sabato 25 aprile 2015

SE I GENITORI NON FANNO I COMPITI...


La gestione del tempo è ciò che ci permette di distinguerci gli uni dagli altri. Al secondo posto della classifica della distinzione, troviamo ciò che è o utile o inutile. Chi deve procurarsi ogni giorno il cosiddetto pezzo di pane non ha il tempo per valutare gli stati di cose. Tempo e utilità, dunque, determinano e governano la relazione tra ricchezza e povertà, forza e debolezza. Il ricco può vivere il presente come attesa, previsione o, addirittura, investimento, tanto da poter ponderare le scelte e gli stessi giudizi in funzione di ciò che accadrà domani. Il povero è incalzato dalla sopravvivenza, dalle scadenze; egli si può concedere, giocoforza, solo il godimento di ciò che gli è utile. Se, talora, un operaio decide di recarsi con la famiglia in pizzeria – e la pizza, tutto sommato, non è utile –, sa di dovere racchiudere l'esperienza in una sera. Il giorno successivo, dovrà pensare a come fare la spesa, pagare le utenze et cetera. All'operaio non è concesso tempo, laddove il tempo sarebbe necessario alla gestione e al soddisfacimento di tutti i bisogni. La sua vita è un continuo rinvio del desiderio, quindi anche un allontanamento dalla realtà, un equivoco socio-economico della speranza dentro cui è risucchiata ogni cosa. 

Eppure, senza tempo, non c’è sviluppo, non c’è scienza, non c’è produzione, non c’è economia. Non ci vuole un economista per confermarlo. Se la catena economica fosse limitata al soddisfacimento dei bisogni, il mercato crollerebbe di colpo. Dalla telefonia mobile al trading, dalle automobili alla moda, nulla resisterebbe. Che lo si voglia o no, i beni superflui hanno un elevato potere seduttivo e attrattivo e condizionano fortemente qualsiasi essere umano.

L'oggetto grammaticale di questo capitolo, l'errore che prendiamo in esame, ha un che di sociale, essendo collocato tra la corretta espressione di un desiderio e l'inesatta interpretazione di un tempo verbale. Mi sono chiesto, a tal proposito, senza farne tuttavia un approfondimento scientifico, se ci fosse una relazione tra l'errore e la nostra psicologia, quella della gente comune, condannata alla meravigliosa aggregazione e al tempo dell'utilità.

Molto spesso, quando andiamo a comprare la frutta, ci rivolgiamo al venditore con la seguente richiesta: - Volevo un chilo di mele…-. Un fruttivendolo arguto e smaliziato o che venisse da un altro pianeta potrebbe rispondere: - Le voleva? Adesso non le vuole più?-. Sappiamo che questo non accadrà mai, ma dovremmo anche sapere che questo imperfetto indicativo non è al posto giusto. Sarebbe opportuno, di fatto, sostituire l’imperfetto col presente: Voglio un chilo di mele. Se questo Voglio ci sembra inelegante e poco amabile, possiamo tranquillamente dire Desidero. Quando siamo davanti al fruttivendolo, cambiamo improvvisamente idea? Non solo davanti al fruttivendolo, a quanto pare! Capita anche al telefono: -Buongiorno, sono Francesco Mercadante, volevo parlare con Stefania…-. Anche in questo caso, qualcuno poterebbe risponderci per le rime, ma non succede. Ne usciremmo distrutti. Nel parlato, questo errore di sostituzione è comune, forse più presente di quanto lo siano gli acari della polvere in un materasso. In realtà, a poco a poco, i grammatici, a furia di sentirlo ripetere, gli hanno fatto un po' di spazio, tanto che Marcello Sensini, autore di una pregevole grammatica per la didattica dei licei, lo ha definito imperfetto desiderativo. Con ciò non s'intende dire che si può essere perdonati, ma si può chiudere un occhio in un contesto colloquiale. 

È difficile a dirsi in che misura la nostra lingua sia condizionata dalla psicologia sociale, ma, nel caso dell'errore suesposto, voglio scorgere qualcosa di romantico che mi fa sperare più nella matrice emotiva che in quella grammaticale.

Sul piano della bocciatura, invece, si deve porre un altro tipo di sostituzione. Non che il precedente fosse da lodare, ma, a leggere o sentire Potevi venire ieri alla mia festa!,  c'è da correre ai ripari perché il verbo corretto e insostituibile è il condizionale passato: Saresti potuto venire ieri alla mia festa! Si ha pure l’impressione che qui né emozioni né psicologia possano fare da sfondo all'errore perché, in materia di desideri, il condizionale passato non è messo affatto bene. Quando lo usiamo, per lo più, evidentemente qualcosa sarebbe dovuto andare diversamente o, forse, avremmo sperato che fosse andato diversamente.

In certi casi, il disastro è definitivo. Un genitore torna a casa, controlla i quaderni del figlio e scopre dei brutti voti, cosicché gli si rivolge con fare ammonitorio:  - Se facevi i compiti, non prendevi questi brutti voti! -. Il bambino, che purtroppo non è ancora in grado di rispondere adeguatamente, incassa il colpo. Tuttavia, forse, neppure il genitore, a tempo debito, faceva i compiti perché avrebbe dovuto dire Se avessi fatto i compiti, non avresti preso questi brutti voti, anziché contribuire alla crisi del congiuntivo e anche allo sviluppo dei disagi del figlio. L'imperfetto è talmente invasivo da prendere anche il posto del congiuntivo trapassato. 

Ben venga la semplificazione, ma sia respinta ogni forma di occultamento delle varianti linguistiche! Forse, il potere di infrangere continuamente le regole, con o senza consapevolezza, provoca ebbrezza ed eccitazione.


La segnalazione di oggi va a Ilaria Pasqua, una lettrice compulsiva, com'ella stessa si definisce, nonché autrice di alcune opere di narrativa. Ilaria mi ha colpito come lavoratrice instancabile del testo e per la solidità dei contenuti. La sua fecondità, che la porta ad essere presente su diversi siti, da "futuro quotidiano" a "nativi digitali", è direttamente proporzionale allo studio costante. Ne viene fuori una scrittura sempre intrigante. Da seguire. A mio avviso, se saprà mantenersi umile e costruire relazioni umane e intellettuali proficue, potrà imporsi all'attenzione dei lettori.

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