sabato 30 maggio 2015

LO VUOI UN BACIO?




Sì, lo voglio! Io voglio un bacio. Anzi, ne vorrei mille perché un bacio può diventare l'irreversibile elevazione d'una cronaca ovvia, può trasformarsi ora in una promessa ora in un gesto iniziatico. Quando le labbra dell'uno si sigillano su quelle dell'altra, si genera uno schock puro e incondizionato, le membra si fanno entità. Baciamoci, dunque, finché possiamo, senz'arrenderci all'immaterialità della domanda! Bisogna chiedere e non temere di essere rifiutati. Chi non lo fa per timore del "no" finisce presto col recitare a soggetto, sprofondandosi in una sorta di tormentoso deja vu.

Qualcuno potrebbe obiettare che ogni richiesta è indeterminata, impertinente, inelegante: non c'è peggiore amante di chi taccia al solo scopo di non subire l'insuccesso e l'umiliazione.

Si narra che Leandro morì tra le onde del mare, che tentava di superare a nuoto, nel tentativo di raggiungere Ero, sacerdotessa di Afrodite a Sesto, di là dai Dardanelli; si narra anche che Ero si uccise gettandosi da una torre, avendo ritrovato il cadavere del proprio amante sulla riva. Ogni notte, quegli amanti, si preparavano al rischio e alla perdita. La loro avventura fu breve, ma gloriosa. Quindi, io non esito a dire che quel Catullo che, in soli quattro versi, riesce a reclamare tremilatrecento baci è un eroe epico. In particolare, lo fa in modo suadente. Il modo suadente si deve intendere fin da principio non perché la passione abbia bisogno di tante parole, ma perché le parole giuste al momento giusto possono generare voluttà: è innegabile.

La domanda del titolo, Lo vuoi un bacio?, in realtà, è alquanto efficace, specie se sostenuta da un buon timbro, ma contiene un po' di fastidi. Innanzitutto, non è regolare. Come sostengono i linguisti, è una frase che ha specifiche marcature, cioè delle caratteristiche che, pur non appartenendo alla grammatica prescrittiva e normativa, entrano nella lingua d'uso e riportano significati utili e funzionali. La versione grammaticale standard de Lo vuoi un bacio? dovrebbe essere Vuoi un bacio?, cioè senza il pronome iniziale. Questo tipo di marcatura, di cui i nostri discorsi abbondano si chiama dislocazione a destra. Il nome trae origine dall'osservazione del fenomeno fatta dagli studiosi. Si può notare  facilmente che il tema della domanda, vale a dire l'elemento di cui si discute, è collocato sulla destra, ma è anticipato dal clitico Lo. Niente paura, non si tratta di un evento traumatico; è solo una deviazione colloquiale della grammatica! L'hai messo a posto tu il libro? Quest'ultimo esempio non vale quanto un bacio, ma può arricchire la nostra visione delle cose. È un'altra dislocazione a destra.

Sulla sponda opposta, non quella dove s'amavano Ero e Leandro, troviamo la dislocazione a sinistra, altro fenomeno proprio della lingua comune, media, per così dire. Questo farmaco, ha detto il medico che lo devi prendere. Non si fa fatica a scoprire che il pronome rafforzativo, diversamente che nel caso precedente, è stato spostato nella parte destra della frase, ma il tema è anteposto a tutto il resto. Questo farmaco e lo costituiscono una specie di asse tematico e semantico, da cui si deduce la marcatura della frase.

Sia la dislocazione a destra sia la dislocazione a sinistra non rientrerebbero, in teoria, nel registro della prosa scientifica o nella "lingua perfetta" perché sono, sostanzialmente, errori modulari, trasposizioni di costrutto da un modello di linguaggio ad un altro.

È bene ricordare, tuttavia, che, in tal senso, la nostra lingua è stata interpretata brillantemente da Alessandro Manzoni, nella cui opera, I promessi sposi, non a caso rivisitata più volte, scopriamo la sapienza e la magistrale competenza con cui un autore è in grado di far coesistere in perfetta armonia i vari livelli della grammatica. Ne I promessi sposi, pagina dopo pagina, il lettore può apprezzare sia il canone di Pietro Bembo e del fiorentino illustre di matrice petrarchesca sia tutte le sfumature popolari e marcate del linguaggio. Sulla base dell'esempio manzoniano, occorrerebbe, infatti, imparare a destreggiarsi tra personaggi e fini della scrittura e della comunicazione.

Una tipologia di frase che appartiene al sistema delle marcature della lingua comune è la frase scissa, molto diffusa nella parlata famigliare perché conferisce enfasi alla comunicazione. Nello scrivere o nel dire sei tu che hai commesso l'errore, ci imbattiamo nella suddetta frase scissa. Di fatto, a ben vedere, il costrutto è un po' ridondante: si hanno due frasi in luogo di una; l'unico vantaggio consiste nella resa del significato, che viene veicolato con più forza. La prima frase è sei tu; la seconda hai commesso l'errore; il raddoppiamento è evidente. 

Alcuni linguisti ritengo che la frase scissa generi anche una suddivisione dell'informazione, ma mi permetto di non essere d'accordo. I nostri enunciati, in genere, possono essere definiti in base alla loro efficacia comunicativa, tanto che si è soliti individuare in essi un focus e un topic, unitamente ad altri elementi della pragmatica della comunicazione che, adesso, giocoforza, tralasciamo. Il focus è quel segmento dell'enunciato che il destinatario ignora, in pratica, è l'informazione nuova; mentre il topic è l'informazione già nota anche al destinatario. Se io dico che Giulia vuole un bacio in risposta alla domanda Che cosa vuole Giulia?, è fin troppo chiaro, a questo punto, che un bacio è il focus. Di conseguenza, mi riesce difficile credere che nella frase scissa sei tu che hai commesso l'errore si abbia una suddivisione dell'informazione. Se dobbiamo tenere conto di entrambe le frasi prodotte dalla scissione, allora l'informazione è raddoppiata, non suddivisa, perché il nucleo tematico resta o solo nella parte destra hai commesso l'errore (…se c’interessa l'errore!) o solo nella parte sinistra sei tu (…se c'interessa la persona!), ma… Il nodo non si può sciogliere perché non sappiamo quale sia l'interesse specifico.  

Conviene continuare a baciarsi, senza pensarci troppo! 




2 commenti:

  1. Ottima disquisizione. Perché riflettere sulla lingua è così bello e illuminante?
    Personalmente, preferisco la dislocazione a sinistra, perché mette in evidenza il tema. Le marcature sono essenziali nella scrittura per delineare i caratteri dei personaggi, e il loro modo di pensare. Da come una persona parla si capisce anche come ragiona. La disposizione degli elementi in una frase dice molto sul carattere di una persona. Non sono una linguista, ma un'osservatrice, una spugna, una pietra porosa, calcare.
    In quanto a Catullo e la reiterazione dei baci: musica pura. Grazie

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    1. Sofia, in effetti, l'adozione delle marcature è una tecnica che alcuni narratori utilizzano per tratteggiare i propri personaggi. Un esempio eccellente potrebbe essere quello de "Ragazzi di vita" di Pasolini, ma ce ne sono tanti altri: "La casa in collina" di Pavese, "Conversazioni in Sicilia" di Vittorini et cetera. Quello che conta è rammentare sempre che le marcature appartengono ad un linguaggio medio, non da prosa scientifica, per così dire. La riflessione circa la natura e l'articolazione del linguaggio genera in alcuni di noi particolari sensazioni, giacché ci conduce in una sorta di dominio fiabesco, dove permane la sfida: disambiguare le forme linguistiche equivale a cercare l'anello magico da consegnare al maligno per la liberazione della principessa.

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