sabato 11 aprile 2015

HANNO UN GRAVE RITARDO MENTALE, MA SONO ABILI ORATORI


Probabilmente, pochi hanno sentito parlare della Sindrome diWilliams. I bambini che ne sono affetti sono bassi, ossuti, hanno il viso appiattito e che si completa in un mento a punta e in una fronte ampia, labbra gonfie e, talvolta, deformi e il naso piatto. Come ci fa notare Steven Pinker, lo studioso dal cui lavoro (1994) è tratto il nostro riferimento, molto spesso i bambini con la Sindrome di Williams, a causa delle proprie caratteristiche, sono chiamati elfi o folletti. Di fatto, essi sono impediti nello svolgimento della maggior parte delle azioni quotidiane: non sono in grado di allacciarsi le scarpe, fare un disegno semplice, attraversare la strada, distinguere la destra dalla sinistra et cetera. Però… Sì, c'è un "però" mastodontico: sono abili oratori, dotati d'un incredibile eloquio, un eloquio che, il più delle volte, è elegante e ricco di contenuti, oltre che chiara manifestazione di competenze grammaticali non comuni. Si tratta di un mistero linguistico-genetico legato al difetto di un gene sul cromosoma 11, per il quale possiamo dirci meravigliati, ma, a mio avviso, è anche un prezioso aneddoto morale, cui non vorrei aggiungere altro per decoro. 

Rientrando nella prassi della rubrica, è almeno lecito chiedersi perché, nell'introduzione, s'è parlato dei bambini affetti dalla Sindrome di Williams. Ci viene incontro, in tal senso, una questione importante e insidiosa, a tratti anche amletica e nociva per la "salute" di parlanti e scriventi: l'uso delle parole dotte. Come si è detto, gli sfortunati bambini sono capaci di eleganza oratoria fino all'uso di parole dotte, ma incapaci di svolgere compiti elementari. Sappiamo dunque che si tratta di una gravissima patologia. Quando, invece, alcuni discorsi della gente sana abbondano di parole dotte e si fanno notare per affettazione, le cause possono essere due: o l'autore, nella totale ignoranza, ritiene di essere elegante e convincente o egli non sa neppure lontanamente che comunicare vuol dire condividere

Mi pregio di prendere in prestito la brillante lezione di uno dei più bei libri di grammatica che siano mai stati scritti, Come parlare e scrivere meglio di Aldo Gabrielli, più volte citato in questi scritti. Gabrielli ci racconta il caso di uno speaker, il quale, dovendo descrivere l'atto di un ciclista che, durante una pausa, s'affrettava a finire di mangiare il proprio panino, disse: – Ecco, potete vedere Motta che conclude un panino! –. In verità, l'idea di un panino concluso sembra qualcosa di fantascientifico, non altrimenti che se si ascoltasse una voce metallica in filodiffusione: panino concluso, assumere liquidi, quindi fare doccia! Neanche Siri, la vocina femminile dell’iPhone, arriva a tanto. Tra le altre cose, il verbo finire è molto generoso, possedendo un'ampia area semantica: se ne può fare un uso transitivo e, insieme, intransitivo e un medio dizionario è già illuminante. 

Seguendo un TG notturno, invece, mi è capitato non solo di sentire l'avverbio segnatamente, ma anche di sentirlo collocare nel peggiore dei posti possibili: Le parti segnatamente avverse, si sono date battaglia. Segnatamente è un avverbio di registro letterario, del tutto inadatto al telegiornale. E inoltre, a voler tentare la traduzione, non si ottiene molto perché Le parti segnatamente avverse, si sono date battaglia, in italiano, significa che queste parti rivali con particolare attenzione si sono data battaglia. Dunque, le parti sono rivali con particolare attenzione. Può darsi che lo studio della rivalità sia costante in ambedue gli schieramenti, ma "suona" male, anzi malissimo! 

Aggiungo un piccola nota sulla concordanza del participio passato. Qualcuno ha notato sicuramente che io ho trasformato l’espressione si sono date battaglia in si sono data battaglia. In sostanza, non ho fatto altro che rispettare la concordanza latina, però voglio rassicurare tutti: nell'italiano avanzato, entrambe le forme sono accettate. Quella latina è indubbiamente la più corretta tra le due. Se io dico Ho usato la padella che mi hai regalato, non commetto un errore particolare secondo l'unità di misura della lingua italiana ammodernata. Se, tuttavia, voglio essere corretto in tutto, devo dire Ho usato la padella che mi hai regalata. E così pure: mi sono tagliati i capelli, mi sono lavate le mani, mi sono allacciate le scarpe. Nel dubbio, non usate padelle regalate, fatevi crescere i capelli, non lavatevi mai lei mani e camminate con le scarpe sciolte!

Se sentiamo l'anima vibrare, i fringuelli cantare solo per noi, se vediamo le onde del mare frangersi solo per noi, se ci lasciamo rapire spesso dall'estasi e dall'amore universale o dallo sciabordio di un ruscello, se accade tutto questo, allora non siamo artisti, ma abbiamo un disturbo di personalità e ci vuole lo psichiatra. La scrittura, narrativa o poetica, richiede sforzo e disciplina, fatiche e rinunce, oltre alla naturale sensibilità, che nessuno qui mette in discussione. Leopardi ha impiegato due anni per completare l'Infinito, cioè un componimento fatto di quindici versi. Goethe ne ha impiegati sessanta per scrivere il Faust. 

Consultare un dizionario o sfogliare una grammatica non sono atti vergognosi o mancanze, sono segni di umiltà, spirito critico e rispetto verso la natura umana, che non sempre è generosa.


Dato che temo d'essere noto per le mie "cattiverie" di critica, voglio inaugurare, all'interno di questa rubrica un nuovo spazio di scrittura: di volta in volta, mi permetterò di segnalare qualche figura positiva della letteratura del web (...nell'accezione ampia del termine letteratura!), non perché io sia saggio e illuminato o il giudice di turno, ma perché ho sempre pensato che la cultura fosse una sorta di simposio itinerante, alla maniera greco-platonica. Il tempo ha un po' logorato la mia idealità, ma resto fedele al desiderio di vedere costantemente riuniti attorno alla stessa tavola imbandita persone accomunate da studi, interessi e aspirazioni. Oggi, rivolgo la mia attenzione a Mauro Travasso, un giovane aspirante scrittore che menziono per l'umiltà che lo ha contraddistinto nelle nostre opportunità di scambio. A mio avviso, alcuni aspetti della sua scrittura sono ancora un po' forzati, ma i margini di miglioramento, considerate la qualità e la volontà, sono notevoli. Buon lavoro, Mauro!    




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