sabato 14 marzo 2015

DIFENDIAMO LA SINTASSI DALLA CLASSE DEGLI ASINI!


La signorina Maccabei e l’alunno Massinelli, come spettri, si aggirano ancora tra di noi, ma non fanno paura, non hanno mai fatto paura, anzi sono serviti e riveriti per la loro saggezza. Alla rispettabile età di 67 anni, questi due vecchi compagni di scuola, battezzati per la prima volta dal cantante jazz Natalino Otto, sono gli inimitabili protagonisti de La classe degli asini. Personaggi reali o fantastici? La canzone è sicuramente tra quelle che non si dimenticano: in terza B sono tutti ripetenti e sono intenti a ripassare il sillabario, quando entra l’incravattato professore per interrogarli. Di qui, il finimondo: <<Signorina Maccabei, / venga fuori, dica lei: / dove sono i Pirenei? / Professore, io non lo so, lo dica lei! / E sentiamo Massinelli / dimmi, o re degli asinelli, / dove sono i Dardanelli? / Professore io non lo so lo dica lei!>>. Quelli erano altri tempi, vien fatto di pensare. Forse, lo erano perché non tutti potevano promuoversi come scrittori, blogger e poeti, non a tutti era concesso uno spazio di libera espressione, uno spazio in cui, tuttavia, continuano a non avere particolare importanza, a quanto pare, Pirenei e Dardanelli. Questa volta, con un po’ di swing nella testa, non sapendo se l’uovo sia nato prima della gallina o viceversa, ci intrufoliamo in un blog più o meno autorevole e ne preleviamo una frase nel tentativo di difendere la sintassi dal massacro cui è ormai sottoposta. Sul banco degli imputati mettiamo il seguente periodo: <<Ci vorrebbe un punto di domanda accanto al titolo di questo articolo, davvero, e non perchè qui puoi trovare le risposte, ma perchè spero che qualcuno possa darmele.>>. Si badi che qui non sono in discussione l’efficacia comunicativa e la qualità dei contenuti del blog! Gli errori grammaticali sono tanti e talmente gravi che non si sa neppure da dove cominciare. Come si suol dire, "questo sporco mestiere qualcuno deve pur farlo". In primo luogo, spero che qualcuno abbia notato l’accento grave ripetuto per due volte sulla "e" finale di perché. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: in questo, il correttore di word o di un qualsivoglia programma di scrittura ci aiuta provvedendo o a correggere immediatamente o a sottolineare di rosso la parola. Cosa ne consegue? E' stato corretto manualmente, ma con la forma sbagliata. Altro elemento di disturbo è dato dalla collocazione dell'avverbio davvero, che significa in verità,  sul serio et cetera, ma che è tristemente abbandonato in un luogo incidentale che non gli è proprio. La tragedia si consuma nello svolgimento della sintassi dell'intero periodo. Di fatto, molti non se n'accorgono, come, d'altronde, in una bella giornata di sole, andando a passeggiare in riva al mare, nessuno s'accorge dei Dardanelli. Eppure ci sono e da tempo! La disattenzione è eccessiva. A farne le spese è la subordinata causale, adottata qui nella propria duplice natura, quella fittizia e quella reale. Se, infatti, prendiamo in considerazione la seconda parte del discorso <<(…) non perchè qui puoi trovare le risposte, ma perchè spero che qualcuno possa darmele (…)>>, dovere morale e buon senso implicano che la subordinata causale preceduta da non, essendo una subordinata causale fittizia, sia espressa al congiuntivo. Dunque, correttamente: <<(…) non perché qui tu possa trovare le risposte, ma perché spero che qualcuno possa darmele (…)>>. Ciò è da considerarsi il giusto prezzo da pagare al congiuntivo, il modo verbale del dubbio e delle ipotesi. Al contrario, l’indicativo ci dà delle certezze di significato e d’azione, per così dire. Di conseguenza, noi studiamo la grammatica non perché sia semplice ornamento, ma perché i verbi hanno un significato preciso. Ecco il dovere morale cui s’è fatto riferimento! E' evidente che la subordinata causale si esprime anche attraverso altri costrutti ed altri modi verbali (per es., il gerundio, nella subordinata implicita), ma, in questo caso, la distinzione è necessaria a che le due forme del discorso acquisiscano un senso. Se noi affermiamo che una certa cosa accade a causa di una certa altra cosa e non per quello che s’immagina, il piano della comunicazione diretta è rappresentato dall'indicativo, mentre quello della comunicazione fittizia, indiretta, quello dell’immaginazione, è rappresentato dal congiuntivo. 

1 commento:

  1. L’uso dell’accento grave su parole che richiedono invece l’accento acuto (come, ad esempio, perché, poiché, né, sé, affinché, nonché, anziché, in fondo sono poche!) è più frequente di quanto si possa immaginare.
    Ho trovato questi errori in molti articoli di quotidiani e riviste, spesso anche su libri.
    L’origine dell’errore è da ascrivere ai docenti di scuola primaria che non insegnano agli alunni questa differenza e non si soffermano abbastanza sull’argomento “accenti”.
    Successivamente chi supera la fase scolastica con questa lacuna, non provvede a perfezionare la conoscenza delle regole, né si pone il problema davanti al sottolineato in rosso del correttore ortografico.
    Quando ho provato a far notare il problema “accenti” al direttore di un giornale, quasi mi aggrediva! Durante la correzione degli elaborati scritti dei Concorsi a cattedra in cui svolgevo il ruolo di Presidente della Commissione, sottolineavo in rosso gli accenti sbagliati. Ebbene avevo tutti contro, commissari e candidati. Mi contestavano di aver segnato errori banali. Ma sono convinta del fatto che chi insegna dovrebbe conoscere l’ABC della lingua italiana, o no?

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