mercoledì 1 aprile 2015

ANCHE IMBECILLI, DEFICIENTI E STUPIDI 
HANNO UN POSTO NELLA GRAMMATICA



Se io faccio, allora disfaccio. Allo stesso modo, se io facevo, allora soddisfacevo. Piccole e anomale beghe, queste, ma che pervadono senza ostacoli i discorsi di chiunque. E così, al futuro: se io farò, io disfarò e soddisfarò, anche se si sono ormai imposte furtivamente le forme disferò e soddisferò, come al congiuntivo disfi e soddisfi vanno sostituendosi a disfaccia e soddisfaccia. C'è una subdola e diabolica tendenza a cambiare anche le regole semplici e limpide. Nessuno di noi direbbe – almeno me lo auguro! – che io fi al posto di che io faccia, volendo formulare il congiuntivo del verbo fare. Eppure accade esattamente questo: la comparsa di un prefisso stravolge lo stato d’animo dei parlanti, a tal punto che la fantasia linguistica si trasforma in grande confusione. Basterebbe riprodurre fedelmente la coniugazione del verbo fare, che grosso modo si conosce, per evitare di farsi prendere dall'agitazione. Per quanto la spiegazione del fenomeno sia racchiusa nella lingua latina, non è il caso di trarne un argomento filologico. E' opportuno tuttavia porre fine ad un assillo proveniente dai detrattori della "grammatica essenziale". Ogni sorta di opposizione è costruita sul concetto di evoluzione della lingua, sebbene si tratti, il più delle volte, di sterile abuso e sfruttamento inadeguato di teorie leggicchiate qua e là. Se sfogliamo il prezioso libro di Gian Luigi Beccaria, Tra le pieghe delle parole (2007), di pagina in pagina, possiamo capire che cos'è concretamente l'evoluzione della lingua. Oggi, se qualcuno ci dice imbecille o deficiente o stupido  – o, perché no, tutti e tre di seguito –, non poniamo alcun indugio nel sentirci insultati e offesi. In origine, però, questi termini indicavano tutt'altro significato. L'imbecille era solo un uomo debole. Nel tempo, la debolezza è stata estesa alla mente. Il deficiente era un uomo che mancava di forza, mentre lo stupido era un uomo insensibile. La lingua s'è evoluta, per l'appunto. E l'evoluzione si vede attraverso la storia e nei cambiamenti del significato. Tutti conosciamo la besciamella, ma quasi nessuno conosce Louis de Béchamel, il cuoco del XVII secolo da cui deriva il nome dell'ingrediente. E' buffa, invece, la storia del sandwich, che per noi è un semplice panino, ma che di fatto era un conte del XVIII secolo, talmente ossessionato dal gioco delle carte da non volersi mai staccare dal tavolo di gioco neppure per mangiare. Egli, infatti, si faceva servire un panino imbottito con carne da consumare rapidamente, un panino che presto divenne sandwich. I suddetti passaggi costituiscono fenomeni di evoluzione e adattamento della lingua. Gli errori sono errori. E non ci si riferisce solo al pronome personale complemento lui messo al posto di egli, pronome personale soggetto. E' difficile disobbligarsi nei confronti del Beccaria per la qualità degli studi che ci ha donati, pertanto, ringraziandolo, andiamo avanti con la nostra rubrica!  In nome della fantasmagoria della "neolingua" del web, dovremmo forse accettare che la prima persona plurale dell'indicativo presente di guadagnare sia scritta senza la -i-, come speso accade? Si scrive guadagniamo e non guadagnamo. La -i- fa parte della desinenza ed è ineliminabile. Lo stesso dicasi per insegniamo et cetera. L'eventuale soppressione della -i- nella seconda persona plurale dell'indicativo di agognare snaturerebbe addirittura il verbo: agogniate, non agognate, che invece rappresenta il participio passato, anche se, come suggerisce il prof. Barnabei, in questo caso, ci si può affidare al contesto agli effetti della distinzione d'uso. Ci sono poi i dittonghi mobili; ci sono, ma sono fuggiti a causa della pulizia etnica. Avevano un proprio spazio all'interno dei verbi, ma la discesa dei barbari ha ridisegnato la loro geopolitica. Il caso del dittongo uo e dei suoi ex proprietari, ormai derubati, muòvere e sonàre, è emblematico. Di regola, il dittongo, se accentato, resta inalterato; altrimenti, cioè qualora l'accento si sposti su altra sillaba, esso si riduce. Quindi: Io suòno, tu suòni, egli suòna, noi soniàmo, voi sonàte, essi suònano. Una certa composizione musicale, infatti, è una sonàta, non una suonàta. Non ci mettiamo in cerca del cosiddetto "pelo nell'uovo", tant'è che i confini grammaticali del nostro piccolo mondo italiano sono bell'e superati e non se ne fa questione, ma talvolta anche l'evidenza d'uso è contraria agli errori. Perché sonàta sì e soniàmo no? Mi sia concesso di precisare che ci sono autori illustri, autorevoli e illuminati, consacrati dal tempo e dalle accademie, a sostenere queste tesi! Francesco Mercadante conta poco in queste faccende perché si accontenta delle briciole che cadono dalla mensa dei grandi maestri. Marcello Sensini e Aldo Gabrielli sono solamente due esempi. Vale la pena di richiamare l'attenzione anche sulla figura letteraria del professore Amato Maria Bernabei per l'eleganza, la competenza e il senso della misura che lo contraddistinguono. Egli, per esempio, a proposito dell'arcinota disputa tra letterati e internauti, ha saputo conciliare la tradizione greco-latina e la cultura sociale, essendo presente sui social network con impareggiabile intelligenza e saggezza scientifica. In fatto di stile, si può discutere a lungo. Possiamo chiederci se sia preferibile dire e scrivere Tizio s'è pulite le scarpe oppure Tizio s'è pulito le scarpe. La più corretta tra le due forme è indubbiamente la prima perché l'accordo tra il participio passato e l'oggetto è necessario fin dai tempi dei grammatici latini, dai quali discendiamo, volenti o nolenti. Però, come s'è detto, è ormai una questione di stile. Non è una questione di stile invece la scelta dell'ausiliare che precede i verbi servili nei tempi composti. Avrei dovuto venire o Sarei dovuto venire? Questa volta, optiamo per la seconda, che è la forma corretta perché l'ausiliare da usare è sempre quello del verbo retto dal servile, ossia venire. Quando, a colpo d'occhio, scorgiamo pure Sarei dovuto essere qui al posto di Avrei dovuto essere qui, allora è il caso di sparare a vista.

2 commenti:

  1. Il tuo blog è un porto sicuro...complimenti!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Paola, le tue parole generano in me benessere e gioia. Mi ritrovo sempre a sostenere che ogni forma di cultura autentica è condivisione. Allo stesso modo, non c'è cultura senza condivisione e non c'è scrittura fuorché nell'atto di chi legge. Chi può condividere qualcosa ha già guadagnato un pezzo di sentiero verso l'eternità. A questo punto, il porto sicuro è nel tuo messaggio.

      Elimina