sabato 2 maggio 2015

TRE BOTTIGLIE E MEZZA DI SCOTCH: ADDIO, GRAMMATICA!


Quando una donna è incinta e il suo addome è piuttosto sporgente, uno dei passatempi preferiti delle signore d'un tempo consiste nel formulare teorie circa il sesso del nascituro. Talvolta, riunite attorno alla giovane donna, due o tre profetesse, sono pure in grado di tenere vere e proprie dissertazioni: alcune traggono spunto dalla geometria della pancia, altre dalla luna, altre ancora dal cambiamento del viso della gestante e così via. In questo modo, da questi raduni pseudoscientifici della tradizione popolare emergono nuove scuole di pensiero e nuove teorie: "siccome la pancia è bassa, allora…", "s'è allargata ai fianchi, quindi…" et cetera

Quali che siano le opinioni comuni e fermo restando il rispetto per la ginecologia, questi discorsi hanno, a mio avviso, un che di poetico perché ci rinviano ad una specie di tempo magico, un tempo della sospensione, in cui le vecchie madri esercitano il proprio ruolo anche interpretando a proprio modo gli eventi. C'è una forza quasi divina che le tiene unite tutte insieme e le protegge dalla contaminazione da parte di agenti esterni. 

Possiamo solamente osservarle e bearcene. Sappiamo, tra le altre cose, che il cinquanta per cento di loro ha sempre ragione; il che ne preserva la specie in eterno. 

L'individuazione del sesso resta comunque un fondamentale processo scientifico, da non sottovalutare, soprattutto perché le indagini ecografiche e morfologiche costituiscono un’importante fase della prevenzione neonatale. Non mi spingo oltre perché sono un profano e non sono un’antica mamma. 

Posso dire, per converso, che la designazione del sesso in grammatica non può regolarsi secondo la speranza di un buon cinquanta per cento, nonostante che qualcuno tenti costantemente di proporre regole e grammatiche alternative. 

Non ho mai chiesto a mia madre cosa pensasse del sesso del termine mezzo perché, se è vero che è un aggettivo e, come tale, si accorda col termine cui si lega, è altrettanto vero che può fungere da avverbio e da sostantivo. Questa sua multiforme natura, il più delle volte, viene male interpretata, cosicché parlanti e scriventi estendono un genere a tutti gli usi, finendo col far diventare maschile il femminile e viceversa. 

Il corpo del reato è sotto il nostro sguardo. Infatti, quando si sente chiedere l'ora e non si può rispondere con cifra tonda perché sono le 10:30, si sente parimenti dire che sono le dieci e mezza. Di certo, ci si può trarre d'impiccio con dieci e venticinque; una bugia di cinque minuti, d'altronde, non è grave, ma il dubbio resta. Basti sapere, innanzitutto, che è corretto dire dieci e mezzo, al maschile! Di fatto, il motivo grammaticale, per così dire, è semplice, accessibile: si tratta di un mezzo dell'ora, di una metà. E, fino a prova contraria, un mezzo è maschile. C'è poco da fare! 

Se invece abbiamo bevuto molto, pur essendo frastornati, possiamo dire di esserci scolate tre bottiglie e mezza scotch; possiamo dirlo con tranquillità perché bottiglia è femminile, anche se è bene sapere che è corretto pure tre bottiglie e mezzo  ed è possibile che, dopo la seconda bottiglia di scotch, ci si ritrovi in ospedale. Talora, non abbiamo a che fare né con l’ora né l'alcool, ma dobbiamo indicare il peso di un ippopotamo perché siamo andati allo zoo e siamo stati coinvolti in una discussione specifica. L'animale pesa duemila e cinquecento chili. Che genere adottiamo per trasformare i cinquecento chili? Ancora una volta, torna il maschile perché siamo in presenza di un elemento frazionario, come nel caso suesposto. L'ippopotamo pesa, dunque, due tonnellate e mezzo e non due tonnellate e mezza. È pur vero che non accade tutti i giorni di andare allo zoo a vedere un ippopotamo, ma è bene farsene un'idea. 

Quando arriva l'avverbio della famiglia mezzo, invece, le cose si semplificano, sebbene questa semplificazione si esprima al maschile: Quell'uomo era mezzo vestito, quelle montagne sono mezzo innevate, la brace è mezzo spenta

A questo punto, è quanto mai opportuno fare in modo che i palati fini non si scottino. In parole povere: tutte le volte in cui esce un capitoletto della rubrica Errori & Parole, alcuni "chiarissimi" depositari della nostra lingua mi fanno notare che ora Leopardi ora Manzoni ora Ariosto riportano un preciso esempio di licenza letteraria da cui i miei contributi sarebbero messi in dubbio. Premettendo che esistono delle fonti autorevoli, che consulto alacremente e umilmente, nonostante quel minimo di consapevolezza acquisita in tanti anni di studio, mi sia lecito ribattere che anch'io ho letto Dante, Tasso, Ariosto, Leopardi, Manzoni, Pirandello, Calvino e potrei divertirmi anch'io a fare lo spocchioso a lode del mio curriculum scientifico! 

Questa rubrica è nata come grammatica di consultazione rapida, è sempre stata basata sulla speranza di generare interesse attorno alla lingua e ai linguaggi attraverso principi di relazione e non di esclusione. Se Manzoni scriveva Montagne mezze velate e non mezzo velate, ciò non implica che la regola sia sbagliata, ma unicamente che stile e letterarietà costituiscono una diversa questione. 

Ricordo ancora con sdegno un particolare episodio della mia professione di docente universitario. Ero un membro di commissione per gli esami di laurea. Seguivo due o tre miei tesisti ed ero correlatore in un paio di casi. Nel bel mezzo di una discussione, durante la quale una studentessa, a dire il vero, stentava un po' a esporre il proprio lavoro, una sapiente collega fece un intervento talmente pedante e capzioso da farmi venire un acuto dolore epigastrico: ero conscio di non poterla picchiare. Così si rivolse alla disgraziata candidata: - Forse, lei ha dimenticato di leggere un originale articolo del 1974, in cui l'autore propone una rilettura del Critone alla luce del neoplatonismo della scuola di Cambridge. -. "Che cosa avrebbe dimenticato di leggere?" mi chiesi? È possibile che una donna di mezza età e che si pensa abbia una media intelligenza relazionale rimproveri una ragazza di ventiquattro anni perché non ha letto un articolo del 1974 in cui l'autore propone una rilettura del Critone alla luce del neoplatonismo della scuola di Cambridge? Sotto il profilo umano, è impossibile, secondo me. Grazie a Dio, per il nostro benessere, possiamo fare a meno del neoplatonismo di Cambridge e - perché no? - spesso anche della grammatica, specie se questa è l'espressione morbosa di un culto settario. 

2 commenti:

  1. Buongiorno, Francesco, l'ultima volta dilungandomi un po, ho omesso di dire, che sono veramente contento di leggere i tuoi scritti, è un piacere che fortunatamente si riesce a trovare in internet.
    È un piacere perché oltre al fattore letteratura, c'è una vera e propria lezione di grammatica, che è molto importante; però ti confesso che faccio un po fatica a capire bene, pur conoscendo: l'aggettivo o l'avverbio, ho un po di difficoltà nella composizione. Vabbe imparerò.
    Conosco e ho letto gli scrittori che hai citato e devo dire che tra tutti, Calvino, del quale ho letto tutto, mi ha entusiasmato molto la sua lettura; è vero che ogni tanto trovo nei libri dei termini che mi sembrano strani, e, li ho sempre inseriti, nella licenza poetica.
    Mentre lo scrittore che ho trovato bravo e descrittivo, ma un po difficile nella lettura è Italo Svevo, ho letto e abbandonato a metà, La coscienza di Zeno, e sono riuscito a finire, Una vita, ma non per il modo di raccontare, che mi è piaciuto, ma per il tipo di italiano.

    Quando ero bambino, in TV c'era una trasmissione che seguivo volentieri, Non è mai troppo tardi, un maestro che riusciva a trasmettere e insegnare, senza annoiare.
    Chiudo, perché mi sono un po dilungato, e ti ringrazio.

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  2. Saverio, buongiorno e un caro saluto! Ti confesso che questo nostro scambio comincia a farsi nutriente e stimolante, come se fosse una sorta di appuntamento costante tra due vecchi amici davanti a un bicchiere di buon vino. Io mi ripropongo sempre il seguente principio: "grammatica con moderazione". Il suo senso è presto detto: il nostro linguaggio dipende molto dal contesto in cui lo usiamo, di conseguenza l'eccesso di perfezionismo diventa un eccesso contrario. Di certo, vale la pena di esprimersi in modo corretto o, per lo meno, avere consapevolezza del discorso, altrimenti è quasi impossibile distinguere le opportunità d'uso. Hai ragione su Calvino: è elegante, chiaro, suggestivo, possiede la tecnica della scrittura, ma è misurato. E pensare che, quand'ero ragazzino, mi era un po' antipatico. Lo trovavo troppo tecnico. L'immaturità intellettuale fa brutti scherzi. Ho scoperto solo dopo che Calvino è capace, come pochi, di far coesistere tecnica e ispirazione. Il caso di Svevo è diverso. Io credo che egli sia stato molto influenzato dai forti e radicali cambiamenti dell'epoca. L'incontro con Joyce e l'ombra di Pirandello, tra le altre cose, anziché farlo approdare ad una forma fluida, ne hanno appesantito la trama. Ma è il mio semplice punto di vista. In quanto alla lunghezza dei tuoi interventi - te lo ripeto -, non te ne preoccupare! Qui, non abbiamo limiti. A prestissimo! Ti aspetto.

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