mercoledì 13 maggio 2015

ACCADEMICI, PUNKABBESTIA O GIOCATORI DI CALCIO DI SERIE C?


Trillo di whatsapp. È suono familiare, ma che reca in sé qualcosa di curioso. Chi sarà mai? La speranza è un filo rosso che avvolge la vita di ciascuno di noi. Talora, poche parole possono anche svelare una grande passione o un amore sperato, talché quei secondi che scorrono tra la propagazione dell'onda sonora e l'azione del pollice sul display dello smartphone sono molto fecondi. 

Un tempo, ci giungevano lettere d'amore e telefonate, che, forse, erano più affascinanti d'una conversazione in chat, ma – bisogna ammetterlo – non si potevano nascondere in una tasca in caso di relazioni amorose illecite e corteggiamenti clandestini. Una percentuale di rischio c'è in qualunque circostanza, intendiamoci! Sappiamo tutti, però, che la tecnologia accresce il mistero. 

Ridurre la messaggistica delle chat alla sola tresca è ingeneroso verso coloro che le hanno progettate e realizzate, tuttavia credo che nessuno di noi possa negarne la funzione "erotica". Poi, c'è anche l'utilità professionale, che fa il pari con la rapidità. Nulla da eccepire! 

In questo quadro di emozioni, un giorno, afferrai il mio telefonino per controllare una notifica. Tutto mi sarei aspettato da quell'icona verde, fuorché il messaggio di una mia carissima e stimata amica, docente di lettere, che mi ammoniva a causa di un errore grammaticale. 

Leggendo un mio romanzo, #SonoDiventatoMiaMoglie, aveva notato ciò che aveva bollato come strafalcione. Mi affrettai a leggerlo per intero. Ecco le sue parole: <<A pag 47 c'è un piccolo errore. "Se stesso" non si accenta mai.>>. La tentazione di reagire con ferocia fu forte, lo confesso. La presunzione è disdicevole. 

Ciò che mi parve indecoroso, marchiano , mediocre, borioso e impertinente fu la spartana perentorietà della categorica negazione "non si accenta mai". 

Cominciamo col dire che la regola della mia amica è un falso grammaticale, un'invenzione che penso abbia tirata fuori dal frullatore durante la preparazione di un frappè, perché sono ammesse entrambe le forme. A scopo di chiarimento aggiungiamo subito che la versione originaria del pronome riflessivo è definita tonica proprio perché riporta un accento acuto che la distingue dalla congiunzione se. L'aggettivo stesso è adottato agli effetti del rafforzamento. Se vogliamo seguire una logica elementare, perché l’incontro tra un pronome tonico e il suo rafforzativo dovrebbe far cadere l'accento? Non c'è alcuna spiegazione valida, tant'è che gli studiosi si dividono, ma non si fanno la guerra sul tema. 

Se consultate la voce de Treccanionline, vi rendete conto che esempi e fraseologia sono formulati sempre col sé stesso e non col se stesso. Ora, io non so che tipo di credito la mia amica riconosca agli autori del Treccani online, ma a me sembra che non siano dei Punkabbestia travestiti da intellettuali. La mia amica, però, sostiene che non si deve mai accentare il pronome riflessivo in presenza del rafforzativo. Attenzione: mai! È così che mi rivolgo agli Accademici della Crusca, i quali si mostrano molto generosi e, oltre a fornirci un bel po' di esempi, ci indicano sia i linguisti a favore dell'accento sia quelli contrari. Scopro che Luca Serianni, autore de Grammatica italiana Italiano comune e lingua letteraria dell'UTET, pretende unicamente il a discapito del se. Tra i membri del circolo dei tonici troviamo anche Bruno Migliorini, Carlo Tagliavini e Piero Fiorelli, che, avendo scritto un Dizionario di Ortografia e di pronunzia per ERI, dichiarano: <<Frequenti ma non giustificate le varianti grafiche se stesso, se medesimo, invece di sé stesso, sé medesimo.>>. 

Serianni, Migliorini, Tagliavini, Fiorelli? Chi sono costoro? I giocatori di una squadra di calcio si serie C o i vincitori di uno dei tanti reality? Ebbene? Questi signori sono stati citati come fonti autorevoli da Manuela Cainelli, consulente di linguistica dell’Accademia della Crusca e autrice dell’articolo summenzionato. Ma la mia amica sostiene che se stesso non deve mai essere accentato. Ed è un'insegnante di lettere. Rarissimamente mi capita di vedere qualcuno inventarsi delle regole e lottare per affermarne la correttezza. Tra le altre cose, con un minimo di approfondimento, si intravvede che se stesso, al plurale, sé stessi, può costituire la protasi di un periodo ipotetico con congiuntivo imperfetto. Se stessi qui (…), potrei aiutarti. È evidente che il rischio di confusione è solo teorico. Il periodo completo ha una tale struttura verbale che neanche uno straniero che ha appena imparato l'italiano commetterebbe questo errore. Ed è impensabile che un parlante estrapoli l'espressione dalla frase. Questa sottolineatura ha solo un valore strumentale. 

La conversazione su whatsapp non si concluse in una battuta. Io le risposi dicendo: <<Io spero che tu stia scherzando, altrimenti mostreresti presunzione e poca competenza.>>. Ella non reagì affatto con umiltà, anzi rincarò la dose: <<Anche tu scherzi o dimentichi che sono prof di lettere. A meno che questo sia un uso moderno della lingua contro regole che io non conosco. Non ho sbagliato. È un pleonasmo.>>. A beneficio dei lettori e – perché no? – della mia amica, che spero se ne faccia una ragione: 1) Non è sufficiente essere docenti di lettere per avere consapevolezza della lingua; 2) se proprio dobbiamo distinguere l'uso moderno della lingua da quello originario, allora il è pretta espressione delle origini, laddove se potrebbe essere la variante moderna; 3) in qualità di docente di lettere, se dichiari di non conoscere delle regole, ti dai la zappa sui piedi; 4) non è un pleonasmo; dire che è un pleonasmo è un'altra invenzione catastrofica. 

È opportuno fare delle precisazioni: essere preparati e colti non significa avere competenze scientifiche. Chi si laurea in lettere o filosofia non è letterato o filosofo. La conoscenza scientifica implica che l'esistenza sia interamente trasformata in una sorta di laboratorio. Si può avere un bello stile ed esibire una prosa seducente, ma la coscienza dei fenomeni della lingua italiana passa attraverso il latino e il greco. Il completamento cui si giunge per mezzo della linguistica implicherebbe pure lo studio delle lingue straniere, ma… Ci stiamo allontanando un po' dal tema. 

4 commenti:

  1. Ottimo post, come sempre :) Anch'io talvolta mi sono posta il dubbio se accentare o meno il "sé" di "se stesso". Ho controllato anch'io sul Treccani Online e ora il tuo post ora mi conferma ancora di più che possono essere utilizzate entrambe le forme. Solitamente prediligo "sé stesso". :)

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    1. Anch'io ho sempre avuto una predilezione per "sé stesso". In verità, Valentina, il mio professore di filosofia teoretica, in un'occasione, fu categorico nei miei riguardi: - Sempre accentato! -. Quell'uomo, Nunzio Incardona (http://it.wikipedia.org/wiki/Nunzio_Incardona), era splendidamente categorico in tutte le espressioni delle dottrine che insegnava e, soprattutto, predicava. Avevo diciannove anni. Da quel giorno, fui marchiato a fuoco.

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  2. Anche io imparai (credo di ricordare) che "se stesso" si scrive senza accento. L'importante è che ora so che anche la seconda opzione è corretta!

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    1. Sì, Dimmi Luna, di fatto, entrambe le forme sono corrette, come ho scritto nel post. Molti autorevoli grammatici, però, sono intransigenti nel pretendere che si adotti solo il "sé stesso" ad esclusione di "se stesso". Una certa logica vorrebbe che si usasse sempre l'accento principalmente perché non c'è alcunché che ne giustifichi la caduta. Ad ogni modo, oggi, non c'è molta differenza d'uso.

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