mercoledì 17 giugno 2015

DA WIKISTUDENTI A WIKISCRITTORI: 
A WIKILANDIA TUTTO È POSSIBILE


Costruire la buona prosa è difficile. La sovrabbondanza di poetastri n’è la dimostrazione schiacciante e, purtroppo, incontrastabile. I veri saggisti sono una minoranza etnica confinata ai margini della comunità civile. Tra le due categorie trovano posto gli articolisti di nuova generazione, cioè critici fasulli o parassiti attaccati agli studi altrui e nati dal wikiconcepimento. Non c'è ispirazione che tenga! Un tempo, eravamo almeno costretti ad ascoltare vecchi saggi e maestri o a prendere tra le mani qualche libro. Nel contempo, le difficoltà di pubblicazione costituivano un processo di selezione naturale, nonostante l'ammorbante editoria a pagamento, la quale, molto di rado, è animata da persone esigenti.

Oggi, si nasce wikistudenti e si diventa wikiscrittori o wikiconsiglieri. A wikilandia tutto è possibile, cosicché, parafrasando il don Chisciotte di Miguel Cervantes de Saavedra, quello che è semplicemente una catinella da barbiere diventa l'elmo di Mambrino. Peccato che Wikipedia, l'enciclopedia sociale più importante del mondo, si sia trasformata in una trappola o, diversamente, in un rifugio per lettori pigri e che non vanno mai oltre lo scrolling.

Ne consegue una ridefinizione della cultura che, senza mezzi termini, è stata definita liquida. Sulle prime, questa liquidità è stata gradita dal pubblico, ma, a pensarci bene, non c'è molto di edificante.

In pratica, le regole ai più non piacciono. La scrittura, quella necessaria alla strutturazione di un saggio, è fatta di regole: grammaticali, stilistiche e semantiche. L'ingegno e la brillantezza di certe intuizioni dovrebbero fare il resto. Ciò non vuol dire che la poesia sia priva di regole: tutt'altro! Metrica, prosodia e, più in generale, retorica restano i capisaldi della poesia, anche nell'epoca del verso libero. Tuttavia, dichiararsi devoti al verso libero è ormai un modo come un altro per occultare bestialità e ignoranza.

La tesi, che è l'argomento di un saggio, non è il frutto di divagazione e amenità, ma è l'inizio di un vero e proprio procedimento matematico, entro il quale, non a caso, tutti i teoremi devono essere dimostrati. Se è vero che ogni teorema è basato su ipotesi che possono essere arbitrarie, è altrettanto vero che la dimostrazione dev'essere per lo meno oggettiva. E non è tutto! Ci sono anche i corollari, che, approssimativamente, possiamo definire come sottoinsiemi dei teoremi o teoremi minimi, anch'essi da dimostrare.

Insomma, se nell'ambito di un saggio voglio dire che la narrativa di Oscar Wilde è utile, non posso formulare il giudizio copulativo Oscar Wilde è utile, ma devo dimostrare che lo è. Questo scoraggia i numerosi e luminescenti artisti della scrittura, i quali ripiegano sulla poesia scossi dalle saette di Zeus o rapiti dalle Muse. Dunque, vale la pena di parlare ancora di regole grammaticali?

Quando si apre un medio libro di grammatica, ciò cui possiamo andare incontro quasi subito è la divisione in sillabe, un vecchio e fastidioso argomento che ha sempre nascosto delle insidie. Forse, oggi, i programmi di scrittura rendono inutile qualsiasi computo sillabico, ma per i romantici e i veri idealisti, che non sono i conservatori retrò, ma solo coloro che hanno una visione della continuità storica, è bene fare una passeggiata lungo il sentiero alberato della morfologia, tra ombre e calde luci.

Le vocali, che costituiscono la materia prima del nostro revival, sono sette e non cinque perché e ed o possono essere entrambe o aperte o chiuse. Lo sanno bene gli attori, che, durante la propria formazione, dedicano parecchio tempo ad apprendere questa fondamentale differenza articolatorio-fonatoria. Bisogna distinguere, inoltre, le vocali deboli, cioè i ed u, dalle vocali forti, a, e ed o. Senza queste precisazioni la divisione in sillabe risulterebbe alquanto ostica. L'incontro tra due vocali deboli o tra una vocale debole e una vocale forte genera, per lo più, un dittongo (fiu-me), che non si divide. Ma si badi al 'per lo più'! L'incontro tra due vocali forti, invece, produce uno iato (te-a-tro). 

Chi di noi, negli anni, non ha mai avuto un attimo di perplessità, avendo a che fare con le aiuole? Se la maestra ha fatto il proprio dovere e noi siamo stati perspicaci, allora ce la siamo cavata con a-iuo-le, un insieme di segni che la nostra lingua ha donato agli alunni di tutte le generazioni, ossia il trittongo: i e u oppure due i incontrano un’altra vocale accentata. Qui, finisce il buon ricordo delle scuole elementari. 

In che modo, infatti, divideremo in sillabe il sostantivo femminile via? Secondo le regole suesposte, le noiosissime regole, una vocale debole ha appena incontrato una vocale forte, pertanto ne è nato un dittongo. Via dovrebbe essere considerato un monosillabo. Invece, non è così! Via è un bisillabo perché, quando i e u sono accentate e incontrano un'altra vocale, non costituiscono dittongo: regola che ne annulla un'altra o una cosiddetta eccezione. Allo stesso modo, la parola che ne deriva: vi-a-le

Seguendo l'esemplare lavoro di Marcello Sensini, sappiamo che dobbiamo stare attenti anche alle parole composte. Poco prima, s'è detto che il viale della morfologia è, sì, infiltrato dalla luce, ma non mancano le ombre, grazie o a causa degli alberi, per l'appunto. Di conseguenza, forti del preavviso, non divideremo riunire in riu-ni-re, come da regola di base, bensì in ri-u-ni-re.  Il verbo riunire, infatti, è composto dal prefisso ri- e dal verbo unire. I grammatici si dividono, non proprio come le sillabe ma quasi, quando subentrano altri prefissi: dis-, in-, tra-, ben- e mal-; per la qual cosa sembrerebbero corrette sia la forma dis-o-no-re sia la forma di-so-no-re. Quest'ultima, indubbiamente, è d'immediata applicazione, ma ho voluto mettere il condizionale 'sembrerebbe' perché ritengo sia sempre meglio rispettare la presenza di prefissoidi e di eventuali costrutti derivati che snaturare la forma originaria della parola.


Le vocali sono delle brutte bestie perché non sempre restano vocali, ma talvolta subiscono una terribile metamorfosi e diventano semiconsonanti, talaltra assumono le sembianze di mero segno grafico. La i semiconsonante si chiama jod e si annota in scrittura con j: tutto sommato, ha un nomignolo simpatico! La u semiconsonante si chiama uau e si annota con w. Anche questo nome è abbastanza divertente: pare un'esclamazione di sorpresa! La combinazione è semplice: i e u che precedono una vocale tonica con cui formano dittongo (pie-de) sono semiconsonanti. Al contrario, cioè se seguono la vocale, anziché precederla, sono semivocali

In conclusione, ripassiamo l'ultima regoletta, una delle più adombrate della storia della suddivisione in sillabe! Nei gruppi cia-, gia-, qua-, gua-, glia-, scia- non è dato alcun dittongo. La i e la u perdono la funzione vocalica per diventare aggiustamenti grafici. Separarle dal gruppo d'appartenenza provocherebbe un disastro.

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