sabato 20 giugno 2015

NON CI SI PUÒ UCCIDERE DUE VOLTE


Uccidere qualcuno è una brutta cosa. Su questo potremmo essere tutti d'accordo. Suicidarsi, però, è brutto due volte. La morale non c'entra, come non c'entra la fede, almeno non in questa sede. Se ne può discutere, ma preferisco rinviare la disamina dei disagi umani e concentrarmi sulla natura deforme della parola. Il verbo suicidarsi sembra avere vinto ogni resistenza grammaticale, semantica e, addirittura, morfologica. Chi lo ha inventato, quel buontempone di cui non conosco il nome, sprezzante delle regole, irrispettoso e goliardico, è riuscito a farsi beffe di tutti gli esperti della lingua italiana, tanto da passare quasi inosservato. Tento di immaginarlo disteso sul divano, con birra e patatine fritte, a ridersela degli accademici. Ce l'ha fatta, ma il risultato, come ho già scritto, è doppiamente brutto. La prima volta, lo è perché è stato coniato sulla base di un sostantivo, suicidio, la cui classe non è stata sottoposta alla vergogna della trasformazione: omicidio non è diventato omicidiare; eccidio non è diventato eccidiare; et cetera. La seconda volta è quella che ci lascia esterrefatti: suicidarsi significa uccidere sé stessi, togliersi la vita, grazie alla presenza del pronome riflessivo latino di terza persona sui, che significa di sé. Perciò, è facile ricavarne uccisione di sé. Non è altrettanto facile, a differenza dell'uso che se ne fa, capire in che modo si sia arrivati ad aggiungere pure un'altra particella, quel -si enclitico di abbondanza. In teoria, avremmo dovuto accontentarci di suicidare. Invece no. L'ingordigia si è espressa nella formulazione di un verbo riflessivo, da cui potremmo anche intuire una doppia uccisione. Se i conti tornano, infatti, sui- equivale a di sé, mentre -si a sé stesso. D'altronde, sappiamo bene che lavarsi è un verbo riflessivo e si serve della medesima particella per rendere il significato di lavare sé stessi. Comecchessia, suicidarsi non desta altri sospetti; fa parte della lingua corretta.

Accade anche questo: qualcuno deve pur prendersi le cosiddette licenze, altrimenti rischiamo l'involuzione. La libertà, in effetti, non è brutta come l'omicidio o il suicidio, purché, nella lingua italiana, non si estrinsechi per mezzo di participi passati che potrebbero danneggiare definitivamente il sistema nervoso centrale come splenduto o mesciuto, che si devono elegantemente sostituire con brillato e versato.

In fatto di autonomia, i parlanti potrebbero spingersi a servirsi con maggiore duttilità di altri elementi del discorso, che, pur non essendo proibitivi, sembrano o caduti in disuso o collocati in forme statiche. L'avverbio affatto, che significa del tutto o interamente, è alquanto sottovalutato. Lo si trova quasi sempre all'interno di costrutti negativi: non è affatto giusto, non ho affatto intenzione di partecipare, nient’affatto! La condanna gli è stata inflitta ingiustamente, dato che può essere usato anche nei costrutti positivi. Io sono affatto convinto che tu abbia ragione; Io sono affatto motivato ad affrontare la gara e così via. In pratica, ad affatto sta per accadere il contrario di quanto è accaduto a suicidarsi. Si sa: i giusti piangono anche per i peccatori!

Si badi bene: non è l'unica figura a perdere popolarità o a subire sventure! Esatto è sulla bocca di tutti, ma pochissimi lo riconducono al verbo esigere, di cui è participio passato. Un'altra bella coppia, formata da redigere e redatto, viene opportunamente evitata o sostituita… Per non parlare di redimere e redento, nascosti nei misteri della comunione linguistica!

Non c'è mica bisogno di portare il lutto. Nessun funerale si prevede nei giorni a venire, ma, giacché ci siamo, non possiamo trascurare un avverbio di singolare genesi e comportamento opposto a quello di affatto. Se affatto è un modificatore aperto sia alla forma negativa sia a quella positiva della frase, mica, in origine, è un sostantivo latino di genere femminile e vuol dire briciola di pane, come si legge ne Devoto-Oli. Eppure noi lo impieghiamo come un avverbio. E facciamo bene, per carità! Per converso, non fa male sapere che deve essere usato esclusivamente all'interno di frasi negative: non ne sono mica convinto, non ti ho detto mica di comprarlo et similia.

Che fine hanno fatto piacciamo, giacciamo, nociamo, tacciamo, prime persone plurali dell'indicativo presente di piacere, giacere, nuocere, tacere? Anche se ormai si riscontrano alcune forme prive della geminazione della c, è preferibile mantenere il raddoppiamento. In giacciamo è obbligatorio.

Nell'epoca dei messaggi istantanei non si conoscono più confini d'alcun genere. Ogni 'enunciazione' è affidata a un codice entro il quale tutti fingono di capire tutto, dagli stati d'animo al valore dei giudizi, attraverso l'identità filosofica.  Per esempio, il dilagante uso delle emoticon, che possono esprime svariati stati d'animo, ce ne dà la conferma: se si vuole corteggiare una donna, s'invia l'iconetta della rosa o del cuore o del bacio; se si vuole esprimere allegria, s'invia all'interlocutore l'iconetta che sorride et cetera. Nessuno, in tutto ciò, è cosciente di qualcosa di specifico: nomi, condizioni psicologiche e caratteristiche degli interlocutori sono elementi alla cui conoscenza si perviene soltanto al culmine del rapporto virtuale, cioè quando e se il rapporto tra i chatters si muta in incontro. Se, come s’è detto, nessuno è cosciente di qualcosa, nello stesso tempo, tutti sono probabili conoscitori di qualcuno. Non sono tra gl'inquisitori che si affannano a cercare i colpevoli del 'distacco'; semmai, mi muovo alla ricerca delle cause.

Un po' di purezza nella lingua e di consapevolezza dei processi semantici riporterebbe il linguaggio sul piano della realtà. Dovremmo andare a scuola da un Aristotele redivivo e dai metodi rinnovati allo scopo di riproporre la relazione linguistica: qual è la sostanza della parola e quale invece l'accidente, quale la sua potenza, quale il suo atto? Aristotele non indugerebbe affatto, convinto che la definizione spetti alla sostanza, alla forma, che, nella comunicazione e secondo la buona Retorica, appartiene all'esempio fatto dall'autore. L'artista concepisce la forma nel marmo e la comunica attraverso la creazione della statua. Lo stesso dicasi per le belle e valide proposizioni.


Grazie a Dio, noi non comunichiamo in modo letterale, anzi siamo piuttosto incoerenti e imprecisi; il che ci salva dal panico e dalla Babele dei significati. Il sostantivo mela indica, sì, il frutto del melo, ma, una volta uscito dall'isolamento grammaticale, esso diventa solo un nesso tra un certo sistema e il riferimento autentico, vitale e – aggiungo – essenziale. Se dovessimo ricorrere al modo letterale, non potremmo più dire tagliare la corda o salvare capra e cavoli perché o saremmo tutti in fila a tagliare corde o avremmo la casa piene di capre e di cavoli. Allo stesso modo, quando sentiamo dire che qualcuno si è suicidato, non pensiamo mica che si sia ucciso due volte. 

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