l'amata – che la dichiarazione scritta è un bisogno improrogabile.

Grazie al nutriente lavoro svolto sul sito www.qnm.it, che mi è stato alacremente suggerito dalla psicologa Sonia Bertinat, scopriamo un'esilarante sequenza di scritte murali, che, a dire il vero, fanno pensare più al cataclisma che alla seduzione. Ne scegliamo alcune in modo tale da renderci conto di quanto possa essere 'antigrammaticale' la grammatica dell'amore. Un tizio scrive Adio pupa tio amato e, qui, non si sa davvero a cosa appellarsi per farne l'analisi, dato che il codice sembra un misto di dialetto sudamericano e lingua tagalog. Restiamo partecipi del suo dolore perché, come s’è detto, apparteniamo alla setta degli addolorati per amore. Gli fa eco, a chissà quale distanza, colui che ha introdotto un nuovo santo nel calendario gregoriano: Buon s'Anvalentino per te!!! Melius abundare quam deficere si direbbe a proposito dei tre punti esclamativi, che comunque sono l'aspetto meno preoccupante dell'augurio. Per evitare una gaffe – non si sa mai! – io scrivo Anvalentino con la lettera maiuscola. Non vorrei che, un giorno o l'altro, sbucassero fuori gli Anvalentiniani a bastonarmi. M'avvedo che quest'ultima frase non è degna dell'apparato tragico in questione, ma si comprende che non sarebbe potuta passare sotto silenzio.

Se vogliamo tornare a delusioni e quant'altro, mettiamo in primo piano la frase di qualcuno che sicuramente è stato costretto all'amicizia al posto della precedente storia d'amore. Sentirsi dire è meglio restare amici non è piacevole perché, come scrive il nostro, non è facile chiamare amico alla persona che ami. Io, di solito, non chiamo alle persone e tento di distinguere i verbi transitivi da quelli intransitivi, ma al cuor non si comanda! La capacità di fare distinzioni efficaci è una qualità che pochi possiedono, tant'è che chi la possiede non può tenerla nascosta e scrive: Io e te 4 metri sopra il cielo perché a 3 metri stanno molta gente.

I patimenti - si sappia! - sono sempre in agguato e non cessano di tormentare la sensibilità maschile. Spesso, la donna è spietata nel condannare gli errori dell'uomo, cosicché occorre rivolgerle una vera e propria supplica: bimba dammi un altra scians! Ad essere sincero, io gli darei solo la scians di andare a scuola, ma le scelte d'amore rinviano alla dimensione intima di ciascuno di noi, non sono discutibili.  Tra le altre cose, potrebbe recarsi a scuola in compagnia del proprio collega che scrive Je tem e fare un corso d'approfondimento almeno di una lingua straniera a scelta… Come fare jogging in due: è più piacevole.

Un vero poeta, invece, tenta di sottrarsi allo strazio con un verso bruciante e iperbolico: Questo amore immenzo x te, laddove un'altra vittima è costretta ad arrendersi miseramente: io muoro x te. Se ci avventuriamo nell'analisi degli universi paralleli, sappiamo da dove partiamo, ma non sappiamo dove possiamo arrivare: Sei la cosa più bella che abbia mai esistito. Il tentativo di adottare il congiuntivo è nobile, ma questo ausiliare avere ci complica la vita. Come dobbiamo interpretarlo? Come un verbo transitivo che determini il possesso dell'oggetto e, di conseguenza, dell'esistere? L'esistenza è la più ardua tra le prove e lo sa bene quell'uomo che ha avuto il coraggio di denunciare i propri errori e la propria debolezza in questo modo: La vita mi a dato un regalo bellissimo e io come uno stupido o perso e x questo io ciò un dolore atroce ke solo tu puoi quarirmi. L'effetto di tali parole ci rimanda di colpo ai versi della Canzone al Metauro di Torquato Tasso o al Tango del vedovo di Pablo Neruda; sono talmente commoventi da togliere il respiro. In tal senso, è quanto mai opportuno giovarsi della saggezza dell'amante navigato: lorgoglio non serve. Qualche perditempo poco educato gli scrive accanto: ma l'apostrofo sì, noncurante del rispetto nei confronti di chi, soffrendo, documenta il dolore con pacatezza. Le reazioni s'intrecciano con estrema rapidità perché non c'è nulla che scuota al tal punto la psiche quanto l'amore: mi ahi deluso, non posso fare almeno di te dichiara un altro. Forse, ha fatto slittare di un posto la h per dare enfasi alla delusione? E almeno?

Gl'interrogativi che s'addensano su di noi sono troppi perché se ne possa venire a capo facilmente. Congediamoci dal regno della sofferenza con garbo e in silenzio! Lasciamo che parli ancora una volta la scrittura di uno dei protagonisti: (…) dal primo momento che ti ho visto mi sono innamorato e nn passa giorno a cui nn ti pensi (…) ci tengo talmente tanto ke potrei morire (…)! Requiem aeternam Deo.


3 commenti:

  1. ahhahahahhahahaahh!
    Simpaticissimo il tuo post. Ironico quanto basta per far sorridere ma non offendere.
    Ti condivido!
    Ciao!

    ps una perla su un muro di Asti. Io ciò tanti diffeti ma tu me li qurerai!
    Bella vero? Una dimostrazione di amore sconfinato (non per l'italiano purtroppo) e di fiducia incredibile.

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    1. Come si suol dire, al cuor non si comanda. La grammatica, di fatto, è un bel gioco... Tuttavia, qualcuno, di tanto in tanto, riproduce a proprio modo le regole del gioco... Meraviglia dell'arbitrio e dell'intelletto umano! Grazie di cuore per la tua attenzione, Patricia!

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    2. Al cuore no Francesco ma qualcoìhe volta bisognerebbe obbedire... almeno alla grammatica!
      Ciao e buon pomeriggio

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