mercoledì 3 giugno 2015

DALLA PASSIONE SPERATA AL VOTO DI CASTITÀ:
FIGLIO DI UN CALZOLAIO, CAMBIA LE SORTI DELLA LINGUA ITALIANA


La prima lezione universitaria interamente in italiano fu tenuta dall'economista Antonio Genovesi, nel 1754, presso la cattedra di Economia Politica dell'ateneo napoletano. Fino ad allora, gli accademici erano stati fedeli alla lingua illustre dei classici, canonizzata da Pietro Bembo e farcita di latinismi. Si trattò di una svolta sotto tutti i punti di vista poiché, in quell'occasione, vennero meno gli schemi rigidi della retorica all'interno dell'istituzione. 

Sulle prime, sembrerebbero alquanto influenti le umili origini del nostro professore, il quale di certo non proveniva dai ceti abbienti della società dell'epoca: era figlio di un calzolaio. Potremmo essere indotti a credere che la ricerca di una lingua d'insegnamento libera dagli schemi classici fosse condizionata dall'identità famigliare. 

Se ci si spinge oltre nella rivisitazione del suo curriculum, si scoprono, tuttavia, delle anomalie bell'e buone. La sua formazione, infatti, fu tutt'altro che semplice e plebea, pur se determinata da un amore proibito. Da adolescente, s'innamorò perdutamente di una coetanea, che non fu approvata dal padre. Di conseguenza, il ragazzo fu spedito dai padri agostiniani, coi quali portò avanti lo studio della filosofia, già iniziato, del latino e del greco e della teologia. Il destino del giovane, ammaliato come tanti altri dalle fattezze femminili, ma deluso, si rivelò presto un po' repressivo: divenne maestro di retorica e fu ordinato sacerdote. 

Dalla passione sperata al voto di castità, dalla filosofia all'economia: Antonio Genovesi ebbe una vita colma di contraddizioni, ma ebbe anche tali meriti intellettuali che la sua cattedra napoletana fu la prima istituita in tutta l’Europa in Economia Politica e nacque unicamente per lui. Gli sia riconosciuto il merito di averci donato una nuova lingua d'insegnamento! 

Da allora in poi, la lingua italiana, quella della comunicazione comune, ha subito vari tentativi di assestamento fatti da politici e intellettuali sensibili, ma gli eventi che hanno determinato in maggiore misura la cosiddetta standardizzazione sono stati tre: la radio, la televisione e internet. 

La radio fu condizionata inizialmente dalla propaganda fascista; il suo registro linguistico fu quasi subito ricercato. La lingua della televisione seguì un processo di semplificazione molto lento; solo intorno agli anni settanta, comparvero i primi programmi che accoglievano telespettatori di tutte le estrazioni sociali; la qual cosa arricchì la parlata televisiva anche degli idiomi regionali. In sintesi, possiamo affermare, senza timore di smentite, che la nostra comunione linguistica è piuttosto recente, a dispetto della storia culturale di cui siamo indirettamente partecipi. 

Sopravvivono, infatti, nella parlata degli italiani degli errori che sembrano far parte del nostro tessuto connettivo, tanto che spesso nessuno ne tiene conto. La maggior parte di essi proviene proprio dalle forme regionali che si sono stratificate nel tempo. 

L'espressione noi si esce, per esempio, è un residuo del fiorentino, che comunque ha perduto negli anni il ruolo dominante conquistato all'epoca delle tre Corone. In pratica, la particella si, che regge il costrutto impersonale, viene rafforzata dalla prima persona plurale del pronome personale soggetto. Si tratta di un regionalismo vero e proprio che, pur non essendosi esteso a tutta la nazione, ha comunque goduto di una certa forza espressiva. Espressività, però, non produce correttezza grammaticale, checché ne dicano i 'benigniani'. 

Una formula da considerarsi superata è, invece, mentre che, in cui il che occupa una posizione di rafforzamento congiuntivo e temporale di matrice latina. Non è affatto un errore, anzi possiamo pure attestarne l'uso letterario, tuttavia, oggi, l'uso della congiunzione mentre è più scorrevole che nel passato, se alleggerito del che. 

Di pretto uso lombardo e, più in generale, settentrionale è l’articolo determinativo che precede i nomi propri di persona. Anche se rientra nella normale abitudine linguistica, dire la Giovanna o il Paolo è sbagliato e non ci sono alternative comode, com'è sbagliata l'altra consuetudine tutta 'nordica': dire rùbrica al posto di rubrìca. 

Percorrendo il territorio nazionale da nord a sud e viceversa, senza soste di preferenza, ci rendiamo conto che rientra nella tradizione regionale l'errata interpretazione di alcuni verbi intransitivi, traslati abusivamente nel transitivo: salire, scendere, entrare et cetera. Sono ricorrenti frasi come Ho entrato la biancheria perché sta piovendo, Ho salito/sceso le scale. Sono vere e propri stratificazioni che, molto probabilmente, incontriamo in qualsiasi regione come ricostruzioni dal dialetto, ma c'è molto poco da dire sul loro conto, tranne che si devono correggere. Le eccezioni dovute alle cosiddette licenze poetiche non sono tacite autorizzazioni all'uso improprio di un verbo. 

Dalla capitale ci giunge un esilarante suffisso in –aro, che non facciamo fatica a riconoscere in parole come palazzinaro o pataccaro. Molti tra questi sostantivi hanno avuto una discreta fortuna lessicale poiché, a poco a poco, sono stati accettati. Di certo, non possiamo avallarne appieno una regolare adozione, ma il sostantivo ha sempre una sorte diversa da quella delle locuzioni o dei periodi: si insinua più facilmente nelle pieghe della lingua. 

Avete mai sentito parlare del che interrogativo polivalente? Non so se vi sia noto, ma avete sicuramente sentito una domanda impostata nel modo seguente: che, mi presti la tua macchina? È dialettale o, comunque, da bocciare come deviante. Neppure in questo caso, esistono giustificazioni di tolleranza. 

Insomma, due secoli e mezzo non sono stati sufficienti a fare di noi una comunità linguistica autentica? Anche se alcuni severissimi linguisti si dichiarano pessimisti circa la nostra coinè, io credo che sia ingeneroso definire immatura la nostra unità linguistica. Le infiltrazioni del dialetto nella lingua standard, se controllate o ben guidate, danno colore al discorso, ne ravvivano il ritmo. Se avessi qualche anno in meno, commenterei la severità di taluni con 'allucinante', ma, oggi, non posso permetterlo: mi farei 'sgamare'. 

'Sgamare' e 'allucinante' si possono usare?

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