mercoledì 18 marzo 2015

DALLA LICENZA POETICA ALL'IGNORANZA IL PASSO E' BREVE


Ci sono pezzi del nostro discorso che somigliano ai coriandoli; li lanci due o tre volte per gioco e te li ritrovi dappertutto; tra i capelli (….non è il mio caso!), in tasca, dentro le scarpe, talvolta anche dentro le mutande. Non se ne conosce mai la causa, ma se ne può trarre una specie di postulato: ogni lancio genera uno sparpagliamento di coriandoli imprevedibile, incalcolabile e un riempimento dello spazio tendente all'infinito. Ciò che, sulle prime, è solo una metafora linguistica, a ben vedere, è molto di più; sembrerebbe la scelta di un vero e proprio calco: la particella ne non fa mai sentire la propria mancanza, si fa tanto ben volere che addirittura  molti eccedono in amore e premure e sbagliano in modo grossolano: di questo ne ho sentito parlare. Gli scritti  e i discorsi di tre quarti d’Italia riportano questo errore. Ormai, non ci si fa più caso e l'errore è diventato una regola. Essendo questa una grammatica di consultazione rapida, dobbiamo correre subito ai ripari. Nella frase di questo ne ho sentito parlare, si riscontra una ripetizione impropria, ciò che nel gergo tecnico prende il nome di pleonasmo. C’è da fare una considerazione specifica a tal proposito: siccome il pleonasmo è una figura retorica, qualcuno potrebbe cercare, in questo, sostegno e giustificazione, ma mi sia lecito invitare i lettori a non scambiare la licenza poetica con l’indisciplina di parlanti e scriventi! Dall'indisciplina all'ignoranza il passo è breve. Sicuramente è più grave non sapere coniugare un congiuntivo che sbagliare l'uso della particella ne! In un testo di grammatica di base si possono trovare le spiegazioni di questo nostro richiamo alla disciplina. Sia la preposizione di sia il ne, nel caso in questione, indicano il complemento di argomento (...non, come molti dicono, il complemento di specificazione!); la proposizione  lo introduce, mentre la particella rappresenta direttamente il pronome sostituendolo e prendendo il suo posto. Si capisce dunque che, se utilizziamo un elemento che ha un valore sostitutivo, non possiamo poi rimettere "con la forza" ciò che abbiamo appena tolto. Se scriviamo o diciamo di questo ne ho sentito parlare, non facciamo altro che scrivere o dire di questo di questo ho sentito parlare. Che ne dite? Pensate che si possa arrivare a tanto, pur senza appellarsi all'Accademia della Crusca? In apertura, però, s’è fatto ricorso ai coriandoli e, si sa, i coriandoli finiscono nei posti più impensati. In effetti, questa particella è onnipresente: può diventare complemento partitivo, complemento di specificazione, complemento di moto da luogo; può trovarsi in posizione enfatica, cioè all'inizio del discorso, oppure saldamente legata ad un finale di parola, così da chiamarsi enclitica; può essere un pronome, come s’è visto; può fungere da avverbio, può svolgere il ruolo di congiunzione coordinante negativa, assumendo l'accento acuto (). In tal senso, è quanto mai opportuna una leggera deviazione dal percorso originario per soffermarsi sulla punteggiatura che, di solito, accompagna la congiunzione coordinante negativa . Se, infatti, scriviamo né questo né quello rientrano tra i miei interessi, è obbligatorio non mettere la virgola tra le due congiunzioni perché si tratta di un polisindeto, cioè di una coordinazione per il tramite della congiunzione. Invece, in una elencazione priva di congiunzioni, cioè nell'asindeto, si ricorre alla virgola: Paola, Maria, Federico e gli altri compagni partirono per Roma. Solo l'ultimo elemento è preceduto dalla e, ma non dalla virgola. Entrambi gli errori documentati, ovverosia quello della ripetizione e quello della virgola tra due congiunzioni negative si trovano più di frequente di quanto si possa immaginare e sono spacciati come varianti stilistiche del linguaggio. Frugando tra le pieghe dei nostri discorsi, scorgiamo qua stanne fuori, là ce ne vogliono quattro, ancora altrove ne sono innamorato et cetera. Quanti ne e quanti usi! Stanne fuori contiene pure il raddoppiamento, anche se ciò che ci interessa è il moto da luogo espresso con la particella avverbiale. Con ce ne vogliono quattro si configura un bel complemento partitivo. Da ultimo, la particolarità del pronome personale espresso dal ne: ne sono innamorato; cioè sono innamorato di lei. Gli esempi sono pochi a fronte degli innumerevoli casi, ma bisogna farseli bastare, almeno in questa sede.  

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