mercoledì 10 giugno 2015

SCIMPANZÉ BATTE RENZI 3 a 0
IL POLITICHESE COME FALLIMENTO NELL'EVOLUZIONE BIOLOGICA


Ero poco più che adolescente e mi accingevo a prendere posto, come ogni mattina, tra i banchi della terza C del Liceo Scientifico Vincenzo Fardella di Trapani. Mi aspettavano due ore di Italiano, dalle otto e trenta alle dieci e trenta, ed ero già abbastanza annoiato… Non perché disprezzassi la letteratura, che, al contrario, cominciava a far parte della mia avventura esistenziale, ma perché sapevo che l'insegnante sarebbe stata soporifera durante la lettura della Divina Commedia. La signora, piuttosto ingessata nei modi, sempre avvolta in foulard cotonati e imbellettata, era solita leggere i versi di Dante anche per un ora filata, senza interruzioni né commenti, beandosi del suono poetico, isolata dal mondo! Di conseguenza, io e i miei compagni, sulle prime, facevamo spallucce, poi, cioè nell'arco della prima mezz'ora, il mento sul palmo della mano, eravamo imbronciati e finivamo sfiancati col far cadere la testa sul banco, quasi fossimo polpi in agonia.

Quel giorno, però, qualcosa di diverso serpeggiava sul viso di quella donna perbene, tant'è che, fissando il proprio sguardo su di me, mi fece una domanda che mi colse impreparato: - Sai, per caso, quando si voterà la fiducia al Governo? -. Non ne avevo idea né, tanto meno, sapevo in che epoca stessimo vivendo, ma non intendevo fare brutta figura. Tra me, ripetei: - La fiducia al Governo… È una cosa importante. Ma io… Che cazzo ne so? -. Superato l'imbarazzo iniziale e fatti due conti senza alcun  riferimento logico, risposi: - Quindici giorni credo! -.

Sbagliai in modo grossolano, ma l'episodio mi spinse a colmare la lacuna, cosicché cominciai a leggicchiare qualcosa di diritto pubblico e, nello stesso tempo, a seguire almeno un po' di TG. L'impatto fu infelice, a dispetto dell'impegno profuso perché mi misi in ascolto dei discorsi fatti dai politici, considerandoli personaggi simbolici e meritevoli d'attenzione, competenti e autorevoli. Tuttavia, dalla maggior parte dei loro discorsi, che talvolta erano fatti anche di bei costrutti e si mostravano ricchi di termini eleganti, non riuscivo a ricavare significati concreti.

Faccio lo stesso sforzo da almeno vent'anni, tento cioè di capire quale sia il rapporto tra il politichese, i significati e il destinatario. Ormai, ho l'impressione che sia uno tra i peggiori fallimenti della specie umana, il cui linguaggio, invece, da un punto di vista biologico, è un successo evolutivo.

Il nostro linguaggio è valido in quanto sia concepito come sistema di comunicazione discreto ed efficace, con caratteristiche di ricorsività e figure simbolico-rappresentative che mettano in contatto emittente e destinatario. Si dice che il nostro linguaggio è discreto perché possiede delle aree di significato ben definite e perché alcuni segni sono ben distinti da altri; dalla qual cosa deriva, per l'appunto, l'efficacia. La ricorsività, invece, è insita nella nostra potenziale capacità di elaborare infiniti costrutti, a partire da una piattaforma finita di elementi. Da ultimo, il valore simbolico dei nostri legami linguistici sta nella nuda e cruda pragmatica: noi siamo perfettamente in grado di assegnare all'avverbio di luogo qui una determinazione spazio-temporale.

Ebbene? I politici non possiedono queste caratteristiche dell'evoluzione linguistica. Gli scimpanzé, a mio avviso, si sono rivelati superiori ai politici in fatto di comunicazione. 

Non occorre alcuna faticosa indagine per averne prova e riprova. Basta fare visita all'account Twitter di Matteo Renzi, un maestro ineguagliabile del vacuo nonsenso, delle inconsistenti frivolezze, suprema espressione dell'anemia politica di cui l’Italia soffre dall'inizio degli anni novanta...

Voglio precisare che non sono un avversario del PD o del Presidente del Consiglio, come non sono loro favorevole. Né con loro né contro di loro – per riformulare una vecchia massima – perché nessuna delle scelte avrebbe senso.

Ecco il primo tweet (8 giu 2015): <<(…) Italia non è più il problema dell'economia mondiale, ma parte della soluzione.>>. Con un po' d'enfasi romanesca, si potrebbe esclamare: me' cojoni! Problema, economia mondiale e parte della soluzione, messi insieme, ma privati di uno specifico riferimento, non producono alcun significato utile alla comprensione. Chiunque potrebbe appropriarsi dell'affermazione, che è articolata in modo 'spersonalizzante'; il che annulla all'origine anche il ruolo del soggetto. Ai politici manca il concetto di soggetto psicologico e mi meraviglio che i loro consulenti non provvedano a rimediare. Il soggetto psicologico consiste in quella figura che, pur non avendo funzione di soggetto, nell'enunciazione, è sentito come tale. Nella frase Le notizie sulla disoccupazione le ho ricevute da Mario (Frase con Dislocazione), Mario diventa soggetto psicologico, colui che idealmente compie l’azione.

Il 7 giugno 2015, il Presidente del Consiglio non si smentisce: <<(…) Giusto fare riforme strutturali, ma più crescita e investimenti, stop Austerity.>>. Ciò che mi sorprende e, nello stesso tempo, mi terrorizza è non tanto la grammatica paleolitica, in cui e per cui si fa fatica a riconoscere una sintassi interessante, quanto il numero considerevole (?) dei retweet: 258 il primo, 360 il secondo. E che dire dei preferiti? A cosa assegniamo la preferenza, se mettiamo tra i preferiti questi tweet? Giusto fare riforme strutturali. Ancora una volta: me’ cojoni! L'uso dell'aggettivo giusto fa pensare che il parlante, in qualche modo, abbia espresso un giudizio. Secondo un criterio sano, esprimere un giudizio significa predicare qualcosa intorno al tema del discorso. In questo caso, che cosa è stato predicato? Nulla, il terribile e incredibile nulla! La semantica dell'aggettivo, in assenza di contesto e dei particolari del giudizio, è talmente ampia da perdere la via del significato. Mancano i legami e le forme di connessione.

In pratica, se vogliamo dare un minimo di profondità, dobbiamo dire che i politici fanno largo uso di iperonimi, cioè di termini di significato generico. Sia chiaro: non è un errore usare gl'iperonimi; è un errore usare solamente iperonimi, specie se sono accompagnati da nomi astratti!

Oltre le riforme strutturali, scorgiamo più crescita e investimenti, stop Austerity. In che senso? L'austerity non è piacevole, quindi stop. Va bene. Per paradosso, gli aumenti previsti da Renzi (…che non è Premier perché il premierato in Italia non esiste, anche se l'esterofilia piace!) potrebbero andare nella direzione sbagliata. Eppure, al TG, è prassi la ripetizione fedele delle sue parole: 'Il premier (…cattive abitudini!), intervenuto al congresso, ha dichiarato che al paese servono più crescita e investimenti'. Se lo ha detto lui…

Se facciamo un altro passo indietro, il 6 giugno 2015, incontriamo un tweet che ha avuto più successo di quanto ne hanno avuto i precedenti: <<Dobbiamo creare lavoro (…)>>. Anche questa volta: me’ cojoni! L'intuizione di Renzi è talmente acuta da meritare millecento retweet e milletrecento preferenze.

Da Johannesburg a Oslo, da Pechino a Salem, dobbiamo creare lavoro è un enunciato che qualsiasi essere umano è in grado di approvare e sostenere moralmente; non è mica un'affermazione di valore politico!

In sostanza, ad ascoltare i linguisti, la lingua di Renzi non ha funzione denotativa non perché lo dicano loro, ma perché lo deduciamo senza sforzi, questa volta. La denotazione è la funzione di quel termine che indichi un intero insieme. Col sostantivo cavallo, per esempio, si indica anzitutto l'intera classe dei cavalli. Ogni singolo cavallo è poi connotato secondo le proprie caratteristiche. Più di recente, si è interpretata la denotazione come base semantica continua rispetto alla variazione terminologica e alla sinonimia: cavallo e quadrupede possiedono la stessa denotazione, ma hanno una diversa connotazione

Che cosa denotano le parole di Matteo Renzi?

La tecnica in base alla quale l'oratore non traccia netti confini per essere meno esposto alle contestazioni, spesso, si rivela una sorta di autogol.


Si è fatto tanto per allontanare dalla scena personaggi come Andreotti, Cossiga, Craxi & Co., i quali di certo non erano dei chierichetti, ma almeno possedevano capacità d'eloquio e si lasciavano ascoltare: chi per umorismo, chi per sagacia, chi per cultura… 

11 commenti:

  1. Che altro aggiungere a questo post? Non posso fare altro che lasciarti un commento banale :D Odio il politichese e odio anche tutti quei programmi tv di approfondimento che raggruppano di volta in volta 4-5 politici per volta per farli parlare. Sono programmi inutili perché le loro chiacchiere sono inutili a prescindere dal partito di appartenenza. Molto meglio un film western: almeno alle parole seguono i fatti e alla fine il cattivo di turno muore.

    Ottimo post, come sempre :)

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    1. Valentina, la manifestazione d'un sentimento non è banale, è una posizione umana e intellettuale. Io, al contrario, di tanto in tanto, mi dispongo all'ascolto delle cosiddette tribune politiche soprattutto perché spero di ottenere qualche informazione utile. Il dilemma è lo stesso anche per me, da tempo ormai: meglio continuare a seguire la politica o fare zapping? Finisco sempre su Real Time o su Dmax. E mi dispiace, credimi!

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    2. Ti capisco, ti capisco. Dispiace anche a me non riuscire a seguire i discorsi dei politici soprattutto in tv. Purtroppo, per quanto mi riguarda, non posso farci nulla: mi sembrano sempre parole che lasciano il tempo che trovano. Peccato.

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  2. Anche Salvini è un esempio illuminato di questo tipo di approccio alla comunicazione: l'ovvio più banale, ma talmente generale da colpire la vita di chiunque non ha voglia o l'educazione di superare l'impatto emotivo ed andare a fondo.

    Siamo spacciati.

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    1. In effetti, se vogliamo saziarci di politichese, il menù è talmente ampio che si fa fatica a passare in rassegna tutte le pietanze. Negli ultimi vent'anni, in particolare, la comunicazione politica è stata guidata verso modelli illusori e iperbolici, quasi del tutto staccati dalla società reale. Il caso Salvini, a mio avviso, è un po' diverso, almeno in questa fase in cui il suo ruolo è quello di oppositore. Al governo, ogni strategia cambia, sicché l'area dei significati si fa sempre più ampia e meno raggiungibile. Matteo Salvini, che sicuramente manca di stile e buone maniere, è irriverente, dissacrante, provocativo, ma, grazie al compito del momento, si può permettere di avere qualche contenuto; di conseguenza, i suoi discorsi sono tutti centrati sul concetto di 'italianità' (...mi si passi il termine!). La 'Teoria delle tre L' (Legalità, Lavoro, Leggerezza), enunciata da Renzi, è, invece, l'espressione di un sistema comunicativo insano e disfunzionale sotto ogni punto di vista. Anche in questo caso, il contesto vince sui parlanti. Il presidente riceve più pressione di quanta ne riceve il rivale.

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  3. Lungi da me difendere il linguaggio dei politici, spesso assai fumoso! Anche Renzi è un politico. Ma gli slogan renziani non sono poi tanto banali come sostieni: segnalano alcune priorità, le linee d'azione del suo governo. Per esempio "creare lavoro", piuttosto che "dare un sussidio a tutti quelli sotto un certo reddito", per dire, che potrebbe essere lo slogan di un'altra forza politica che va per la maggiore. Oppure "stop austerità", che a te pare banale ma alla Merkel magari no! Dopodiché ognuno si sceglie gli slogan che preferisce, o meglio ancora approfondisce cosa c'è davvero "sotto" lo slogan.

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    1. A Renzi non assegno alcun valore simbolico deteriore e non pongo alcun indugio a confermarne il primato in comunicazione politica, laddove se ne valuti la diacronia. Quella attuale non è, di certo, la fase dei significati! Egli è, semmai, una sorta di idea platonica, ovverosia una traccia della memoria cui si fa ricorso come modello all'interno di un sistema. Oggi, sovraesposto dai doveri di cronaca, diviene protagonista d'uno scritto. Compito dello studioso, tuttavia, è isolare l'oggetto d'analisi da giudizi e fenomeni crono-patologici, specie nel caso in cui la semantica è così tematizzata: per obiettivo e, quindi, per necessità d'arte. Forse che la 'Teoria delle tre L' è l'espressione di un sistema comunicativo sano ed efficace? Legalità, Lavoro e Leggerezza, come punti fermi dell'illustre cantore fiorentino, quali porzioni dell'enunciato teorico dello statista, non sono il primordio dell'annientamento del messaggio? Eppure, colui contro il quale io non scaglio alcun dardo avvelenato, nelle tre L, ha strutturato il proprio cammino programmatico. Renzi o Alfano o Berlusconi o qualsivoglia altro profilo non fanno la differenza, in questa sede di confronto. L'azione politica non è in discussione; il testo sì! Dunque, né Renzi né la politica; solamente lingue e linguaggi all'interno di specifici contesti! Il dato scientifico è, ahimè, inoppugnabile.

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  4. Nel Paese dei balocchi abbiamo udito di tutto e, quando le cose vanno male, si possono sempre rievocare oscuri presagi e misteriosi personaggi che si aggirano nelle nebbiose valli delle promesse andate in fumo.
    Se le parole avessero davvero un potere, forse, saremmo tutti ricchi o morti. Quando i conti non tornano, a mio modesto avviso, non servono le chiacchiere o, peggio, le tecniche per riconoscere e interpretare i segni e i presagi del mondo soprannaturale. Non servono i riferimenti ai gufi e agli iettatori, bisogna semplicemente rifare i conti, seriamente, senza sparare minchiate.
    La verità, caro Presidente Renzi, viene sempre a galla e rende vano qualsiasi riferimento all’altrove, alle antiche tradizioni e ai linguaggi esotici e vaneggianti.
    Le parole sono importanti, chi parla male pensa male. Ma per Renzi e gli altri politici, il linguaggio appare come un miscuglio di pensieri confusi di cui spesso si fa fatica a cogliere un reale significato. Questo accade perchè nascondere la verità ad un paese è complesso quando l'italiano non lo si conosce abbastanza. Si cade in un arrangiamento di note stonate dove non per forza bisogna essere conoscitori di musica per cogliere una melodia stonata e irritante.
    Bel post, assolutamente un pensiero condivisibile.
    V.

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  5. Il modo di parlare dei politici, rispecchia il modo di parlare della popolazione.
    Quanti discorsi sull'amore e sulla libertà!!!!
    ;-)

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    1. La tua, Oreste, è un'ipotesi molto interessante. In pratica, esisterebbe una sorta di proiezione lessicale e semantica. In effetti, il discorso, spesso, si configura come una forma vuota perché il parlante tende a non prendere posizioni decisive. Anche Jakobson fa una riflessione simile, a proposito della tendenza all'uso di un vocabolario comune, che poi - aggiungo - diventa astratto e inconcludente.

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  6. Il modo di parlare dei politici, rispecchia il modo di parlare della popolazione.
    Quanti discorsi sull'amore e sulla libertà!!!!
    ;-)

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