mercoledì 15 aprile 2015

LE DISFUNZIONI



Un giorno, trovandomi presso una comunità d'accoglienza per schizofrenici in qualità di consulente, fui interpellato da uno dei pazienti, il quale, con fare solenne, mi disse: <<Io sono il Re David!>>. Risoluto, risposi: <<Piacere, io sono Cristo!>>. Il mio interlocutore ne fu sorpreso. Ebbe un istante di esitazione. Poi, mostrando un ampio sorriso, aggiunse: <<Tu mi prendi in giro…>>. La lucidità di colpo aveva avuto la meglio sulla patologia? In parte, fu così. Sono rari i casi in cui uno schizofrenico perde del tutto i confini del rapporto con l'altro. Per l'innanzi, tratteremo anche il linguaggio delle devianze. <<Mi è andata bene!>> dissi tra me, con orgoglio. Sicuramente, la mia scelta linguistica di non eludere il suo messaggio, rispettandone appieno l'eccentricità, aveva sortito l’effetto desiderato.  

Comunicare vuol dire anzitutto costruire legami di appartenenza e, soprattutto, capire cosa ci accade intorno per non correre il rischio di essere impertinenti. 

Non è un compito facile - specie se tentiamo di conciliare comunicazione e grammatica - perché la nostra lingua ha delle funzioni d'uso in virtù delle quali anche una frase piena di errori esprime significati validi. In pratica, farsi capire sembrerebbe naturale. Dall'aneddoto dello schizofrenico, impariamo anzitutto che è per lo meno ragionevole e consigliabile rispettare il contesto in cui le parole prendono forma e vita. Sappiamo per certo che una persona affetta da una psicopatologia grave spesso produce una propria semantica e, talora, anche un proprio ordine sintattico o una propria morfologia. Quando, tuttavia, il senso sintattico è alterato dai parlanti sani e il numero di coloro che, in un determinato tempo, compiono questo errore morfologico è piuttosto elevato, allora bisogna chiedersi che cosa stia alle origini dell'accordo tra chi parla o scrive e chi ascolta o legge. 

Molto di frequente, troviamo il sintagma A me affascina e lo troviamo in tutte le salse, come se questo costrutto corrispondesse a A me piace o A me interessa. Di fatto, non è così, non c'è alcuna corrispondenza. Affascinare, nell'accezione di sedurre o incantare qualcuno, è un verbo transitivo (...è intransitivo anche col significato di affastellare!), inviolabile, inalienabile e, come tale, può trasferirsi sull'oggetto o complemento diretto. In nessun caso è possibile trattarlo diversamente, trasformandolo in verbo intransitivo. Ciò che si verifica è un chiaro ma, nello stesso tempo, contorto processo di alterazione della morfologia della frase. 

A mio avviso, parlanti e scriventi sono indotti all'errore dalla posizione della particella pronominale nel sintagma Mi affascina, che è corretto perché questo Mi è il complemento oggetto del predicato affascina e non un complemento indiretto. Evidentemente, si tende ad esplicitare la particella pronominale in A me, commettendo un errore gravissimo e anche abbastanza ridicolo (…non solo col verbo affascinare. Accade pure, per esempio, con spaventare: a me spaventa...). Evidentemente, se l'oggetto si spostasse oltre il verbo, si capirebbe immediatamente la misura della gravità: penso che quasi nessuno direbbe Questa donna affascina a me. Almeno me lo auguro! Di conseguenza, è emersa una disfunzione morfologica, cioè un'esplicitazione indebita, ma comune e diffusa del pronome personale complemento: giornalisti, presunti scrittori, blogger e speaker adottano questa espressione disfunzionale, che non compromette il significato, ma resta inammissibile. L'unico problema irrisolvibile consisterebbe nella classificazione grammaticale della particella, che così sfugge a qualsiasi regola. 

Una preliminare e importante considerazione può essere la seguente: non sempre forma e significato sono speculari. 

Mutatis mutandis, qualcosa di simile accade in presenza dell'aggettivo possessivo suo, ormai snaturato e non più usato correttamente. L'errore cui mi riferisco e che mina talora anche il significato degli enunciati o delle nostre dichiarazioni è presto detto tramite un esempio nudo e crudo: Quell'uomo s'infilò nella sua macchina e partì sgommando. Quando colui che compie l'azione è anche il possessore dell'oggetto, l'aggettivo possessivo suo dovrebbe essere sostituito da proprio, anche se, in questo caso, la tolleranza è diventata quasi una nuova regola. Per correttezza, ne indichiamo la regolare redazione: Quell'uomo s'infilò nella propria macchina e partì sgommando. La frase appena letta, tutto sommato, non genera alcun problema di comprensione, ma non sempre il cammino della grammatica è lineare e privo di ostacoli. Infatti, se scriviamo o diciamo Paolo telefonò a Laura e le disse di avere ritardato perché aveva incontrato sua zia, finiamo col non sapere più se l'aggettivo possessivo si riferisca alla zia di Paolo o a quella di Laura; la qual cosa pone un autentico problema di comprensione. Se, invece, scriviamo Paolo telefonò a Laura e le disse di avere ritardato perché aveva incontrato la propria zia, è chiaro che ci stiamo riferendo alla zia di Paolo. Diversamente, in presenza di sua, si cambia rapporto di parentela. Un errore di sostituzione indebita può cambiare totalmente il senso della frase o determinare confusione. 

Talvolta, basterebbe volgere lo sguardo al contesto e interrogarsi sul rapporto tra le parole e le cose, un rapporto che esiste, anche se difficilmente lo si concepisce come esistente, perché le parole, una volta uscite dalla nostra bocca, non giacciono bocconi per poi morire invano: raccontano storie anche quando non ce ne accorgiamo.

Nel rispetto della nuova iniziativa di questa rubrica, avviata con l'articolo di sabato scorso, oggi ho il piacere di suggerire ai lettori la figura di Bruna, nota sul web come Bruna Athena, un'amante della filosofia la cui scrittura è armoniosa, invitante e, nonostante la giovane età dell'autrice, anche matura, sempre corretta ed elegante. Non voglio limitarmi, pertanto, a produrre i soliti complimenti, ma esorto il lettore a visitare il suo blog, Il mondo di Athena, dove si scoprono recensioni critiche ben fatte. Un solo appunto critico: mi piacerebbe trovare qualche classico in più...   

   

2 commenti:

  1. Interessante post Francesco! La parola comunque "crea", perciò va usata con consapevolezza (non a caso in principio era il verbo!)

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  2. Sul potere della parola, Paola, si può dire tanto, più di quanto riusciamo a immaginare. Vogliamo considerarla come emissione sonora? Come segno? Come espressione dell'uno e dell'altro? In tutti e tre i casi, il senso, inteso come relazione tra persone nell'ambito della comunicazione, cambia perché le nostre rappresentazioni mentali non corrispondono mai a quello che l'altro percepisce e decodifica. Il mio verde è diverso dal tuo e viceversa. "Incontrare" qualcuno significa accettare amabilmente e coraggiosamente la frammentazione della propria personalità: i pezzi di cui ci componiamo dalla nascita all'età adulta si rimescolano continuamente, tutte le volte in cui un messaggio ci scuote e ci affascina.

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