mercoledì 6 maggio 2015

COME TI BUTTA? CI STO DENTRO!


Quand'ero ragazzino, con la complicità e la clemenza del meteo siciliano, mi ritrovavo spesso a scorrazzare (…non già scorazzare, come spesso si legge!) per le strade. Non perdevo occasione per tirare qualche calcio a un pallone. Assieme a due o tre compagnetti di superbo vagabondaggio, sistemavo qualche pietra sull'asfalto e iniziavo la guerriglia urbana. Sgambetti e spintoni erano una regola supplementare. In alternativa, esistevano il tiro con l'arco, il lancio delle pietre qualche altra diavoleria. Per fare un arco era sufficiente trovare un ombrello rotto; per il lancio delle pietre era necessaria la conoscenza del territorio. In entrambi i casi la strategia era fondamentale; quando pietre o frecce arrivavano sulla testa, facevano male.

Era il nostro il nostro linguaggio, un codice comune ed esplicito, mai oscuro.

A pensarci bene ad una trentina d'anni di distanza, io e i miei amici non avevamo un vero e proprio gergo, uno slang, fatta eccezione per il dialetto locale. La nostra lingua era accessibile a chiunque volesse unirsi a noi nel rischiare la pelle divertendosi. Se trent'anni fa mi fossi rivolto ai miei amici di ventura con Ci stai dentro o Come ti butta?, molto probabilmente mi avrebbero picchiato. Non che la nostra grammatica fosse superiore a quella degli altri o di qualche altra epoca, ma era viva, pratica, rumorosa.

I cambiamenti epocali non devono essere condannati o esaltati; non avrebbe senso. Ciò che più conta è farne un'analisi obiettiva e sana.

Emma Frignani, un'intellettuale attenta ai fenomeni linguistici per mestiere e formazione, ci suggerisce uno sguardo al panorama di questo cambiamento, sul cui sfondo compare un gergo agrammaticale, sintetico e fumettistico. La maggiore tra le fonti è l'adolescenza, entro la quale ha rapidamente preso vita una sorta di macchia linguistica. Essa, sulle prime, ha raggiunto le forme della sostituzione e della riduzione, configurandosi nella messaggistica: k al posto di ch, nn in luogo di non et cetera. Per certi aspetti, il battesimo non è stato una catastrofe, anzi è stato espressione di una vera e propria scelta di mediazione fatta dai parlanti. Successivamente, invece, l'estensione di alcuni di questi costrutti alla lingua scritta delle chat e dei post e alla parlata ha finito col costituire un'alterazione bell'e buona. Da ultimo, dell’alterazione è rimasta una debole traccia, cui s’è sovrapposto qualcos'altro.

Ci stai dentro, Come ti butta?, già citate, stanno in compagnia di alcuni abusi quali sono Nel senso che e Cioè, mescolandosi in una lingua limbica, senza dialetto e, a tratti, irriverente.

Cioè, pur nascendo come avverbio, è una semplice e innocua congiunzione coordinante esplicativa e che, in genere, segue una bella virgola e introduce una spiegazione di quanto è detto in precedenza. Il professore, quel giorno, spiegò le congiunzioni, cioè quelle parti del discorso che… Al suo posto, avremmo potuto utilizzare anche ossia, ovverosia, vale a dire, che hanno leggere sfumature di diverso significato, ma che sono pari per valore semantico. Premettendo che tutte le ripetizioni sono poco digeribili, quando un adolescente dei giorni nostri esordisce con Cioè, il livello di tensione sale. Cioè non può e non deve essere messo in posizione enfatica, ossia all'inizio del discorso. Questa congiunzione ci giunge in dono direttamente dai latini e la sua struttura, in origine, era costituita dal dimostrativo Ciò e dalla copula è. È difficile che ci sia qualcosa da esplicitare all’inizio del discorso.

L’espressione Nel senso che sta per diventare una specie di condimento pronto, come se recasse la scritta "Da consumarsi preferibilmente entro la fine del discorso". Nel senso che, sempre più di frequente, viene utilizzata come una locuzione congiuntiva subordinante universale, ma non lo è, non ha alcunché di universale. Sulla base di questa universalità apparente e ombrosa, i parlanti ne fanno un uso simile a quello che si farebbe di una locuzione congiuntiva subordinante jolly. Tuttavia, è bene dire che l’uso corretto si riscontra solo in casi rari della subordinazione. Ho affrontato la questione, nel senso che ho detto a tutti la verità: in questo caso si verifica una coincidenza di fattori molto importante. La preposizione articolata nel funge da legamento tra il sostantivo femminile questione e la subordinata, mentre il sostantivo maschile senso, unito al relativo che esplica una funzione dichiarativo-esplicativa. Nostro malgrado, la si trova anche  in sostituzione di perché, anche se, laddove e così via: In questi giorni ho studiato poco, nel senso che (anche se) avrei dovuto studiare di più; ho pranzato molto presto, nel senso che (perché) avevo fame;  ho comprato la grammatica sbagliata, nel senso che (laddove)  avrei dovuto comprare quella italiana.

Mi dolgo di dover riferire che le altre espressioni, purtroppo, non rientrano nel nostro studio perché non si possono neppure classificare come errori grammaticali. Come ti butta e Ci stai dentro vanno molto oltre l'errore, sono forme di alienazione linguistica, per spiegare le quali chiederei l’intervento di un’equipe scientifica composta da un sociolinguista, un antropologo e almeno uno psicologo.

Non voglio che la retorica di costume e la facile morale mi contaminino, ma mi tocca ammettere che i tempi del "buon selvaggio" sono finiti. Noi, da piccoli, battendo vicoletti e stradine, sentieri di campagna e spiaggette assolate, urlavamo tutto il giorno, e, pur se indisciplinati e poco dediti alle grammatiche, eravamo costretti a non ridurre le parti del discorso. Al contrario, tanto più colorita era la nostra lingua quanto più energici ed efficaci erano i nostri insulti e le nostre invettive. Io sono un sostenitore di tutte le nuove forme di comunicazione, mi dichiaro pertanto favorevole all'avvento della tecnologia e giudico male, per lo più, coloro che la snobbano pretendendo di essere depositari di un sapere avulso dal cambiamento, tuttavia c'è da notare che molti adolescenti di oggi sono ormai ingobbiti sui dispositivi elettronici e, molto dirado, sui libri.


2 commenti:

  1. Buongiorno, Marco e buon scorrazzamento, se ne hai ancora la possibilità.
    Grazie, un bel testo, molto interessante e simpatico.
    Io faccio parte della generazione fine '60 che usava cioè, io questo è altri termini, per una mancanza di un vero linguaggio; confesso che non ho faticato poco nel cercare di correggermi, e, come dico sempre non è mai finita.
    Quello che invece non mi so spiegare, è tutte quelle generazioni successive, che hanno molti più titoli di studio, ma si lasciano andare con espressioni poco ortodosse, e anche nella scrittura, dove dovrebbe esserci un po più di spazio alla riflessione; mi è stato detto più volte che devono scrivere velocemente e spesso con piccole tastiere, così gli: nn, xche, 6, tvb, e una miriade di faccette e simboli che le rappresentano come -)), con un dizionario esteso in internet e spesso non completo. Ma di questo linguaggio, la cosa che mi sembra più incredibile e quando ho letto dei commenti di italiani a stranieri, nello stesso modo, mi sono chiesto cosa avranno mai capito.
    Mi piace leggere, specialmente gli scritti come il tuo, che fanno piacere, ma tant'è volte, però spesso, dopo qualche riga ci rinuncio, specialmente tanti commenti; in alcuni blog dove si dovrebbe trovare una buon italiano, spesso i commenti sono per me illeggibili.
    Molto bella la descrizione dei tuoi giochi che è più ho meno la mia della fine degli anni '50.

    Buona giornata.

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  2. Caro Saverio, buongiorno! Anzitutto, mi tocca dirti che sono Francesco e non Marco! :-)
    Il nostro appuntamento è sempre più gradevole; ci ritroviamo regolarmente. Ne sono lieto. La lista dei termini snaturati o coniati dalla nuova generazione della messaggistica è amplissima, tale che ci vorrebbe un'opera mastodontica - e non una semplice paginetta da blog - per farne un'analisi almeno sufficiente. io mi sono limitato a qualche esempio. Ciò che manca alla maggior parte dei ragazzi, oggi, è la flessibilità. Io non contesto la presenza del gergo, del cosiddetto slang, ma mi preoccupa la scarsità di quello in uso. Per educare gli alunni alla flessibilità linguistica gl'insegnanti dovrebbero possedere competenze che non hanno, così da abbordare l'idioletto adolescenziale e arricchirlo. Posso immaginare che un'insegnante della scuola primaria o secondaria sappia cos'è una frase scissa o l'uso dei costrutti enfatici o, ancora, un N deverbale? Eppure sono essenziali! Non farò mai di tutta l'erba un fascio, ma la selezione dei prof dovrebbe essere riformata! Negli anni sessanta, lo spazio vitale era diverso, nasceva sulle strade, non era racchiuso nella chat: il lessico, per l'appunto, era vivo e dialettale. Oggi, questo nuovo conio è pure privo di dialetto.

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