sabato 9 maggio 2015

GRAMMATICA NON VUOL DIRE DIGNITÀ, 
MA POSSIBILITÀ E APPARTENENZA


All'epoca dei grandi e rinomati filosofi greci, Socrate, Platone, Aristotele et alii, un ragazzo, al compimento del diciottesimo anno d'età, per conseguire il titolo di cittadino ateniese, doveva sostenere l'esame della docimasìa, così da poter dimostrare di conoscere l'ordinamento della città. Dunque, solamente uomini coscienziosi, onesti e liberi, di giudizio obiettivo e rigida condotta erano ammessi al pieno godimento dei diritti.

Anche se si è soliti esaltare i tempi passati e di cui neppure la nostra memoria serba traccia, bisogna ammettere che l'idea di un esame di civiltà è un impegno bell'e intrigante, allo stesso modo in cui è inimmaginabile.

Se si è disposti a lavorare un po' di fantasia e si pensa che oggi dovrebbe svolgersi presso le nostre pubbliche amministrazioni, allora l'ipotesi suscita per lo meno un po' d'ilarità. Provatevi ad immaginare il turbinio delle raccomandazioni e dei tentativi di accreditare Tizio o Caio, considerando che, senza il titolo di cittadino, non si potrebbe accedere ad alcun tipo di servizio o incarico! Io non oso pensare che Atene fosse fatata e incorrotta, a dispetto dei modelli mitici e letterari che ce la presentano come un icona sacra e inviolabile della democrazia. Di certo, gli ateniesi possedevano un modello linguistico inattaccabile, forte e che ha costituito la base di una lingua giunta fino a noi.

Forse, non è sufficiente essere educati, fin dai primi anni di vita, ad una grammatica così imponente per guadagnarsi un posto d'onore tra i cittadini rispettabili, ma ciò è già un elemento d'inestimabile valore. 

Grammatica non vuol dire dignità. Grammatica vuol dire solamente possibilità e appartenenza.

Una grande e distintiva caratteristica di quelle che ormai sono definite erroneamente lingue morte era la presenza della cosiddetta flessione. In pratica, la morfologia della parola era fatta in modo tale che, a seconda del modo in cui un sostantivo veniva declinato, il suo significato variava. Oggi, si sa, il termine piazza è invariabile, fuorché al plurale,  piazze, mentre, un tempo, al contrario, i greci lo rendevano con quindici casi (Nominativo sing agorà, Genitivo sing agoràs, Dativo sing agorà, Accusativo sing agoràn, Vocativo sing agorà, NOM ACC VOC duale agorà, GEN e DAT duale agoràin, Nominativo plu agorài, Genitivo sing agoròn, Dativo sing agoràis, Accusativo sing agoràs, Vocativo sing agorài). I latini non avevano il duale e facevano largo uso dell’ablativo. Come si può notare, ciò che cambia è la parte finale della parola, cioè la desinenza. 

Questo contributo non è un omaggio ai professori in pensione o agli offesi delle riforme scolastiche o, ancora, agl'intellettuali nostalgici, ma il senso di un passaggio fondamentale del nostro modo di scrivere e parlare. Infatti, tutti noi - anche chi non ha dimestichezza con le grammatiche - sappiamo dell'esistenza dei complementi, parti del discorso che hanno fatto la propria comparsa nella lingua in seguito alla caduta delle desinenze. La parola, per così dire, non è più stata soggetta a flessione, ma è stata introdotta e guidata dalle preposizioni, semplici e articolate, e riconosciuta attraverso i complementi. Anche in greco, a dire il vero, si ricorreva a forme preposizionali, ma il loro valore per lo più era quello di preverbio, tant'è che spesso si fondevano col verbo stesso.

In sintesi, preposizioni e complementi sono il segno della modernità della lingua.

Quando si parla di complementi, tuttavia, è triste rilevare che ce ne sono alcuni piuttosto maltrattati e altri addirittura ignorati.

Il complemento di materia, che troviamo nel sintagma La statua di marmo, è semplice ed è retto dalla preposizione semplice di, ma troppo spesso lo vediamo introdotto dalla preposizione in; il che, pur non facendo perdere dignità ai parlanti, ci riporta ad un lessico popolare e inelegante: L'orologio in oro? Meglio d'oro. Se stiamo attenti alla fraseologia, ce ne rendiamo conto subito. In senso figurato, diciamo È un uomo d'oro; non si sente dire quasi mai È un uomo in oro. Questa volta, il linguaggio comune e i grammatici stanno dalla stessa parte.

Il complemento di specificazione, che tutti giudicano come il più facile a capirsi, nasconde invece alcune insidie. Può avere un valore oggettivo e uno soggettivo. Nel sintagma L'amore dei genitori, a quale amore ci riferiamo? È quello dei genitori verso i figli o viceversa? Entrambe le interpretazioni sono corrette, in assenza di altri elementi. La specificazione classica, naturalmente, è quella del possesso. È appena il caso di ricordare che esiste una specificazione qualificativa: L'albero di limoni.

È interessante far notare che molte delle espressioni costantemente in uso, come Camera da letto, Occhiali da sole, Tenuta da gara et cetera, contengono un complemento di fine.

Uno dei complementi che, in questa sede, richiedono un approfondimento  è il complemento di paragone. In apparenza, tutti i complementi sono fenomeni elementari della lingua, ma, di fatto, alcuni vengono del tutto riformulati. Francesco è più basso di Antonio è una frase che presenta un normale complemento di paragone introdotto dalla preposizione di. Se ne può trarre subito la regola secondo cui la preposizione di introduce il secondo termine di paragone. Quando però il paragone è fatto tra due verbi, tra due avverbi o tra due aggettivi o tra due complementi, il secondo termine di paragone è introdotto dalla congiunzione che. È meglio lavorare e guadagnare poco che stare a contemplare il mondo; Quel giocatore è più rapido che bravo; Ha lavorato più con eleganza (elegantemente) che con attenzione (attentamente). Nei processi di scrittura media, molto di rado si intravvedono queste forme, che – si badi! – non sono arcaiche.


In questa frammentaria raccolta di complementi e preposizioni, testimonianze, come s'è già detto, delle moderne grammatiche, rientrano quei casi isolati, fraintesi o taciuti per paura dell'errore. Di conseguenza, l'ultimo pensiero va al complemento di esclusione, non tanto per la sua struttura, quanto per le preposizioni che servono a che esso sia adeguatamente strutturato: fuorché, tranne ed eccetto sembrano cadere sempre di più in disgrazia, epurate dai testi e perfino dalle scuole. Resistono ancora meno, salvo, ad eccezione di, a parte et cetera.  Devi estirpare tutto, tranne l'erbetta lungo il perimetro del giardino; In questi giorni, hai pensato a tutto, fuorché a me

Se grammatica non vuol dire dignità, ma vuol dire possibilità e appartenenza, conoscenza vuol dire interpretazione sana e obiettiva della realtà.

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