sabato 27 giugno 2015

SCEGLIERE PER NON MORIRE


Secondo un aneddoto filosofico che viene attribuito all'estro di Giovanni Buridano e che, di conseguenza, dobbiamo far risalire al XIII secolo d.C., un asino digiuno e smanioso, trovandosi davanti a due mucchi di fieno, si mostra talmente indeciso ed esitante nello sceglierne uno da morire di fame. La metafora, che fu concepita per dimostrare che la volontà è sempre in grado di riconoscere il proprio oggetto, è comunque allarmante. Nessuno di noi morrebbe di fame e incertezza, cincischiando tra una bistecca ai ferri e un piatto di spaghetti all'amatriciana, tuttavia non sempre le scelte che siamo costretti a fare sono basate sui bisogni primari e organici.

La morale, per esempio, quell'entità astratta e spesso indicibile che affligge gli esseri umani fin dalla loro comparsa sul pianeta Terra, il più delle volte, essendo costruita da impiegati euclidei ortodossi e intransigenti, viaggia, all'interno della nostra mente, su sentieri paralleli e che non s'incontrano mai. Dunque, se una donna mi piace, sono restio a dirle chiaramente come stanno le cose, ma adotto ampie perifrasi. Nello stesso tempo, la destinataria del corteggiamento dissimula il desiderio e lascia trasparire la propria parte amletica, così da sospendere l'esistenza tra i fantasmi dell'eterno rinnegamento. Sul piano dell'aggressività, le cose vanno molto peggio, specie se pensiamo alle nostre relazioni sui social network, i cui guru ci insegnano ad essere sempre compiacenti, a gestire i cosiddetti feedback con eleganza e buone maniere. Se qualcuno ci offende, dunque, dobbiamo mostrare gentilezza d'animo e non urlargli addosso alcun 'vaffa': absit iniuria verbis!

Nonostante la nostra malformazione, Giovanni Buridano ha ragione e così pure gli psicologi. Sappiamo molto bene che cosa vogliamo, ma a causa di una strana combinazione di fattori sociali tendiamo a reprimere ogni messaggio dell'istinto e, pur se non moriamo di fame, viviamo di frustrazioni travestendo di belle immagini la realtà.

Grammatica e grammatici non contribuiscono a rendere la vita più semplice di quello che è in apparenza. Anzi, tutt'altro! Quanta 'doppiezza' nelle parole? Quante volte ci si chiede in ansia e con timore se si possa usare una forma del verbo al posto di un'altra? Ecco, ancora una volta, il bivio e la scelta, non altrimenti che se ogni nostro atto fosse trasposto in una realtà cinematografica! 

Come si dice? E soprattutto: come si scrive? Durante un discorso, nessuno di noi ha il dubbio tra menomale e meno male o press'a poco e pressappoco  o, ancora, tra a malapena e a mala pena, ma durante il processo di scrittura, il dubbio si fa ingombrante. Per cominciare a rimuovere qualche ostacolo 'morale' è appena il caso di liberare le tre coppie appena presentate. Tra menomale e meno male, non si corrono molti pericoli: entrambe le forme sono accettate, anche se quella che separa le due parole (meno male) è considerata più corretta dai grammatici storici. Io preferisco andare controcorrente e scegliere la forma interiettiva, cioè quella 'attaccata' (menomale) perché mi pare che sia più adatta dell'altra a svolgere la funzione emotiva che ad essa spetta. Con la stessa leggerezza possiamo trattare press'a poco e pressappoco, che si lasciano scegliere, senza rinviarci a sforzi amletici. La locuzione a malapena è quella su cui ricade la scelta di linearità, anche se non si può affermare che a mala pena è un errore.

La lingua in evoluzione tende ad esprimersi ormai più nelle forme univerbate che in quelle staccate anche e soprattutto per conciliare in armonia la lingua orale e quella scritta. Le coppie dell'afflizione e dell'equivoco sono parecchie, non possiamo limitarci a prenderne in esame solamente tre, sebbene sia impossibile trattarle tutte.

Al mattino, salutiamo con buongiorno o con buon giorno? Il dilemma si ripropone di sera e di notte. Non c'è tregua per il pellegrino della lingua italiana. Anche se si vedono spesso alcuni tentativi di fare la differenza ad opera di parlanti inconsapevoli, quando si saluta, dall'alba alla notte, sarebbe appropriato ricorrere a buongiorno, buonasera e buonanotte tutti uniti: non se ne dovrebbe fare questione, a mio avviso, perché la componente emozionale non dovrebbe essere scomposta. Va detto, tuttavia, che la regola include sia buon giorno sia buongiorno (o buon sera / buonaserabuona notte / buonanotte). Diverso è il caso di frasi in cui il giorno, la sera e la notte non possono più far parte di un sintagma, costituendo un sostantivo unico: hai dato il buongiorno alla nonna? 

Anche i verbi hanno la propria parte nell'area della perplessità. Un esempio tra i tanti possibili è il verbo potere, che si articola in una doppia uscita: potei / potetti,  poté / potette, poterono / potettero. Tutte e due le uscite sono giuste e ampiamente utilizzate. Il fenomeno si verifica, come si può notare, nella prima persona singolare e nella terza persona singolare e plurale. Lo stesso ragionamento si può fare a proposito di risolvere et similia, la cui uscita però si triplica: risolvei / risolsi / risolvetti, risolvé / risolse /risolvette, risolverono / risolsero / risolvettero. A tal proposito, è opportuno e prudente dire che non tutte le grammatiche accolgono favorevolmente la 'tripartizione' del verbo risolvere. Facendone un approfondimento storico-filologico, se ne viene a capo facilmente, ma in questa sede ho il dovere di offrire uno spazio di consultazione rapido e accessibile. Il corrispondente verbo latino è resolvere; il che dovrebbe avvicinarci a risolvei e allontanarci dal resto. Non a caso, la seconda persona singolare, la prima persona plurale  e la seconda persona plurale  mantengono il suffisso temporale in v. Seguire il 'suono' del testo vuol dire avere buon senso letterario. Talvolta, infatti, più che alla filologia bisogna dedicarsi all'equilibrio linguistico e ritmico.

Dunque: suppergiù o su per giù, grosso modo o grossomodo? Suppergiù e su per giù si dividono il dominio della scrittura a metà: si possono usare entrambi correttamente. Grosso modo, al contrario, non dà spazio al proprio sedicente rivale: è una locuzione avverbiale che non dovrebbe essere scritta tutta attaccata perché trae origine da un latino medievale che non darebbe alternative, benché alcuni vocabolari ammettano anche grossomodo. Io consiglio vivamente l'uso della forma grosso modo.

In compagnia dei latini, scopriamo un altro grave errore della lingua comune: di solito, leggiamo dappertutto il verbo areare, ma il sostantivo latino da cui esso trae origine è aer, pertanto, anziché scrivere areare il locale, si dovrebbe scrivere aerare il locale. Ci conforti sapere che l'insuperabile Devoto-Oli avverte il lettore dicendo che il 'gettonatissimo' areare è solo un derivato popolare. Dobbiamo rassegnarci a lavorare con la 'quantità', una categoria dell'essere che già il buon Aristotele trattava con rispetto. Le mie poche righe non possono accogliere tutte le difformità d'uso delle coppie linguistiche formatesi in diastratia (variazione sociale dell'uso della lingua) attraverso la distintività del segno linguistico. Se volessimo essere fedeli alla lingua dalla quale s'è generata la nostra, per esempio, dovremmo dire e scrivere esclusivamente lucernario e scartare lucernaio perché il termine latino d'origine è lucernarium, ma sappiamo bene che sia l'uno sia l'altro sono ammessi e sono corretti.


Per concludere la breve rassegna, che spero serva come spunto di approfondimento, si può citare un altro caso d'equivoco storico. Quando si descrive l'irruenza di una persona con l'aggettivo di pertinenza, si sente dire, nel caso d'un uomo, irruento. In realtà, è sbagliato declinare al maschile questo aggettivo. Si dovrebbe scrivere e dire irruente, come si dovrebbe dire e scrivere sonnolente e non sonnolento. L'uscita di questi aggettivi è strettamente legata ad una specifica classe di aggettivi latini, cui essi appartengono. Le violazioni sono solamente il frutto di uno snaturamento della lingua che non ha fondamento, fuorché nella sociolinguistica.  Comecchessia, è vero anche il contrario: snaturando, s’impara. 

4 commenti:

  1. sappiamo bene quello che vogliamo e che facciamo... indipendentemente dallo scempio che talvolta spariamo dalla nostra bocca... ma è una questione di istinto spesso improvvisato, come è vera la nostra imprevedibilità. grande analisi caro Francesco, buon weekend!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, Alessandro. Il tuo costante intervento critico giova alla continuità del mio lavoro.

      Elimina
  2. Grazie per il post: un ripasso di grammatica ci sta sempre bene :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te, Valentina! Sei una presenza costante... I ripassi fanno bene anche a me. Ogni articolo diventa per me una sorta di avventura e di esperimento linguistico. Tento sempre di ricondurre i significati ad un'area di comune fruizione e, nello stesso tempo, mi interrogo su evoluzione e relazione nella nostra lingua; la qual cosa esclude ogni procedimento meccanico, sospingendomi verso la scoperta della grammatica fenomenologica, per così dire.

      Elimina