mercoledì 27 maggio 2015

ANCHE ALL'ACCADEMIA DELLA CRUSCA SI PARLAVA A VANVERA!


Tutti coloro che devono fugare un dubbio linguistico, in genere, non esitano a rifugiarsi tra le mura virtuali dell'Accademia della Crusca. Grazie al fenomeno della grande diffusione della cultura a mezzo internet, quella da ipermercato, per intenderci, quella last minute, c'è anche chi, dopo aver fatto uno screenshot sulla pagina dei "crusconi", esibisce in un post qualche documento fotografico degli accademici e si convince di essere dotto. Ciò che precede la realizzazione del documento resta ignoto ai più. Riportare l'immaginetta vuol dire farsi belli, elevarsi al di sopra degli equivoci e dare il colpo di grazia all'avversario. È così che, quando nasce una disputa sull'uso di un sostantivo o di un verbo o di qualsivoglia parte del discorso, i sapientoni spuntano da tutte le parti.

Io, fino ad ora, lungo l'itinerario di Errori & Parole, ho conosciuto solamente poche persone con inequivocabili competenze linguistiche e so per certo che non ricorrono a certe smargiassate. Non tutti devono essere esperti di linguaggio, per carità! Ma non c’è bisogno di fare i sapientoni, specie se i veri sapienti sono altri e ne sfruttiamo fama e fatica.

Tra le altre cose, dell’Accademia della Crusca si sa poco: circolano notizie circa l’inoppugnabilità delle sue teorie, la solennità dei suoi costumi e l’inaccessibilità dei suoi membri, ma non si racconta che, nel XVI secolo, quando nacque per iniziativa di Leonardo Salviati, era composta da un gruppo di giovani spensierati, chiamati "crusconi" proprio perché parlavano a vanvera. Essi, pur parlando a vanvera, come si diceva all'epoca, si mostrarono subito intransigenti e intolleranti verso qualsiasi parola che non appartenesse alla purezza della lingua. In poco tempo, in seguito alla pubblicazione del primo vocabolario, si guadagnarono una nomea internazionale senza precedenti, tanto da essere imitati da molte altre scuole. Nel 1783, il granduca Pietro Leopoldo di Toscana, che evidentemente mal sopportava la loro intransigenza e la loro intolleranza, con un bel decreto pose fine alla loro avventura facendo chiudere l'Accademia. La ripresa dei lavori si ebbe nel 1808 grazie a Napoleone. Il castigo del granduca, forse, non fece male ai cervelloni dell’epoca perché, a poco a poco, si resero più disponibili e capirono che la lingua non è qualcosa di astratto, ma un fenomeno plastico.

La correttezza del discorso non si ottiene di certo chiudendo gli occhi sul valore d'uso. Una buona grammatica è sempre legata alle proprie origini, ma non è mai distante dal contesto in cui trova compimento.

Errori & Parole è stato creato integralmente sullo scarto esistente tra origini e quotidianità: talvolta, questo distacco è eccessivo e fuorviante ed è il caso di rimediare, suggerendo la forma corretta; talaltra, si tratta solo di una malformazione o di una formazione impropria, talché è sufficiente giocare coi termini, senza emettere alcuna condanna.

Un esempio di formazioni improprie, se vogliamo attenerci all'italiano puro, è la locuzione preposizionale al di là: è un francesismo in piena regola; il che non significa che chi lo usa sbaglia. Nient'affatto! Qualora si voglia scrivere e parlare da puristi, è bene scrivere e dire di là (…): al di là del muro vs di là dal muro. Se, invece, si sostituisce la locuzione preposizionale con la versione sostantivata aldilà, come molto spesso si vede, l'errore c'è ed è gravissimo. L'aldilà appartiene ai più, è il regno oltremondano.

Di tanto in tanto, mi permetto di riproporre lo scopo di questo mio lavoro affinché sia sempre più intenso l’effetto relazionale della scrittura. Io sono un purista dimezzato. Credo fermamente che, senza conoscere il latino e il greco, non si possa avere piena padronanza della lingua italiana, ma non è un mio vezzo. Ci sono spiegazioni di fenomeni linguistici che non si trovano neppure in una eccellente grammatica italiana.

Quando, in un discorso, il soggetto è costituito da la maggior parte, molti non sanno se prendere la via del plurale o quella del singolare, cosicché troviamo ora la maggior parte degli italiani sostiene che (…) ora la maggior parte degli italiani sostengono che (…). I latini avevano le idee chiare e ammettevano sia il singolare sia il plurale del verbo, definendo questo segmento linguistico costructio ad sententiam. Io suggerisco di coniugare il verbo al singolare. L’italiano contemporaneo si avvale degli articoli, che hanno sostituito la declinazione del sostantivo. Di conseguenza, se l'articolo che utilizziamo è singolare e si accorda, giustamente, con un sostantivo singolare, non capisco perché sia necessario complicarsi la vita. Il predicato dovrebbe sempre stare in pace e armonia col soggetto.

In quanto ai peccati veniali della grammatica, possiamo puntare, per esempio, sulla frase il giorno che ci siamo conosciuti pioveva. La versione corretta ed elegante sarebbe il giorno in cui ci siamo conosciuti pioveva. E così pure: tutte le volte che ci vediamo (…) / tutte le volte in cui ci vediamo (…); ogni volta che ci vediamo (…) / ogni volta in cui ci vediamo (…) et cetera. Queste, tuttavia, sono quelle situazioni in cui, come ho già detto, si può giocare sulle differenze. Le frasi vieni che ti aiuto o aspetta che te lo spiego, però, non sono altrettanto carine quanto le precedenti: sono sbagliate e la pena è capitale.

Si ricordi sempre, però, di non fare leva sul concetto di evoluzione della lingua per legittimare le storture grammaticali perché la tolleranza o le aperture dei lessicografi sono il frutto di un lungo e travagliato studio, non l’intuizione dell’ultima ora!


Altra segnalazione rivolta ai guerreschi sostenitori dei dialetti: in qualità di popolo, abbiamo fatto una fatica enorme e, talora, inimmaginabile per conquistare una lingua comune, non sprechiamola! All'inizio del novecento, l'analfabetismo in Italia era prossimo all'80%. In pratica, coloro che dal sud emigravano al nord in cerca di lavoro erano veri e propri stranieri perché parlavano soltanto il dialetto. Questo accadeva un secolo fa! All'epoca dell’unità d’Italia, su venticinque milioni di abitanti, come fa notare Tullio De Mauro, solamente centosessantamila persone si esprimevano in un italiano di base: preoccupante, se si considera che il lentissimo processo di unificazione linguistica si è compiuto solo da poco! Potremmo definirci più italofoni che italiani, a differenza di quanto è accaduto in Francia o in Germania o nell'intelligente Inghilterra.

10 commenti:

  1. Scrivere è un compromesso tra la grammatica e la lingua d'uso: è necessario tenere entrambe in considerazione. Dobbiamo, però, dare merito anche all'Accademia della Crusca, che ha saputo rinnovarsi online in tempi non sospetti. Ciao Francesco!

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    1. Annarita, dici bene: il compromesso è il sale della scrittura, è atemporale, inevitabile e può rivelarsi divertente. Manzoni n'è stato sicuramente un Maestro ne I promessi sposi, dove la cosiddetta parlata "bassa" si mescola col canone bembesco. In quanto all'Accademia della Crusca, XVI e XVII secolo erano tempi in cui, di fatto, non esisteva un vero e proprio dominio della lingua normativa. Esistevano scuole di pensiero. Di conseguenza, rinchiudersi nel purismo era cosa quasi naturale per i dotti. Quello è il periodo in cui fu pubblicata la più importante tra le opere di divulgazione scientifica, Il Saggiatore di Galileo Galilei, in cui l'autore, per la prima volta, nella storia della letteratura scientifica mise a punto un linguaggio accessibile e, insieme, tecnico.

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  2. molti pensano all'Accademia della Crusca come un bancomat, spesso per fini pacchiani e per sentirsi superiori. ad ogni modo si sa, basta qualche parolona in più, anche sfiorare la famigerata supercazzola, per sentirsi più fighi

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    1. Alessandro, accade più spesso di quanto noi stessi immaginiamo: sembra che un clic sulla pagina dell'Accademia possa trasformare il rospo in principe azzurro. In realtà, non so ancora spiegarmi perché ci si ripari all'ombra dei grandi nomi... Non ci si rende conto che si rischia di restare sempre nell'ombra!

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  3. "Speriamo che io me la cavo..."
    Ehehehe
    Francesco Mercadante i tuoi post aiutano sempre.
    Aiutano sempre a scoprire cose nuove (ignoravo le origini dell'Accademia) e a migliorarsi.
    Grazie

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    1. Sylvia, tu mi dichiari di ricevere aiuto dai miei lavori; ed io non posso fare a meno di dirti che, senza queste tue parole, i miei sforzi non troverebbero lo stesso appagamento, le mie speranze non diventerebbero certezze, la mia voglia di andare oltre sarebbe meno determinante. Sei sempre colei che mi ha adottato: non lo dimenticherò!

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  4. Molto bene! È una causa che sposo con entusiasmo. E penso sia il caso non solo di tenere d'occhio la grammatica e la sintassi, ma anche il lessico. Usiamo sempre un numero ristretto di parole, anche nei media la varietà lessicale si è persa. I giornalisti scrivono male e parlano peggio. Qualsiasi anziano incontrato in coda alle Poste parla meglio di tutti gli scrittori che sfilano da Fazio a proporre le proprie gemme. E siccome la lingua è uno strumento di pensiero, e non viceversa, anche il pensiero si annacqua. Con strumenti inadatti non si può operare.
    P.S. non ho capito tutta la contesa innescatasi oggi sullo stile.

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    1. Mia stimatissima Sofia, secondo studi recenti, si è accertato che Shakespeare è lo scrittore che, fino ad ora, ha dimostrato, attraverso le proprie opere, di conoscere il maggior numero di parole: ineguagliabile, encomiabile, indefinibile. La mediocrità lessicale, cui tu fai riferimento, a mio avviso, è generata da diverse concause: 1) l'Italia ha un'identità linguistica frammentaria sia per i popoli che l'hanno dominata (Arabai, Francesi, Spagnoli et al.) sia per incapacità della politica post-unitaria di ottenere la compattezza nazionale; lo stesso Manzoni è stato a capo della commissione Broglio, ma il suo programma fallì presto e miseramente; 2) il livello della classe docente è molto basso, forse troppo: gl'insegnanti, specie quelli delle superiori, trascorrono troppo tempo sui manuali e poco tempo sui classici; ormai, molto di rado si trova un professore di lettere che conosca latino e greco; 3) il web è indubbiamente il migliore tra i domini della comunicazione, ma si è rivelato ingannevole per tutti coloro che hanno creduto di poter sostituire i testi con Wikipedia; ne è venuta fuori una generazione di wikistudenti e wikiscrittori. La rassegna potrebbe continuare, ma mi limito a ciò che ritengo fondamentale. In quanto alla contesa sullo stile, la querelle è nata perché la mia presunta avversaria, un'ex dirigente scolastica, ha commentato inventando una regola grammaticale, dicendo cioè che, nella frase "La città dove sono cresciuto", "dove" è un errore e dovrebbe essere sostituito sempre con "in cui". A quel punto, non potevo lasciar passare una simile sciocchezza e ho tentato educatamente di invitarla a correggere il tiro. La prof - è una prof di lettere -, non volendo ammettere l'errore, ha deviato verso lo stile, affermando che "in cui" è da preferirsi a "dove" per questioni di stile: altra insuperabile sciocchezza!

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  5. Ciao, Francesco, anche io sposo la causa - italiano, grammatica, sintassi, ricchezza di vocabolario, amore per la propria lingua -, e come Sylvia, ... speriamo che me la cavo!

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    1. Gloria, di fatto, tutti "speriamo che ce la caviamo". C'è sempre uno scarto tra ciò di cui siamo consapevoli e in cui siamo competenti e l'obiettivo da raggiungere. All'interno di questo spazio-tempo, per l'appunto, "speriamo che ce la caviamo". Diversamente, non ci sarebbe più storia!

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