mercoledì 24 giugno 2015

DA ALESSANDRO MAGNO AL BLOGGER: LA GLORIA E IL METODO TOTTI


Alessandro Magno si credeva figlio di Ammon, lo Zeus egiziano. Il carisma e la gloria non gli mancavano, la spavalderia e la spericolatezza neppure, i successi furono parte dei suoi giochi militari fin dall'adolescenza. Già sedicenne, infatti, era impegnato a sedare i tumulti causati dai popoli della Tracia; studiava col maestro Aristotele, che non era uno dei tanti; a dodici anni domava da solo cavalli imbizzarriti. Dunque, la sua pretesa di discendenza divina era solo la conseguenza d'un cammino personale, a dir poco originale, fuori dal comune, ai limiti della razionalità 'psico-pedagogica'. Non si può negare che, nel corso dell'interminabile campagna persiana, risentì, forse, di un'alterazione paranoide della personalità. Non esitò mai a passare a fil di spada tutti coloro sui quali gravasse il sospetto di slealtà o d'insincerità o che osassero spingersi troppo oltre circa la differenza di opinioni. Non si preoccupava mica di istruire un processo o di definire i capi d'imputazione! È noto che, secondo il diritto macedone, egli era un primus inter pares, ma è altrettanto noto che era un sovrano che – mi si conceda l'espressione! – si guadagnava il pane tutti i giorni col proprio sangue e stando sempre in prima linea. Fu protagonista di imprese irripetibili. Riuscì ad estendere il proprio dominio da Pella, capitale della Macedonia, fino alle vette del Paropamiso, catena montuosa dell'Afghanistan, il cui nome ufficiale, oggi, è Hindu Kush. Alessandro, di conseguenza, forte della propria imbattibilità, si sentiva legittimato a vedere in sé stesso l'incarnazione di un Achille, cioè almeno di un semidio, che, in quanto tale, non poteva limitarsi a riunirsi coi propri generali per definire una strategia, ma doveva rivolgersi per lo meno agli oracoli. Fu così che interrogò l'oracolo libico dell'oasi di Siwa, dal quale, a quanto si dice, ottenne risposte appaganti: Alessandro Magno, secondo l'oracolo, era figlio di Ammone e re del mondo.

Io, purtroppo, non posso fare la stessa cosa. Non mi è dato consultare un oracolo per sapere quale sia la sorte dei miei studi; mi tocca limitare la consultazione ai libri di grammatica, di linguistica, ai vocabolari e a tutto ciò che autori circonfusi di luce e sapere hanno scritto, continuando, come ho detto in più occasioni, a battere stradine buie e vicoletti.

Essendo la grammatica una disciplina prescrittiva e, quindi, finita, presto, questa rubrica subirà una naturale trasformazione di cui il lettore può prendere visione mediante il programma editoriale (...siamo giunti solo alla prima sezione!) di riferimento: la prossima tappa sarà il linguaggio delle devianze, delle psicopatologie, che ho analizzato sia in qualità di consulente per le psicopatologie carcerarie presso l’Istituto del Garante per la tutela dei diritti dei detenuti della Regione Sicilia sia nelle esperienze fatte all'interno delle comunità di accoglienza per schizofrenici.

Oggi, tuttavia, devo 'rivelare' la mia fonte (…non farò mai il nome, sia chiaro!) perché anch'io, oltre a maneggiare libri, dovendo scovare gli errori, ho una fonte ed è quasi oracolare, è ricca e costante; è talmente piena d'errori che, certe volte, mi viene in mente di scrivere una grammatica solo per essa. Si tratta di un blog che, tra le altre cose, gode di un certo seguito; la qual cosa è da considerarsi un duro colpo ai criteri di comprensione e lettura.

Stavo leggendo un articolo molto interessante (…), un articolo che cercava di rispondere a una domanda tanto semplice quanto complicata (…): ecco l'incipit di uno dei tanti articoli! A prima vista, sembrerebbe un costrutto innocuo, ma non lo è. Scrivere Stavo leggendo un articolo molto interessante (…), un articolo che cercava di rispondere a una domanda tanto semplice quanto complicata (…), senza far seguire all'imperfetto indicativo una relazione temporale, conduce il lettore a chiedersi: - Quando?  Quindi? -. Non si sa in pratica quale sia il cosiddetto momento del verbo: stavo leggendo, quando entrò nella stanza (…); stavo leggendo, quando mi venne in mente (…). Diversamente, si possono utilizzare, per esempio, un avverbio di tempo e una subordinata finale, ma è sempre bene, in questi casi, specificare nella reggente l'oggetto della lettura: ieri, stavo leggendo un certo articolo allo scopo di (…). Nessuno di questi accorgimenti è stato preso da chi ha scritto questo incipit. Eh, sì! I verbi hanno anche un momento, più importante nella scrittura che nella lingua parlata, dato che non intervengono timbro, tono e gestualità. Senza entrare nei dettagli della pragmatica, è fondamentale capire che al lettore si deve sempre fornire il momento dell'evento, cioè quello in cui si compie l'azione narrata, che è diverso da quello in cui si scrive, specie se raccontiamo un aneddoto.

Quando accade 'stavo leggendo'? Non ci è dato saperlo. Allora, andando avanti e non tentando di venirne a capo, si legge E se dovessi dargli un valore economico? A quasi tutto si può dare un valore economico, ma questo –gli enclitico riferito ad un testo fa rabbrividire perché, già alle scuole elementare, ci informano che il pronome personale complemento gli si usa per le persone e non per le cose o per le entità astratte. Di fatto, ormai chi fa più differenza tra persone e cose in grammatica? È anche questo uno splendido primato dell'evoluzione o è una ridefinizione della morale?

In realtà, le risposte non m'interessano tanto; resto persuaso che alcune abitudini linguistiche siano unicamente forme manifeste d'ignoranza. Poco oltre, infatti, come se ce ne fosse bisogno, se ne ha un'ulteriore conferma: (…) ma ne vale la pena se vuoi un sito fatto bene (…). L'autore si riferisce alla spesa necessaria per avere un buon sito, ma le virgole non hanno un costo, possiamo prenderle e servircene gratis, se vogliamo produrre un buon testo. Tra protasi e apodosi, ci vuole la virgola. Non è una mia opinione. È una regola. Le eccezioni alle regole non rientrano in questo caso. Pertanto, correttamente: (…) ma ne vale la pena, se vuoi un sito fatto bene.

Per non farci mancare niente nell'ambito di ciò che sembra la sagra dell'errore, prestiamo attenzione a un altro frammento: Ogni fatica, ogni lotta per ottenere un solo semplice iscritto, mi ha ripagato e continua a ripagarmi anche oggi. Si possono marcare subito due errori gravissimi: 1) se si costruisce una coordinata per asindeto o per polisindeto e i soggetti sono almeno due, il verbo deve essere anch'esso plurale: precisazione banale e scontata ma necessaria, visto il singolare di mi ha ripagata; 2) non si può né si deve separare il soggetto dal predicato tramite la virgola: ogni fatica, ogni lotta (…), mi ha ripagata. Perché tutto questo? Perché si legge anche l'espressione (…) tu lo fai di lavoro questo che è un miscuglio di dialettismi e regionalismi mediocri, ma che d'italiano ha ben poco?

Secondo me, neanche se si studia con Francesco Totti, si può arrivare a tanto. E devo sottolineare che ho tralasciato tutti quegli errori riguardanti argomenti già trattati nei precedenti capitoli (Per es. scritto senz'accento) . Se Umberto Eco si riferiva a questi personaggi, è difficile capire perché il popolo del web gli si sia scagliato contro. In effetti, lo ammetto: sono stato un po' impietoso, però ognuno fa il proprio mestiere e ognuno ha i propri oracoli. Alessandro Magno aveva sogni e progetti ecumenici, tanto da rivolgersi a interi popoli; io posso rivolgermi al massimo a qualche aula o a qualche uditorio allargato, ma anch'io, nel mio piccolo mondo, ho un oracolo che non mi fa mai mancare risorse che per me diventano presto 'alessandrine'.



9 commenti:

  1. Si fa presto a dire influencer, ancor più presdto a distruggere la grammatica in favore di una neo-lingua troppo fluida e semplificata, a tratti pericolosa. Ti adoro.

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    1. Annarita, sulla pericolosità mi trovi d'accordo perché il meccanismo di divulgazione di certi messaggi di scrittura è pauroso: la mediocrità è direttamente proporzionale al seguito. Ciò s'intenda non secondo un'interpretazione morale e, di conseguenza, sciatta o salottiera, ma sulla base di una generale riduzione dello sforzo cognitivo e intellettuale. Quello che, un tempo, doveva essere cercato sui libri, adesso, a portata di clic: #EvoluzionePericolosa!

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  2. Bel post, come sempre :) Per scrivere bene bisogna leggere tanto: non noti anche tu un certo squilibrio tra le migliaia di post che vengono scritti ogni giorno sui blog e la perenne crisi dell'editoria italiana? Molti grandi blogger consigliano ad altri blogger di sforzarsi a scrivere post ogni giorno se si vuole avere "successo" online. L'ideale sarebbe invece consigliare di leggere almeno 2 capitoli di un libro qualsiasi al giorno secondo me :)

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    1. Come si sul dire, Valentina, sfondi una porta aperta. Pretendere di scrivere, senza leggere i classici, è atto criminoso e terroristico. In Italia, i grandi scrittori mancano già da un po', è vero. Anche all'estero, non si sta benissimo. Il sistema People Relation del web 2.0, purtroppo, ha contribuito a snaturare la lettura e la scrittura: sono d'accordo. Sia chiaro: io sono tra i sostenitori dell'evoluzione tecnologica perché riduce le distanze umane e sociali, ma sono anche convinto che, sul piano intellettuale, ne sia scaturito un catastrofico fallimento. Oggi, bastano pochi clic per qualificarsi come scrittori o manager di qualcosa. Il teatro dell'assurdo è 'meno assurdo'!

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  5. Secondo me il problema nasce quando si vuole lavorare nella comunicazione trascurando discipline fondamentali come la grammatica, la linguistica e la retorica. Cerchiamo il plugin più utile, leggiamo le fonti d'oltreoceano, pendiamo dalle labbra dei grandi guru (veri o sedicenti), ma facciamo fatica a capire l'importanza delle discipline sopraccitate. Quanto ci sbagliamo!

    Io ne sono consapevole e cerco di porre rimedio: gli altri? Chissà.

    A presto :)

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    1. Ivano, il tuo intervento è inappuntabile, corretto in ogni sfumatura. La comunicazione e, di conseguenza, il marketing sono elementi di un sistema complesso e composito, sono solamente parti di un corpo. Purtroppo, accade che i più s'inventino un'identità professionale, senza volere fare gli sforzi necessari. un esempio eclatante ci è dato dall'uso della parola manager. Quanti social media manager ci sono? Quanti content manager et similia? Il manager è colui che dirige persone e risorse, non un ragazzotto che si piazza davanti al pc, dopo avere imparato quattro nozioni di SEO. Lo stesso dicasi, su altri piani, per i tanti 'writer'. Linguistica, Psicologia e Antropologia stanno alla base di un autentico processo di comunicazione.

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    2. È proprio così, ma ahimè probabilmente è anche la situazione di crisi che spinge a questi comportamenti (che io non apprezzo, beninteso): si tenta di dare un'immagine di sé quanto più professionale e "vincente" possibile per cercare di avere clienti.
      Ecco perché io tento in tutti i modi di entrare in un'agenzia: per evitare queste pantomime.

      Ciao Francesco, a prestissimo, ti seguo sempre con molto interesse!

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